| Titolo originale | Un prophète |
| Anno | 2009 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Italia |
| Durata | 150 minuti |
| Regia di | Jacques Audiard |
| Attori | Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi, Rabah Loucif. |
| Uscita | venerdì 19 marzo 2010 |
| Tag | Da vedere 2009 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,54 su 25 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 2 aprile 2015
Malik entra in prigione a 19 anni per scontare una lunga pena ma apprende subito a caricarsi di nuove colpe, poi a sopportarle, quindi a farle fruttare. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura ai Nastri d'Argento, 1 candidatura a David di Donatello, 1 candidatura a Golden Globes, ha vinto un premio ai BAFTA, 6 candidature e vinto 2 European Film Awards, a London Film Festival, 12 candidature e vinto 8 Cesar, In Italia al Box Office Il profeta ha incassato 637 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c'è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l'omicidio come rito d'iniziazione, l'ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.
Ciò avviene all'interno di una prigione, il cinema lo ha già raccontato altrove meglio che qui, per non parlare di come nasce un padrino. Quello che fa Audiard, nel suo film, è prendere il genere per mostrarsi infedele, instaurare con esso un doppio gioco, come fa Malik con il boss corso, stare apparentemente nelle regole ma prendersi la libertà di raccontare anche molto altro.
Malik è uno che apprende in fretta. Impara ad uccidere ma, dallo stesso crimine, impara anche che nel carcere c'è una scuola dove possono insegnargli a leggere e a scrivere. Dalla scuola apprende un metodo, grazie al quale impara da autodidatta il dialetto franco-italiano della Corsica: di fatto si procura un'arma, che obbliga il capo a tener conto di lui. Dagli arabi impara a capire cosa vogliono, dai Marsigliesi impara a trattare, da un amico, forse, imparerà a voler bene.
I compagni di galera prendono a definirlo un profeta, perché lui è quello che parla, con gli uni e con gli altri, quello che porta i messaggi dentro e fuori, che conosce la gente che può far comodo negli affari. Egli fa grandi cose, insomma; la sua via è tracciata come quella di chi ha una missione.
Ancora una storia che ruota nell'universo tanto umano quanto traditore della comunicazione, dunque, dopo quella in cui Vincent Cassel leggeva dalle labbra e quella in cui Romain Duris si affidava alle note. Qui le lingue sono almeno tre, ma è quella silenziosa del sangue che sigla gli accordi, e il potere, in questo codice, è inversamente proporzionale al numero di parole che richiede.
La critica di Audiard alla mala educazione del sistema carcerario è evidente, talvolta aspra, talvolta sarcastica (le uscite per "buona condotta"), ma non è tramite la parola che si esprime: la sua lingua è quella della regia, di cui è interprete sicuro e abile. Quello che propone allo spettatore, qui come in tutte le sue opere, è l'immersione completa nel mondo che racconta, la sospensione del pre-giudizio, lo spettacolo della complessità di un personaggio maschile. La pretesa questa volta, però, va oltre l'offerta: nonostante l'ottimo Tahar Rahim, protagonista, Un prophète si dilata oltremodo, prova qualche artificio ma non fino in fondo, sfiora emozioni interessanti che abbandona troppo in fretta, si lascia imprigionare dalla materia che vorrebbe liberare. Un film più maturo dei precedenti, ma meno comunicativo.
Ci sono alcuni film (rarissimi purtroppo) tanto complessi, articolati che ritengo, da parte mia, non recensibili, perché so di non essere capace di espimere tutto ciò che il film esprime. Perderei particolari, rimandi, sfumature, sensi e sottosenti. Quindi avevo deciso di non recensire "Un prophete". Poi col tempo tutti i ricordi si essenzializzano, così anche i film. [...] Vai alla recensione »
Lo stato di salute di un cinema - e di un Paese - si valuta anche dalla forza delle auto-rappresentazioni che cinema e Paese danno di sé. Una cultura ha bisogno di affreschi, di metafore: sono gli specchi indispensabili per guardarsi, analizzarsi, capirsi. Se ci pensate un attimo, la metafora dell'Italia più forte che il cinema ci ha dato negli ultimi anni è quella di Gomorra.