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Escape Room, l’uomo è il peggior nemico dell’uomo

Il film di Adam Robitel radica la potenza nella paura degli uomini per i propri fantasmi.
di Alessandro Castellino, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

Escape Room

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Deborah Ann Woll (34 anni) 7 febbraio 1985, New York City (New York - USA) - Acquario. Interpreta Amanda nel film di Adam Robitel Escape Room.
mercoledì 20 marzo 2019 - Scrivere di Cinema

L'ultimo film di Adam Robitel, precedentemente noto per Insidious: l'ultima chiave, conferma una tendenza del cinema horror contemporaneo ad adagiarsi sugli stilemi (di forma o di contenuto) dei classici del genere. È da intendere che tale propensione non sia per forza negativa e che, indiscutibilmente, una buona parte della produzione horror sia orientata verso uno svecchiamento del genere (si pensi, tra i più recenti, ai fortunati The Witch e Hereditary).

Di Escape Room va sottolineato un merito, da rintracciare più nel concetto espresso che nella realizzazione effettiva. La filosofia del film, infatti, si può brevemente riassumere così: il terrore abita ciascuno di noi dall'interno, e le condizioni esterne (persone, situazioni ecc.) possono soltanto innescare una detonazione che avviene, interiormente, a livello emotivo.
Alessandro Castellino, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

Come a dire, in sostanza, che i fantasmi più difficili da scacciare sono quelli che sono radicati nella nostra coscienza, nel nostro passato personale: l'uomo è, prima di tutto, nemico di se stesso, e in un secondo momento di coloro che permettono di fargli vedere i propri demoni. Per questo motivo tra i vari protagonisti del film si crea un rapporto conflittuale, in una situazione in cui, col procedere delle prove, "l'uomo diventa lupo per l'altro uomo" ("homo homini lupus"). 

Bragi F. Schut e Maria Melnik, gli sceneggiatori, fanno tesoro dell'elemento su cui l'intero genere ha gettato le proprie fondamenta: un senso di terrore che da individuale si fa collettivo. L'impalcatura del romanzo gotico prima e del film horror poi si regge sulla mitologia, appunto, popolare: i grandi horror del passato avevano setacciato racconti e leggende e ne avevano sviluppato una struttura cinematografica, attraverso la quale le paure erano riflesse sul grande schermo. In queste storie bene emergeva come quel senso diffuso di inquietudine fosse frutto dall'immaginazione dell'uomo, che di fatto condannava, senza alcuna base empirica, se stesso e la propria comunità a una vita all'insegna dell'incubo. Le paure si materializzavano e assumevano le sembianze di immagini che precedentemente erano state soltanto ricostruzioni immaginifiche dei vari aspetti del demonio, frutto della fantasia del popolo intimidito. 


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