| Titolo originale | Il senso della bellezza - Arte e scienza al Cern |
| Titolo internazionale | CERN & The Sense of Beauty |
| Anno | 2017 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Svizzera, Italia |
| Durata | 75 minuti |
| Regia di | Valerio Jalongo |
| Attori | Fabiola Gianotti (II), John Ellis (II), Sergio Bertolucci, Luis Alvarez Gaumé Paolo Giubellino, Gian Giudice, Michelangelo Mangano, Marzio Nessi, Ólafur Eliasson, Evelina Domnitch, Dmitry Gelfand, David Glowacki, Antony Gormley, Michael Hoch, Robert Hodgin, Markos Kay, Alexander Lauterwasser, Charles Lindsay, Fabian Oefner, Paul Prudence, Carla Scaletti, John Heffernan. |
| Uscita | martedì 21 novembre 2017 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Officine Ubu |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,56 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 21 novembre 2017
Un'esplorazione del legame tra scienza e bellezza attraverso il lavoro di scienziati del CERN, a Ginevra. In Italia al Box Office Il senso della bellezza ha incassato 249 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Da dove veniamo? Che siamo? Dove stiamo andando? è il titolo di un dipinto del 1897 di Paul Gauguin. Spiazzante, perché al soggetto, un insieme di figure tahitiane di età diverse, associa le domande fondative della filosofia. Una riproduzione di quell'opera campeggia nello studio di John Ellis, scienziato dall'aspetto hippy, che l'ha voluto come memento quotidiano della sua missione al CERN. Arte e ricerca scientifica infatti si rincorrono e dialogano nel documentario di Jalongo, che parte dagli ambienti e dagli studiosi del Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare di Ginevra per aprire ai linguaggi che artisti di tutto il mondo esplorano per dare una forma al metafisico.
Oggi la sfida affascinante di artisti e scienziati è stimolare il pensiero a immaginare o meglio ipotizzare non solo l'ignoto e l'invisibile, ma quello che non è percepibile dai cinque sensi e neanche più riconducibile a rappresentazione.
La steadycam si addentra nel misterioso, quasi sacrale laboratorio internazionale di ricerca fisica che ha scritti nel proprio statuto la pubblicità dei risultati e la cooperazione internazionale. E ovviamente si avvicina all'LHC (Large Hadron Collider), la "macchina poetica", l'acceleratore di particelle che permette di avvicinarci il più possibile al Big Bang, per capirne l'evoluzione. Da un prima parte che indaga i luoghi, le persone, la convivenza pacifica all'interno di questa comunità che come un alveare lavora alla conoscenza, la costante della voce fuori campo di Jalongo passa poi a concentrarsi sull'indagine sul senso - le leggi della Natura, ma anche il senso dell'uomo nello stare al mondo dentro quelle leggi.
In nove capitoli densi di domande e risposte anche di segno opposto, il film svela il significato del proprio titolo nella pratica della curiosità, della conoscenza, alternando a immagini della natura come la conosciamo e la percepiamo, ad altre, artistiche, in altissima definizione provenienti dalle opere di artisti internazionali, che la ricreano ispirandosi alle scoperte della fisica: oltre a The Weather Project della star Olafur Eliasson, la danza delle particelle dello scienziato artista David Glowacki, l'interazione tra onde sonore e acqua di Alexander Lauterwasser, le esperienze cinetiche di Paul Prudence, la prefigurazione del mondo quantico nelle fluttuazioni create da Markos Kay, le installazioni umane di Antony Gormley, gli ambienti immersivi di Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand, le esplosioni elaborate da Fabian Oefner, le sequenze di design 3D di Robert Hodgin, a cui si devono le immagini finali, la ricerca sul suono di Carla Scaletti, le ambientazioni spaziali di Charles Lindsay e le fotografie di Michael Hoch.
Su tutto aleggiano, con un sentimento misto di terrore e stupore, accrescendo la grandiosità dell'opera, le partiture orchestrali originali di Maria Bonzanigo e Carlo Crivelli. Oltre all'idea che da Eraclito a oggi, la natura si nasconda e non risponda a una simmetria perfetta; e in parallelo, che la bellezza di un'opera d'arte coincida con quella di ogni scoperta scientifica. Questo ambizioso, documentatissimo film saggio che riprende l'LHC come il Discovery One di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968) e procede come Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog (2010) oscilla quindi tra mistero e rivelazione, immagini e numeri, occhio e cervello, ordine e caos, bellezza e verità, semplicità e complessità. Senso e mancanza di senso, come se l'unica strada percorribile per l'uomo fosse quella del dubbio. Nelle parole della direttrice Fabiola Gianotti, «Mia madre spesso mi chiede: ma queste particelle, le vedete o non le vedete? E se non le vedete, come fate a dire che esistono?»
Scegliere qualcosa di non filmabile per definizione, come la bellezza, e costruirci su un film è operazione rischiosa e ambiziosa allo stesso tempo. Per aiutarsi nell’impresa e ancorarsi a qualcosa di concreto, Valerio Jalongo sceglie di filmare al CERN di Ginevra, mettendo davanti alla macchina da presa gli studenti e ricercatori universitari, oltre all’oggetto dei loro esperimenti.
La strada scelta dal regista è quella degli occhi aperti, sbarrati di fronte alla meraviglia del cosmo e ai segreti da essa celati. La prospettiva è quella di chi questa meraviglia prova a indagarla e sviscerarla nelle sue particelle elementari.
Suggestivo in questo senso l’approccio iniziale, che parte dallo squallore architetturale del quartiere di Ginevra in cui ha sede il CERN per scoprire quanto la bellezza ami nascondersi nei luoghi più inaspettati, preferendo restare invisibile all’occhio nudo. E risiedere nelle parole, nelle idee, nella passione che questi scienziati, talora giovanissimi, sembrano trasmettere di fronte a una macchina da presa. Attraverso macchinari che assomigliano a opere d’arte e installazioni artistiche che invece assomigliano ad esperimenti, emerge un ritratto di attività scientifiche e artistiche come indagine, come immaginazione, come autentico esercizio di libertà.
La suddivisione in segmenti del film conduce inevitabilmente verso un epilogo, sempre più carico di aspettative e di risposte risolutive. Ed è qui che emergono i problemi di Il senso della bellezza: quando Jalongo si allontana dal particulare dell’universo inframicroscopico per provare a sistematizzare, ed elevarsi. Il corredo visivo di questa astrazione, infatti, che accosta le architetture di Borromini e le simmetrie di Roma, o le pitture rupestri nel sud della Francia, sembra troppo ovvio per bastare a spiegare l’inesprimibile. Il passaggio dall’indagine lucreziana sulla natura delle cose alla banalizzazione di testo e immagini è rapido quanto doloroso, sintomatico di un’occasione sprecata.
Un'opera che mette insieme scienza, arte, cinema e documentario per domandarsi cosa sia la bellezza. E' numeri, arte, danza, scienza? quanto può essere difficoltoso tradurre insieme tanti linguaggi in un'unica opera? E' un film? E' un documentario? Scientifico, drammatico, esplorativo? E ' di certo un successo che mi ha lasciata attaccata allo schermo, [...] Vai alla recensione »
Da oltre un secolo fisici e artisti si tengono d'occhio, considerandosi interlocutori privilegiati, adatti, se non a comprendere gli uni il lavoro degli altri, almeno a sentirselo affine. Questa sintonia viene ora narrata in un film: «Il senso della bellezza, arte e scienza al Cern». Scritto e diretto da Valerio Jalongo, sarà presentato il 21 e 22 novembre in diverse sale italiane.