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Il dubbio - Un caso di coscienza, l'Iran tra colpevolezza e assoluzione (impossibile)

La tragica collisione tra due classi sociali separate da tutto e da tutti. Dal 10 maggio al cinema.
di Marzia Gandolfi

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Amir Aghaee (51 anni) 1 agosto 1970, Urmia (Iran) - Leone. Interpreta Dr. Nariman nel film di Vahid Jalilvand Il dubbio - Un caso di coscienza.
lunedì 7 maggio 2018 - Focus

Tutto comincia con un leggero scarto, una lieve sbandata che 'scontra' accidentalmente due uomini e due mondi. Due mondi impermeabili l'uno all'altro che entrano in collisione generando un dramma che Vahid Jalilvand porta fino in fondo con sguardo da entomologo. In Iran una notte, tentando di evitare un pirata della strada, il dottor Nariman, anatomopatologo scrupoloso, investe una famiglia indigente stipata su uno scooter. Il ragazzino di otto anni accusa un dolore alla testa, Nariman lo ausculta e poi consiglia ai genitori di portarlo in ospedale. Due giorni più tardi il corpo del bambino arriva all'istituto di medicina legale. L'autopsia rileva un'intossicazione alimentare ma Nariman ha un dubbio. Da quel momento un caso di coscienza volge in dramma sociale, confrontando un medico e un padre decisi a indagare ciascuno a suo modo, secondo i propri mezzi, la propria condizione, il proprio ceto su una morte intollerabile.

Scienza o azione, potere o violenza, qualunque cosa per conoscere la verità e rendere giustizia a chi non c'è più. Qualunque cosa per far tacere il tarlo che li divora dentro.
Marzia Gandolfi

Il bambino è morto in seguito all'incidente provocato (suo malgrado) da Nariman o all'avvelenamento alimentare causato dalla carne avariata comprata a buon mercato da suo padre? Celebre e rispettato l'uno, povero e orgoglioso l'altro, Nariman e Moussa volgono lo sguardo su se stessi, provando a ricostruire la causa del decesso, procedendo ossessivi dentro mondi differenti che testimoniano la realtà iraniana e la capacità di Vahid Jalilvand di registrarne i tormenti intimi. Giovane autore al suo secondo lungometraggio (di finzione), Jalilvand conferma la vitalità del cinema iraniano e la sua vocazione a sondare le anime e i cuori del Paese. Alla maniera di Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente), Jalilvand privilegia i tormenti segreti dei suoi personaggi, rivelatori di quelli collettivi. Il risultato è un teatro intimo che distilla uno sguardo implacabile sulla viltà, il determinismo e la cecità della macchina giudiziaria, tra le altre cose.


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In foto una scena del film Il dubbio - Un caso di coscienza.
In foto una scena del film Il dubbio - Un caso di coscienza.
In foto una scena del film Il dubbio - Un caso di coscienza.

La comparazione sovente evocata e sovente un po' facile con Asghar Farhadi, è questa volta pertinente. Come Farhadi, Jalilvand parte da un fatto ordinario dispiegando un filo che trama una società febbrile e vacillante, dove i rapporti sociali sono sottomessi alla lotta di classe e alla paura di perdere quello che si possiede e che si vuole conservare a tutti i costi, a rischio di trascendere la giustizia e di venire a compromessi con gli altri e con se stessi. Al vertice del suo dramma, l'autore interroga soprattutto il senso di responsabilità individuale e la nozione di colpevolezza in una società che manca di fondamenta solide ed evolve nella paura, avanzando come può in mancanza di un sostegno forte e stabile.

Il dubbio - Un caso di coscienza rimanda il senso di colpa, che finisce sempre per afferrare i personaggi, a una società disfunzionale, mostrando nell'epilogo che tutti hanno qualcosa da rimproverarsi.
Marzia Gandolfi

L'ineguaglianza sociale, la miseria, la corruzione, l'ipocrisia della classe dominante, la sopravvivenza e l'oppressione di quella dominata, filmata come categoria dannata, rassegnata e condannata alla sventura, fanno da (secondo) piano al dramma che allaccia due uomini che convertono la vigliaccheria in coraggio, la fuga in ricerca, la bassezza in dignità, l'inconsapevolezza in coscienza. È l'ordine nobile di questi sentimenti a guidarli verso una verità (aperta) che fa vacillare la legge e l'oggettività medica. Costruito sotto forma di inchiesta, il film di Vahid Jalilvand esplora gli ingranaggi fiaccati e arrugginiti di una società profondamente divisa e oscuramente violenta. Nero e secco, il racconto infila implacabile i fatti senza forzare la parabola. L'importante non è rispondere alla domanda che si pongono senza posa i due protagonisti ("di cosa è morto il bambino?") ma il percorso etico, la rispettiva ricerca, i relativi tormenti, la propria collera. E la presa di coscienza è proporzionale alla caduta.

Se l'identità del colpevole non conta veramente è perché alla fine nessuno lo è completamente e tutti lo sono un po'. È in questa impossibilità a identificare un solo colpevole, che risiede la tragedia del film e della società iraniana: quella di una colpa condivisa e generalizzata. Quella di un'assoluzione impossibile. La messa in scena, asciutta e disadorna, è a immagine della visione pessimista e tragica del regista, che persegue una forma di intransigenza e di asprezza che non lascia indenni come nel maggio di De André: per quanto ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti.


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