Il dubbio - Un caso di coscienza

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Un film di Vahid Jalilvand. Con Navid Mohammadzadeh, Amir Aghaee, Hediyeh Tehrani, Zakieh Behbahani, Saeed Dakh.
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Titolo originale Bedoone Tarikh, Bedoone Emza. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 104 min. - Iran 2017. - 102 Distribution uscita giovedý 10 maggio 2018. MYMONETRO Il dubbio - Un caso di coscienza * * * - - valutazione media: 3,33 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

la riscoperta di valori dimenticati Valutazione 4 stelle su cinque

di carloalberto


Feedback: 40089 | altri commenti e recensioni di carloalberto
lunedý 10 agosto 2020

Film in stile neorealista che sembra girato in bianco e nero, forse perché nella memoria rimane la figura di una donna avvolta in uno chador color pece che si staglia su uno stradone di periferia imbiancato dalla polvere, oppure per i tanti personaggi, eccetto il protagonista, che sembrano usciti da un film di De Sica degli anni ’50.
Il caso di coscienza, nonostante le incongruenze logiche o che, almeno per noi occidentali, appaiono tali, e che rendono inverosimile e fuori del tempo il profilo psicologico del medico, che cerca la verità anche a costo di pagarne le conseguenze, a prezzo della propria reputazione e della posizione sociale, regge drammaticamente la tensione fino alla fine.
Sullo sfondo c’è la vita di tutti i giorni di un popolo che noi ignoriamo totalmente. Il traffico delle vie cittadine, con i motorini che sfrecciano pericolosamente sfiorando le auto, l’affaccendarsi degli impiegati affannati attorno alle pratiche, le telefonate urgenti a cui rispondere in ufficio, il chiacchiericcio dei colleghi, le invidie e le incompetenze sul posto di lavoro, ricordano quanto il tran tran quotidiano, la noiosa banalità delle incombenze routinarie, dalla burocrazia alienante all’automatismo con cui si guida, si mangia, ci si relaziona freddamente con il prossimo, conducano inevitabilmente alla dimenticanza dei valori essenziali, alla emarginazione degli altri in circuiti infernali o in limbi asettici, dove il padre in fin di vita è destinato alle cure della badante e la sorella della badante che chiede un aiuto è considerata un impiccio fastidioso da evadere frettolosamente.
Il carcere, l’ospedale, l’obitorio, il cimitero, il macello di polli, tutti luoghi simbolici della  condizione di un’umanità condannata a vivere dolorosamente e a morire senza la speranza di riscatto, che non sia posticipato all’ultraterreno, paradossalmente diventano le tappe di una personale via crucis per risalire dagli inferi della degradazione urbana e civilizzata verso la presa di coscienza di una esistenza autentica. La verità allora diviene il valore irrinunciabile, costi quel che costi. L’incidente stradale che ha originato la crisi, in questa prospettiva, si tramuta per il protagonista nell’occasione provvidenziale per ritrovare se stesso, la propria identità perduta nel deserto morale che ha conquistato Teheran come oramai le città di tutto il mondo, convertendo i suoi abitanti alla religione laica dell’opportunismo cinico, della furbizia ferina, dell’indifferenza e penetrata a tal punto nella nostra cultura da impedire finanche la comprensione delle “logiche” che muovono il protagonista di questa vicenda e che lo spingono a nuotare contro corrente e che noi, dal nostro punto di vista di adepti convinti del nuovo credo, non esiteremmo a definire esercizi di puro masochismo.
La recitazione del cast è asciutta, essenziale, veristica e anche il doppiaggio in italiano è eccellente. Vahid Jalilvand è un regista iraniano. Il film è ambientato a Teheran. Dunque, esiste un altro cinema che non sia quello di Hollywood o della colta Europa, che il provincialismo, il marketing, o entrambi, della grande distribuzione impongono come un mantra nelle nostre sale. Che mai nasca il dubbio nella mentalità della gente comune che anche altri popoli abbiano un’esistenza propria al di fuori del ruolo stereotipato che le strategie geopolitiche contingenti gli hanno cucito addosso.

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