| Anno | 2008 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 110 minuti |
| Regia di | Paolo Sorrentino |
| Attori | Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo, Cristina Serafini, Achille Brugnini, Victor Goubanov, Bob Marchese, Fanny Ardant. |
| Uscita | mercoledì 28 maggio 2008 |
| Tag | Da vedere 2008 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| MYmonetro | 3,41 su 22 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 16 maggio 2014
La storia d'Italia attraverso la vita e la carriera di un uomo: Giulio Andreotti. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 9 candidature e vinto 4 Nastri d'Argento, 15 candidature e vinto 6 David di Donatello, In Italia al Box Office Il divo ha incassato 4,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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C'è un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l'agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima immagine (grottesca) di Giulio Andreotti ne Il divo.
Siamo negli Anni Ottanta e quest'uomo freddo e distaccato, apparentemente privo di qualsiasi reazione emotiva, è a capo di una potente corrente della Democrazia Cristiana ed è pronto per l'ennesima presidenza del Consiglio. L'uccisione di Aldo Moro pesa però su di lui come un macigno impossibile da rimuovere. Passerà attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli) in cui lo si riterrà a vario titolo coinvolto, supererà senza esserne scalfito Tangentopoli per finire sotto processo per collusione con la mafia. Processo dal quale verrà assolto.
Paolo Sorrentino torna a fare cinema direttamente politico in Italia (Il caimano essendo un'abile commistione di politico e privato). Compie una scelta difficile pur decidendo di colpire un obiettivo facile: Andreotti. L'uomo di Stato che è stato definito di volta in volta, la Sfinge, il Gobbo, La Volpe, il Papa nero, Belzebù e, giustappunto, il Divo Giulio si prestava sicuramente a divenire simbolo di una riflessione sui mali del nostro Paese. La scelta era comunque difficile perchè Sorrentino aveva alle sue spalle almeno tre nomi ai quali ispirarsi e dai quali stilisticamente distinguersi in questa sua riscoperta del cinema impegnato: Francesco Rosi, Elio Petri, Giuseppe Ferrara. Il primo con il suo rigore nella denuncia, il secondo con una visionarietà graffiante, il terzo con il suo cronachismo drammaturgicamente efficace.
Sorrentino riesce nell'operazione. Dichiara, consapevolmente o meno, i propri debiti nei confronti degli autori citati nella fase iniziale del film che innerva però sin da subito con una cifra di grottesco che diventa la sua personale lettura del personaggio e di coloro che lo hanno circondato e sostenuto. Proprio grazie a questa scelta stilistica può permettersi, nell'ultima parte del film, di proporci le fasi processuali per l'accusa di mafia grazie a una visione in cui surreale e reale finiscono con il coincidere.
L'Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto se stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l'unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta "I migliori anni della nostra vita" entra di diritto nella storia del cinema italiano. È la sintesi perfetta (ancor più degli incubi ritornanti con le parole come pietre scritte a lui e su di lui da Aldo Moro dalla prigione delle BR) di una vita consacrata sull'altare sbagliato.
Una vita in cui, come afferma lo stesso Andreotti (interpretato da un Servillo capace di cancellare qualsiasi remota ipotesi di imitazione per dedicarsi invece a uno scavo dell'interiorità del personaggio), è inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene.
That's Life? Forse non necessariamente.
Nel 1989 Giulio Andreotti, esponente di punta della Democrazia Cristiana, viene incaricato di formare un nuovo governo, ricoprendo per la settima volta la carica di Presidente del Consiglio. Tre anni più tardi, al termine della legislatura, Andreotti rassegna le sue dimissioni, con l'aspirazione ad essere eletto Presidente della Repubblica; nel frattempo, però, la politica italiana viene travolta dallo scandalo di Tangentopoli.
Paolo Sorrentino, regista dell'apprezzato Le conseguenze dell'amore, firma e dirige Il divo, pellicola accolta con consensi entusiastici al Festival di Cannes 2008. Protagonista assoluto del film ovviamente è lui, il divo Giulio, vale a dire il senatore a vita Giulio Andreotti, classe 1919, personaggio di primissimo piano della politica italiana per oltre mezzo secolo, interpretato sul grande schermo da un magistrale Toni Servillo, a dir poco perfetto nella sua mimetica aderenza al modello originale. Statista abilissimo, individuo dalla personalità distaccata ed impenetrabile, definito di volta in volta il Gobbo, il Papa Nero, Belzebù (insieme a molti altri soprannomi), nel corso degli anni Andreotti è arrivato ad essere identificato, nell'immaginario collettivo, come la massima incarnazione del Potere, oltre che il simbolo di un sistema politico che è stato spazzato via all'inizio degli anni '90 con lo scandalo di Tangentopoli. E nel film di Sorrentino, la parabola discendente del divo Giulio diventa appunto un'inquietante metafora della storia recente del nostro paese.
Ne Il divo, il regista napoletano ripercorre gli ultimi anni della carriera di Andreotti: dal 1989, con la nascita del suo settimo governo, ai due processi di Palermo e di Perugia, con il rinvio a giudizio per il reato di associazione mafiosa e per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli; in mezzo ci sono le morti di Calvi, Lima, Sindona, Ambrosoli, Falcone e del generale Dalla Chiesa e la mancata elezione di Andreotti al Quirinale, fino a Tangentopoli ed al definitivo tramonto della Democrazia Cristiana. La narrazione mescola con disinvoltura pubblico e privato, fatti storici e parentesi quasi surreali, ma senza mai sciogliere quell'aurea di enigma che contraddistingue da sempre la figura di Andreotti. L'immagine offerta allo spettatore è quella di un uomo solo al vertice, che di fronte alle provocazioni e alle difficoltà non perde mai il controllo, ma si limita a sfoderare la sua consueta, graffiante ironia. La macchina da presa lo segue durante le sue passeggiate notturne a Via del Corso, accompagnato dalla scorta, ed in chiesa, fin dentro al confessionale; ce lo mostra mentre si aggira nervosamente fra i corridoi della propria casa, oppure seduto nell'oscurità, tormentato dalle solite emicranie e dai ricordi (o piuttosto i rimorsi) del rapimento di Aldo Moro.
Attraverso uno stile originale che si affida spesso alla cifra del grottesco, Sorrentino riesce a regalarci un ritratto inedito di uno dei più importanti politici italiani; il merito, però, va spartito in egual misura con un superlativo Servillo, bravissimo nell'esprimere, con una recitazione misurata e sottotono, il senso di ambiguità del suo protagonista. Un'ambiguità che viene resa anche tramite l'atmosfera buia ed opprimente delle stanze del potere, dove vediamo il divo circondato dai suoi più stretti seguaci: tutti i membri della corrente "andreottiana" della DC (il film indica con precisione nomi e cognomi), insieme con coloro che si rivolgono a lui per chiedere ed ottenere favori. A fare da ideale contrappunto ai vari "uomini di stato" sono i personaggi femminili: la moglie Livia (Anna Bonaiuto), la sua fedele segretaria Vincenza (Piera Degli Esposti) ed una nobildonna francese (Fanny Ardant, non accreditata). Da antologia la parte finale della pellicola: un'autentica "discesa nelle tenebre" che raggiunge il suo climax nel memorabile monologo pronunciato da Andreotti / Servillo, quasi come un disperato tentativo di mettere a tacere i fantasmi della propria coscienza: "La nostra inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo; e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi; un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch'io".
Il film cerca di ricostruire le Mosse politiche e private di Giulio Andreotti a partire dalla formazione del suo ultimo governo e andando a ritroso nel tempo. Molto efficace la costruzione del film da parte di Sorrentino che si è trovato ad affrontare non poche difficoltà. Intanto cercare di ricostruire numerosi fatti all'interno della ragionevole durata che deve avere un film e [...] Vai alla recensione »
Decolla rapidissimo il film, adrenalinico come un'opera rock nerissima, apocalittica versione all'italiana di The Wall. La prima immagine è la testa di Andreotti trafitta dagli spilli dell'agopuntura all'alba, l'ora del lupo, mentre la sua voce sussurrata fuori campo recita il De Profundis per tutti quelli logorati dal potere che non c'è: «È andata sempre così.