Il divo

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Per fare il Divo Giulio (e non imitarlo) ho studiato il Lucky Luciano di Volontè.

di Emilio Marrese Il Venerdì di Repubblica

Il Divo ha il terrore di fare il divo. Sarà forse anche per questo che poi si finisce a mangiare polpette sul bancone di una vecchia salumeria del centro di Napoli - a qualche anno luce dalla Croisette - dove nessuno riconosce Toni Servillo, l'attore italiano del momento, secondo molti il migliore. Le parole che teme di più da un'intervista (successo, star, icona eccetera) le esorcizza pronunciandole per primo in un lungo preambolo: «Ho voluto apposta che ci incontrassimo nella vecchia sede dei Teatri Uniti. Le lusinghe fanno piacere, ma la mia dimensione resta quella di uno che si mette in discussione ogni sera a teatro, creandosi difficoltà e inciampi. Il mio mestiere è il capocomico, altro che star. Le cose non succedono per caso. Questo momento, tra il David e i due film a Cannes, è il frutto del lavoro di un ambiente culturale di cui mi sento espressione, un gruppo che condivide da tanto orizzonti e visione del mondo. Successo è una parola astratta: ne preferisco altre, come lavoro e scelte».
Come si entra dentro Andreotti e, soprattutto, in che condizioni se ne esce?
«Eliminando in partenza il problema di entrarci, immedesimarsi, mimetizzarsi: un approccio sbagliato. L'ho costruito davanti alla macchina da presa, per poi abbandonarlo appena spenta. Se ne esce stanchi: tre ore di trucco, dieci di set e altre tre per struccarmi. Per due mesi».
Ci si gioca tanto a interpretare un vivente così noto...
«Infatti avevo qualche perplessità. Poi, dopo la prima prova trucco, i dubbi sono scomparsi. Ho cercato di fare in modo che tutta la concentrazione restasse sulla qualità della sceneggiatura. Il risultato è un'astrazione simbolica».
II suo senatore è somigliante, ma non troppo.
«Ho affrontato la parte mostrandolo a vista: in maniera "epica", per usare una terminologia brechtiana, sfuggendo così la perniciosità della caricatura stile Bagaglino. Non dovevamo fare una fiction né un documentarlo. Al contempo, non potevo prestargli nulla di me stesso - la voce, i modi, il comportamento - come ad un personaggio di fantasia. Si parte da un simbolo forte del potere - con tutta la persuasività, il mistero e l'imperscrutabilità di questo - per poi allontanarsi e far riflettere sul tema: quegli anni che hanno cambiato non poco il Paese».
Ha studiato filmati o documenti di Andreotti?
«No. Né fho incontrato. Mi sono riguardato il Lucky Luciano di Volontè e mi sono riletto le cronache di Manganelli su un congresso Dc suggendone l'atmosfera curiale; vedovile, bisbigliata (Todo modo di Elio Petri: l'omertà, l'aura di peccato, i silenzi».
Se al vero Divo piacerà il film, ci resterà male?
«Non mi sono posto la domanda. Credo molto nella possibilità che questo film comunichi qualcosa e aspetto con serena trepidazione di vedere cosa abbiamo combinato. Il Divo e Gomorra sono film che faranno discutere e resteranno».
In Gomorra è un manager che smaltisce illegalmente al Sud rifiuti tossici del Nord. Ora la intervisteranno su camorra e immondizia...
«Viviamo una tragedia sulla quale non mi faccio pubblicità squallida. Io sono una semplice `vittima della monnezza, i cui cumuli scavalco ogni mattina per accompagnare mio figlio a scuola. Le montagne di spazzatura sono ricomparse subito dopo le elezioni. Io sono solo un attore e parlo col mio linguaggio. Le soluzioni le aspetto, come tutti, da chi è stato votato per trovarle».
Uno si sbatte per trent'anni a teatro e poi si ritrova star di botto per quattro film.
«Questo mi dà ora la possibilità di mischiare i pubblici. Chi mi ha scoperto al cinema viene a teatro e non prende il "pacco", come accade quando il teatro viene vissuto come protesi del successo televisivo o cinematografico. Poi ho visto aumentare esponenzialmente la mia libertà di scegliere ciò in cui credo. Non sono un uomo per tutte le stagioni e rispetto il pubblico, che da me si aspetta un certo tipo di cose».
Istrionica al teatro, al cinema viene elogiato spesso per l'arte della «sottrazione» Sono due Servillo diversi?
«Questa della sottrazione temo diventi un clichet. Per Andreotti ho fatto il massimo sforzo per affidarmi al minimo segno. Ma in L'uomo in più o in Lascia perdere, Johnny!, interpretavo personaggi eccessivi. Aspetto da molto che mi propongano al cinema una commedia con un ruolo debordante e sopra le righe come quelli che ho a teatro».
Potrebbe proporselo da sé: è un regista teatrale, anche di lirica. Perché non al cinema?
«Sono e sarò sempre e solo un attore. Non un creatore. Il film è creare qualcosa che prima non esisteva. Io invece, anche a teatro, mi metto al servizio di qualcosa di cui mi innamoro. È come la musica: ho imparato di più sul concetto di interpretazione da un grande esecutore come Pollini che da chiunque altro».
Da Il Venerdì di Repubblica, 9 maggio 2008

di Emilio Marrese, 9 maggio 2008

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