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Il fantasma di Salò

Daniele Vicari e la vergogna della Diaz.
di Roy Menarini

In foto l'attore Elio Germano in una scena del film.
Elio Germano (38 anni) 25 settembre 1980, Roma (Italia) - Bilancia. Interpreta Luca Gualtieri nel film di Daniele Vicari Diaz - Non pulire questo sangue.

domenica 15 aprile 2012 - Approfondimenti

Ancora il cinema civile e politico al centro della discussione. Dopo Romanzo di una strage e ACAB – con cui Diaz compone chiaramente un involontario dittico – il film di Daniele Vicari sembra ancora più degli altri costituirsi come pietra di paragone per futuri tentativi di raccontare le vicende scabrose dell’Italia contemporanea. Anzitutto, va apprezzato il coraggio: come da più parti si è notato, il solo cimentarsi nella realizzazione di un film così duro e incompromissorio su quel che è avvenuto la notte del 21 luglio alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto significa attirarsi problemi a non finire. Tuttavia, vedendo il film, ci si accorge che la vocazione internazionale della pellicola, girata in Romania e recitata in varie lingue, vincitrice di un lusinghiero premio del pubblico alla Berlinale (che ne conferma la drammatica comprensibilità all’estero), mette al riparo Diaz dal rischio di interloquire solamente con il proscenio nazionale.
Dal punto di vista cinematografico (l’aspetto che Giordana ha tragicamente ignorato in nome di una martellante quanto screditata ricostruzione degli avvenimenti), Vicari – come Sollima – compie alcuni gesti importanti. Il primo è il set. A ben pensarci, infatti, Diaz funziona in maniera eguale e contraria al bellissimo Cesare deve morire. Nel film di Paolo e Vittorio Taviani, infatti, la vera prigione abitata da veri carcerati diventa set di finzione e teatro shakespeariano, in un continuo raddoppiamento tra scena e cella. Qui un set dettagliatissimo, ma totalmente falso (per di più ricostruito in un’altra nazione), diviene veridico grazie alla installazione e ricostruzione drammatica dei gesti e delle micidiali violenze che si sono perpetrate all’interno dell’edificio. Genova 2001 è stata raccontata da mille videocamere professionali e non, bloccate tuttavia alle soglie di Diaz e Bolzaneto, castelli kafkiani dove è accaduto l’impensabile. Le immagini ora ci sono, basate su migliaia di pagine giudiziarie e di testimonianze oculari, e offrono finalmente una visione a quelli che altrimenti sarebbero rimasti solamente ricordi traumatici delle vittime. Gli avvenimenti della Diaz sono ora fissati una volta per tutte e consegnati all’agorà pubblica, secondo una funzione memoriale del cinema che, memore della lezione di Costa Gavras in particolare, sembrava un po’ tramontata in epoca di frantumazione dell’opinione pubblica.
Ma Vicari non si ferma qui. Non sappiamo quanto consapevolmente, i furiosi pestaggi e le brutali umiliazioni dei corpo alla Diaz e a Bolzaneto giungono talvolta a ricordarci Salò. In particolare, ciò avviene quando dalla repressione si passa al sadismo, i corpi svenuti delle vittime vengono ammassati seminudi uno sull’altro, i volti dei prigionieri marchiati col pennarello e degradati ad animali (il manifestante costretto ad abbaiare a quattro zampe), le parti intime delle donne molestate e esibite, fino alla sequenza più nauseante, quella di una donna in divisa che impedisce alla ragazza arrestata e torturata di pulirsi dal sangue e dall’urina. La rapidità con cui in quei giorni la democrazia e i diritti sono franati viene giustamente enfatizzata anche dal rapporto fantasmatico con una delle pellicole, quella di Pasolini, più impressionanti e rovinose della storia del cinema italiano.

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