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Ultimo aggiornamento martedì 22 ottobre 2013
Un boss mafioso italoamericano stanziato in un paesino della Francia del nord assieme alla sua famiglia dal programma protezione testimoni non riesce a rassegnarsi ad una vita come tutti i comuni mortali In Italia al Box Office Cose nostre - Malavita ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 1,5 milioni di euro e 688 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO NÌ
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Decisosi a parlare e mandare in galera tutta la sua famiglia (o almeno quelli che ha lasciato in vita) assieme al proprio clan, il boss mafioso Giovanni Manzoni è continuamente trasferito da una casa all'altra e da un'identità fittizia all'altra per il programma protezione testimoni dell'FBI. Arrivato con la moglie, la figlia adolescente e il figlio di poco più piccolo in un paesino della Francia, tenterà di sopprimere la sua natura mentre i suoi parenti si integrano a modo proprio con l'ambiente locale.
Intanto in una galera americana, uno dei molti capi che ha fatto incarcerare con la sua testimonianza non smette di cercarlo per chiudere i conti.
C'è il tocco di Martin Scorsese su Cose nostre - Malavita, film di cui è produttore esecutivo e che infatti non ha i soliti toni eccessivi di Luc Besson ma un'inedita (per il regista francese) vicinanza ai temi narrati. Il quadro della famiglia di Cose nostre è infatti un film di mafia post-Soprano, in cui i malavitosi sono persone insospettabilmente normali ma capaci di perpetrare azioni truci nella stessa maniera in cui si va al lavoro ogni giorno. Ma diversamente dal solito il ritratto è contaminato da un affetto, una nostalgia e al tempo stesso un autentico terrore del crimine italoamericano che paiono venire dall'immaginario scorsesiano.
Il calco ufficiale è il romanzo "Malavita" di Tonino Benacquista, quello non ufficiale sembra invece l'unione di In Bruges e Quei bravi ragazzi (che in un momento di metacinema sfiorato viene proiettato davanti al protagonista interpretato da Robert De Niro). È impossibile infatti non notare un certo piacere filmico nel manipolare la trama e i personaggi che compongono la famiglia del film in modo che oscillino in continuazione tra dramma e commedia, tra risata e tensione, facendosi forza di un'ambientazione inusuale (il paesino della Francia del nord) utilizzata con una chiave satirica che ricorda il film di McDonagh. Al tempo stesso è anche evidente come uno dei punti chiave della trama sia la discesa del boss, il suo essere ridotto al rango di persona normale, privato dei privilegi, del rispetto e della deferenza che sono dovuti ad un criminale del suo rango e costretto a subire i consueti soprusi di tutti i giorni invece che imporli agli altri, come accade all'Henry Hill di Ray Liotta.
Non c'è quindi molto di originale nel film di Besson, che da sempre è più un abile masticatore di cinema altrui che un creatore originale, tuttavia questa volta il miscuglio è più bilanciato e armonioso del solito. Superando la chimera dell'originalità a tutti i costi, Besson riesce a saltare dall'high school movie alle sparatorie in mezzo alle strade, dai dialoghi screwball dei due coniugi a quelli noir tra De Niro e Tommy Lee Jones, con un'agilità che non fa sentire nessuna fatica al pubblico, anzi esalta le qualità del film.
La trama non è così scontata, anzi l’ho trovata molto originale: il mafioso americano pentito con moglie e due figli che seguono le tradizioni italiane (come ad esempio l’importanza di mangiare la pasta e dell’alimentazione mediterranea) costretti a vivere in uno sperduto paesino della Francia del nord ed esattamente in Normandia.
«Stavolta ci chiameremo Blake» dice il marito alla famigliola, la bionda moglie che non passa inosservata, e i due figli adolescenti, Bella (Dianna Agron) e Warren (John Di Leo) ai quali l'idea di lasciare la Costa azzurra per un paesino della Normandia non piace per niente. In più nel nuovo posto tutti li guardano male, sono americani e, solo perché ci hanno liberato pensano di permettersi tutto, [...] Vai alla recensione »