| Titolo originale | Steve Jobs |
| Anno | 2015 |
| Genere | Biografico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 122 minuti |
| Regia di | Danny Boyle |
| Attori | Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg Katherine Warerson, Sarah Snook, Adam Shapiro, Perla Haney-Jardine, Ripley Sobo, Makenzie Moss, John Ortiz, Katherine Waterston, John Steen, Stan Roth, Mihran Slougian, Robert Anthony Peters, Noreen Lee, Gail Fenton, Karen Kahn, Rachel Caproni, Lily Tung Crystal, Damara Reilly, Marika Casteel, Dylan Freitas-D'Louhy, Chris Tomasso, John Chovanec, Daniel Liddle, Lora Oliver, Colm O'Riain, Anita Bennett, Greg Mills, Melissa Etezadi, Rick Chambers, Sara Welch, Emmett Miller, Marc Istook, Carlo Cecchetto, Kristina Guerrero (II), Bill Seward, Mark Mester, Derrin Horton. |
| Uscita | giovedì 21 gennaio 2016 |
| Tag | Da vedere 2015 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,58 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento venerdì 22 gennaio 2016
Michael Fassbender è il protagonista di un film dedicato alla figura rivoluzionaria di Steve Jobs e alle sue brillanti intuizioni. Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 4 candidature e vinto 2 Golden Globes, 3 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 3 candidature a Critics Choice Award, 2 candidature a SAG Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, In Italia al Box Office Steve Jobs ha incassato 1,2 milioni di euro .
Steve Jobs è disponibile a Noleggio e in Digital Download
su TROVA STREAMING
e in DVD
e Blu-Ray
Compra subito
|
CONSIGLIATO SÌ
|
È il 1984 e manca pochissimo al lancio del primo Macintosh. Poi sarà la volta del NeXT nel 1988 e del iMac nel '98. Scortato dal suo braccio destro, la fedelissima Joanna Hoffman, nel backstage che muta col mutare dei decenni e dei costumi, Steve Jobs affronta gli imprevisti dell'ultimo minuto, immancabili contrattempi che si presentano sotto forma di esseri umani e rispondono al nome di Lisa, sua figlia, di Chrisann Brennan, la madre di Lisa, Steve Wozniak, il partner dei leggendari inizi nel garage di Los Altos, John Sculley, CEO Apple, Andy Hertzfeld, ingegnere del software.
Non poteva non dotarsi di un perfetto design strutturale, ovvero di un'eccellente e funzionale idea "grafica", il film di Danny Boyle sull'imprenditore visionario che ha inventato il mouse, le icone, l'iPhone, l'iPod e l'iPad, incarnando una concezione dell'innovazione che non inseguiva mai l'omologazione ma santificava l'anomalia. E non poteva non parlare, come tutto il cinema di Boyle, di un caso di "campo di distorsione della realtà", per usare le parole del biografo di Jobs, Walter Isaacson, a cui si ispira liberamente il film. Ma non è distorcendo le immagini, come ha fatto in passato, che Boyle poteva raccontare questa storia: per sorprenderci andavano rovesciate le carte in tavola e ci voleva un grande drammaturgo, un Aaron Sorkin, per esempio.
Birbante intelligenza, anziché annoiarci con il racconto a tutti già noto di un successo professionale accompagnato da una serie di insuccessi sul fronte umano e personale, Sorkin racconta appunto il contrario: un successo umano, ottenuto faticosamente, attraversando anni di insuccessi professionali, aspettative frustrate, persino umiliazioni pubbliche. Certo, Jobs è testardo, arrogante, sfruttatore, "incompatibile" con il resto del mondo, e non c'è bisogno di rettificare: consapevole delle sue debolezze, saldo nei suoi difetti, solo così il ritratto di Steve Jobs è quello di un essere umano, imperfetto come ogni altro, creatore, però, di prodotti imperituri, senza peccato originale. In questa consapevolezza dei propri limiti morali e comportamentali, che Sorkin affida al protagonista del racconto, c'è quasi un'idea di sacrificio, per cui il leader rinuncia all'umana comprensione e al gradimento del popolo per lasciare un segno nella storia, a beneficio dei posteri. Cresceranno e capiranno, come Lisa, che assurge così a emblema dello spettatore critico, destinato a cedere al fascino dell'intelligenza al lavoro.
Ambientato interamente dietro le quinte, Steve Jobs ci illude magicamente di entrare a conoscenza di un retroscena mitizzato, dove le dure parole degli amici vanno effettivamente a segno dietro le lenti di Fassbender, anche se non c'è il tempo di leccare la ferita, e dove pagare una follia per smussare gli angoli di un cubo di plastica è una questione vitale, perché incarna quell'idea di bellezza e di "moto all'uomo" che Windows non ha mai contemplato (geniale la stringa di dialogo con la quale Jobs liquida lo schematismo del sistema operativo concorrente). Così facendo, il film racconta davvero, con più sapienza che retorica, un direttore d'orchestra, e non lascia che la metafora resti una frase vuota, ad uso di critici cinematografici senza fantasia. Racconta un artista la cui personalità fa la differenza; qualcuno che possiede tanto la tecnica quanto la capacità interpretativa e sa alla fine far suonare ogni singolo strumento in accordo con la propria concezione generale dell'opera d'arte.
Prendete Danny Boyle, il regista di The Millionaire, del cult Trainspotting, dello struggente 127 Ore, aggiungeteci uno sceneggiatore il cui nome non passa inosservato, Aaron Sorkin, vincitore di un premio Oscar per una delle pellicole più apprezzate degli ultimi anni, The Social Network di David Fincher, e, infine, date loro tutto il tempo e lo spazio necessario per raccontare la storia [...] Vai alla recensione »
È una verità storiografica. Se si vuole ragionare su una ipotetica estetica degli anni 90 (del secolo scorso), due film sono preponderanti: Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994) e Trainspotting di Danny Boyle (1996). Un regista statunitense e un inglese di origine irlandese che gira in slang scozzese: mondi divisi dalla stessa lingua. E uniti da una energia visiva controcorrente, più originale e alla distanza "filosofica" quella di Tarantino, più mainstream e d'effetto quella di Boyle, con una idea di montaggio sincopato subito metabolizzata dalla pubblicità (ricordate lo spot della Superga intitolato "The Challenge" diretto da Tarsem nel 1997, con la stessa musica dei Prodigy?). Ma al di là delle riserve, Trainspotting è lì, è storia, una pietra miliare imprescindibile. Oggi il cineasta di Manchester, classe 1956, anche alla luce del biopic Steve Jobs con Michael Fassbender, nelle sale dal 21 gennaio, appare normalizzato. Un autore certamente personale, sempre alla ricerca di modalità espressive che facciano in qualche modo sensazione, ma capace soprattutto di sorprendere per la superficie, la buccia, con poca sostanza se alle prese con progetti particolarmente ambiziosi.
In Steve Jobs, Boyle si mette invece al servizio della sceneggiatura d'acciaio di Aaron Sorkin, fresco di Golden Globe, con una regia più neutra, un po' da biopic
Il suo acclamato The Millionaire (2008) si aggiudica 8 Oscar, tra i quali miglior film e miglior regia, uno dei punti più bassi dell'Academy degli ultimi anni. Storia di un ragazzino povero che trionfa all'edizione indiana di Chi vuol essere milionario?, sembra il bigino di un cinema esotico a uso e consumo del pubblico occidentale più pigro, l'equivalente di un viaggio organizzato attraverso gli stereotipi di Bollywood. Il successo coglie forse impreparato lo stesso Danny Boyle, che aveva decisamente sbagliato un altro film in precedenza (The Beach con Leonardo DiCaprio e Virginie Ledoyen, 2000), e per motivi non troppo diversi. Tenta di rimettersi in gioco con un lavoro invece molto interessante, 127 ore, con James Franco (2010: per inciso, una delle migliori performance dell'attore). Appassionato di trekking e biking, un giovane finisce in un crepaccio di roccia dove resta incastrato. Dopo 5 giorni di deliri (anche) formato selfie, si amputa il braccio con un coltellino e si salva la pelle. Tutto vero. Il film è adrenalinico e ansiogeno: un action sugli sport estremi giocato sul paradosso di un protagonista completamente immobile.
Hollywood si sta abituando a trasformare le classiche biografie in frammenti, istantanee, raccontando i personaggi attraverso pochi, ma efficaci episodi. E' il caso di questo geniale biopic, dal taglio teatrale, su Jobs (un grande Fassbender), dalla sceneggiatura formidabìle, che con tre momenti chiave (la presentazione del primo Mac, quella del primo Next, e quella dell'iMac), traccia il suo ritratto [...] Vai alla recensione »