Il divo

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Un film di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso.
continua»
Drammatico, durata 110 min. - Italia 2008. - Lucky Red uscita mercoledì 28 maggio 2008. MYMONETRO Il divo * * * - - valutazione media: 3,47 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Torno in Italia per Andreotti (e alla faccia di Tarantino)

di Marco Cicala Il Venerdì di Repubblica

Non prendetela per una diagnosi di decadenza ma per una semplice constatazione comportamentale: sono sempre di meno le donne - e gli uomini - che quando odono di gusto rovesciano la testa all'indietro, occhi spalancati al cielo, come in certi film del muto Fanny Ardant appartiene a questa residua tribù. t anche una delle ultime rappresentanti di un antico e nobile flusso «migratorio»: quello degli attori francesi in Italia. Nel 2003 l'avevamo vista recitare in italiano nell'inquietante L'odore del sangue di Mario Mortone. Ora ha finito di girare L'ora di punta di Vincenzo Marra («Faccio una donna che si innamora di un ragazzo più giovane e poi lui E un per scalare il potere») e si prepara a sbarcare sul set, blindatissimo, di il divo, il film di Paolo Sorrentino sulla vita dì Giulio Andreotti, in lavorazione in questi giorni («Ho un piccolo ruolo del quale non posso dire nulla»).
Quentin Tarantino sostiene che oggi il cinema italiano è deprimente. Mentre lei, come dite da queste parti, persiste et signe, insiste e ci mette la firma...
(Fanny Ardant non risponde, insegue qualcosa con lo sguardo: una zanzara. La disintegra dentro una specie di battimani). «Scusi...».
Ma si figuri. Bel colpo.
«Dicevamo? Ah sì, Tarantino. Non gli dia retta. È un tocard. Una patacca. Fumo negli occhi. Uno che al massimo potrebbe girare videogame o clip musicali, Sta forse meglio il cinema americano? Macché. Un pesce lesso. E poi senta: è da quando ho iniziato a fare questo mestiere che sento parlare di crisi. Basta. In fondo è un po' come per il vino. Mica tutte le annate possono essere eccellenti. No, bisogna restare umili. E lavorare».
Tanto più che un cinema conformista può essere specchio d'un Paese un po' lasco, apatico, seduto...
«Questo sì. Qui come da voi la generazione dei trentenni tende ad essere troppo pulitina, obbediente, politicamente corretta. Quasi aspettasse solo le ferie o la pensione. Preferisco un'Italia più incasinata, contraddittoria, individualista. Anche nel cinema. Uomini-ossimoro come Luchino Visconti, un nobile ma comunista. Oppure Zeffirelli che dicono "di destra" ma è persona d'una generosità quasi egualitaria».
Contenta di Sarkozy all'Eliseo?
«Non ho votato. Non voto. Però finora si è mosso bene. Specie nella formazione del governo. Lo criticano per aver tirato dentro i socialisti. È un po' come se avessero accusato Luigi XIV di voler prendere in squadra il cardinal Mazzarino perché era italiano. E che invece si dimostrò personaggio abilissimo».
Mentre Ségolène?
«Una campagna elettorale assurda. Tutto il tempo a ripetere "il primo candidato donna". A vendere il "prodotto" donna, donna, donna. Quasi fosse un fenomeno, un'attrazione. Insensato».
Nel 1971 all'università lei presentò una tesi su «Anarchismo e surrealismo». È anarchica?
(Risata a testa rovesciata).
«Se pure fosse, non trova che dichiararlo sarebbe già un'ingiusta limitazione della mia anarchia?».
Ok. È surrealista?
«Non amo quella pittura. Mi piacciono solo gli scritti. Dove diavolo sono finiti i provocatori, eh? In Francia gli ultimi sono stati Coluche e Gainsbourg. Poi zero. In Italia non mi pare che siate messi meglio».
Però ci viene lo stesso volentieri.
«L'ho detto tante volte: dopo Parigi Roma è la città in cui più mi sento a casa. Anche nel senso di felicemente spaesata. Girando di notte. Oppure mi siedo e ordino spaghetti pomodoro e basilico. Sempre quelli».
Un grande amore.
«Quando me lo fanno notare, rispondo: "Perché diamine dovrei cambiare piatto se sono così buoni?"».
Libertaria, però amante delle abitudini.
«No. Dei rituali. É diverso». Quando non lavora che fa?
«Niente. Tutto. Resto a Parigi. Vado in libreria. Spendo un sacco e leggo come una matta. Se non altro perché, da amante della conversazione, trovo che solo nei libri ci sia abbastanza tempo per parlare. Tutte quelle confessioni, quei ricordi, quei dialoghi. Me lo dice lei dove lo troveremmo nella vita così tanto spazio per chiacchierare?».
Viaggi?
«Li odio. Non sono una che parte alla scoperta dei luoghi. Pensi che la prima volta che sono andata a New York sono rimasta giorni sul letto, senza uscire, perché stavo finendo un libro che mi prendeva un sacco».
Che libro era?
«La scelta di Sophie di William Styron».
Poi un'occhiatina fuori l'avrà data...
«Sì, ma la curiosità mi scatta davvero solo nei posti in cui sto lavorando. E allora attacco a frugarli, a perlustrarli, a perdermi. Per dire, a Roma, non ci verrei mai in visita. Preferisco amarla nelle pause di lavorazione. Quando poi vedo carovane di turisti incolonnate come qui, a Place du Trocadéro, mi fermo a studiarli e a cercare di capire perché».
In effetti avremmo difficoltà a immaginarla in comitiva su un pullman con bermuda, macchinetta fotografica e barattolo di birra, intonando inni conviviali.
«Scherzi a parte. Ha fatto caso che quando chiedi: "Cosa faresti coi soldi se vincessi alla lotteria?", ti rispondono quasi sempre: "Un viaggio"? Secondo me è soprattutto metafora d'un eterno desiderio di fuga, di un altrove. No?».
Torniamo al cinema: ci va spesso?
«Moltissimo. Però, per non nuocere alla passione e ridurla a routine, cerco di andarci meno di un critico. Come per la lettura: non sono un'intellettuale ma una junkie, una drogata».
Teatro?
«Ci vado. Ma preferisco farlo. Non invito mai gli amici ai miei spettacoli, perché so che il teatro può essere spaventosamente noioso. La noia, e comunque, meriterebbe un discorso a parte».
Abbozziamolo.
«La noia è una sfida. Una prova di resistenza dalla quale spessissimo torni indietro con un premio. Le faccio un esempio: poche settimane fa davano tutto il Ring di Wagner. Una rappresentazione ogni due giorni. Mi sono imposta di vedermele tutte. Seduta lì, ho vissuto momenti difficili, quanto a noia, a tentazione di andarmene. Però ho tenuto duro e alla fine, in scena, è sempre successo, spuntato qualcosa, un'idea, un'emozione, un'immagine folgorante. Bisogna installarsi, accomodarsi nella noia e aspettare che ne baleni un trac, quel non so che che ti fa tornare a casa contento, magari esaltato».
Tra i suoi film ce n'è stato qualcuno nel quale aveva particolarmente creduto e il cui risultato l'ha delusa? «Tutti».
Ma no: compreso Truffaut?
«In La signora della parta accanto non mi piaccio. Eppure è un cult.
Quindi si rivede. Spesso?
«Da un po', quando mi capita, non mi tiro indietro. Non spengo la tv. E, onestamente, autocritiche a parte, qualche volta mi assolvo».
Con Franco Zeffirelli ha interpretato Maria Callas, e da tempo va ripetendo che vorrebbe recitare Cleopatra: attraversa una fase di megalomania?
«(Risata)
Dico Cleopatra perché come farei a interpretare Giulio Cesare, il più grande personaggio dell'umanità insieme a Gesù Cristo e Napoleone?». Altri progetti?
«Diventare una vecchietta insolente. Bere moltissimo alcol - adesso mi limito a qualche bicchiere - e fare smodato uso di stupefacenti. Guardi che non dico per scherzo».
Guardi che le crediamo.
Ma «altri progetti» nel senso di film?
«Una commedia con Gérard Depardieu».
Anche lui si prepara a diventare un vecchietto insolente?
«È una delle poche cose di cui possiamo essere assolutamente certi».
Da Il Venerdì di Repubblica, 20 Luglio 2007

di Marco Cicala, 20 Luglio 2007

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