| Titolo originale | Bedoone Tarikh, Bedoone Emza |
| Titolo internazionale | No Date, No Signature |
| Anno | 2017 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Iran |
| Durata | 104 minuti |
| Regia di | Vahid Jalilvand |
| Attori | Navid Mohammadzadeh, Amir Aghaee, Hediyeh Tehrani, Zakieh Behbahani, Saeed Dakh Alireza Ostadi, Ehsan Abbassei, Iman Farzam, Mehrad Jamei, Masoumeh Mansouri, Masoud Naziri, Mohamad Ramezani Pour, Amir Salehian, Hojjat Hassanpour Sargaroui. |
| Uscita | giovedì 10 maggio 2018 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | 102 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,25 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 17 maggio 2018
Kaveh Nariman è un medico legale. Un giorno nel suo studio giunge un cadavere che gli è molto familiare. Il film è stato premiato a Venezia, In Italia al Box Office Il dubbio - Un caso di coscienza ha incassato 47,5 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Kaveh Nariman è un medico legale che lavora in obitorio. Una sera investe accidentalmente con la sua auto una famiglia che viaggia in moto. Il bambino cade e batte la testa in modo apparentemente privo di conseguenze. A distanza di poche ore arriverà il suo cadavere. La diagnosi dell'autopsia parla di avvelenamento per botulismo ma il medico ha il dubbio che la causa possa addebitarsi all'incidente. Avrà il coraggio di chiarire la situazione?
Vahid Jalilvand cita, a sostegno della sceneggiatura che ha scritto con Ali Zarnegar, un'affermazione dello scrittore svizzero Rolf Dobelli: "I coraggiosi e gli impavidi sono stati uccisi prima che potessero trasferire i loro geni alle generazioni successive. I rimanenti, cioè i codardi e i gentili, sono sopravvissuti. Noi siamo la loro progenie".
È del coraggio delle proprie azioni che questo film ci parla e, in particolare, delle conseguenze che il timore di assumersi delle responsabilità può avere sulle vite altrui.
Al contempo mette a confronto, come accade anche nel più noto cinema di Asghar Farhadi, due diverse classi sociali mettendole a confronto ed indagandone le reazioni di fronte ad eventi che ne mettono in gioco l'esistenza. Kaveh non solo è un medico noto per la sua meticolosità ma è anche sposato con una collega altrettanto scrupolosa. La loro abitazione, in cui hanno appena traslocato e in cui dominano ancora gli scatoloni, denuncia il loro status economico elevato. La famiglia che deve affrontare la morte del bambino vive in condizioni di indigenza che hanno spinto il padre ad acquistare pollame a basso prezzo senza sapere che si trattava di volatili morti per malattia.
La convinzione di essere stato truffato procurando la morte al primogenito non gli dà pace. Così come non dà pace al medico l'idea di aver invece provocato il decesso anche se la causa non appare in maniera del tutto evidente. Con però un elemento che fa la differenza. Mentre il padre agisce spinto dalla disperazione e dal senso di colpa non altrettanto fa il dottor Nariman il quale tace su quanto accaduto e rinvia ciò che dovrebbe invece affrontare a viso aperto. Il film va così oltre il caso specifico per interrogarsi (e interrogarci) su quanto, in ogni società e non solo in quella iraniana, l'occultamento della verità sia un veleno diffuso dagli effetti letali.
Uno scrupoloso medico legale lascia il suo ufficio di sera e si appresta a tornare a casa con la sua auto, lungo la strada urta accidentalmente una moto che trasportava un'intera famiglia di quattro persone. Apparentemente stanno tutti bene compreso il piccolo Amir Ali di otto anni che ha battuto la testa. Il dottore, preoccupato e dispiaciuto per l'incidente esorta il capofamiglia ad andare [...] Vai alla recensione »
Il rapporto di noi spettatori occidentali con la cultura iraniana è ondivago. Non conoscendo bene quella realtà, incredibilmente dinamica pur all'interno di forme politiche e sociali conservatrici, non sappiamo mai come rapportarci alle contraddizioni secolari e religiose che vi albergano. Anche i registi iraniani - sia quelli più liberi, sia quelli costretti alla semi-libertà come Jafar Panahi - sembrano interrogare queste insanabili aporie, magari in maniera più "interna" alla nazione ma sempre in grado di farsi portatori di interrogativi universali.
L'equivoco per cui il cinema iraniano è stato una sorta di mera rielaborazione del neorealismo (almeno quello di Kiarostami e della sua generazione), rischiando di non comprenderne la specificità moderna, è stato superato dalla nuova generazione, quella di Asghar Farhadi, che non è stato semplicemente il più distribuito dei cineasti iraniani nel contesto internazionale, ma anche il modello di nuove forme narrative.
Il dubbio - Un caso di coscienza (guarda la video recensione) appartiene chiaramente a questa costellazione cinematografica: il meccanismo è quello di partire da una frattura, un trauma, un problema e di farlo via via crescere sino ad abbracciare questioni morali ben più ampie. Vahid Jalilvand lavora sull'interrogativo etico di un medico, che sospetta di essere la causa della morte di un bambino (in seguito a un incidente), anche se la ragione parrebbe invece da ricercarsi in un avvelenamento da cibo, e in questo caso la responsabilità cadrebbe sul padre, a sua volta incolpevole perché ingannato in una compravendita di polli.
Il medico legale benestante, protagonista del film, non può essere più diverso dalla figura di precario e poveraccio che sbarca il lunario come può, cercando di proteggere la sua famiglia ma trascinandola nel baratro senza volerlo. La disperazione del secondo appare più profonda e urgente dei dubbi morali del primo, che in qualche modo si può permettere il rimorso di coscienza perché protetto dallo status borghese. E la presenza di classi fortemente laicizzate nella società iraniana, pur sotto governi che rispettano la rivoluzione islamica da cui è nato l'Iran contemporaneo, appare come un ingrediente fondamentale delle storie di questo nuovo cinema persiano.
Tutto comincia con un leggero scarto, una lieve sbandata che 'scontra' accidentalmente due uomini e due mondi. Due mondi impermeabili l'uno all'altro che entrano in collisione generando un dramma che Vahid Jalilvand porta fino in fondo con sguardo da entomologo. In Iran una notte, tentando di evitare un pirata della strada, il dottor Nariman, anatomopatologo scrupoloso, investe una famiglia indigente stipata su uno scooter. Il ragazzino di otto anni accusa un dolore alla testa, Nariman lo ausculta e poi consiglia ai genitori di portarlo in ospedale. Due giorni più tardi il corpo del bambino arriva all'istituto di medicina legale. L'autopsia rileva un'intossicazione alimentare ma Nariman ha un dubbio. Da quel momento un caso di coscienza volge in dramma sociale, confrontando un medico e un padre decisi a indagare ciascuno a suo modo, secondo i propri mezzi, la propria condizione, il proprio ceto su una morte intollerabile.
Scienza o azione, potere o violenza, qualunque cosa per conoscere la verità e rendere giustizia a chi non c'è più. Qualunque cosa per far tacere il tarlo che li divora dentro.
Il bambino è morto in seguito all'incidente provocato (suo malgrado) da Nariman o all'avvelenamento alimentare causato dalla carne avariata comprata a buon mercato da suo padre? Celebre e rispettato l'uno, povero e orgoglioso l'altro, Nariman e Moussa volgono lo sguardo su se stessi, provando a ricostruire la causa del decesso, procedendo ossessivi dentro mondi differenti che testimoniano la realtà iraniana e la capacità di Vahid Jalilvand di registrarne i tormenti intimi. Giovane autore al suo secondo lungometraggio (di finzione), Jalilvand conferma la vitalità del cinema iraniano e la sua vocazione a sondare le anime e i cuori del Paese. Alla maniera di Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente), Jalilvand privilegia i tormenti segreti dei suoi personaggi, rivelatori di quelli collettivi. Il risultato è un teatro intimo che distilla uno sguardo implacabile sulla viltà, il determinismo e la cecità della macchina giudiziaria, tra le altre cose.
Una comunità diverge da una società perché l'idea di Dio orienta potere politico ed etica individuale. Altrimenti i "diritti" si ridurrebbero a privilegi. Ecco il contenuto profondo de II dubbio - Un caso di coscienza di Vahid Jalilvand, film iraniano due volte - giustamente - premiato alla Mostra di Venezia (sez. Orizzonti) del 2017. Che Il dubbio esca nei cinema italiani in coincidenza con l'apertura [...] Vai alla recensione »