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Il Divo: l'amico della Famiglia

Premiato a Cannes, Il Divo arriva in Italia e fa i conti con il Potere e con colui che lo ha incarnato al massimo grado.
di Marzia Gandolfi

L'Italia s'è desta?

lunedì 26 maggio 2008 - Approfondimenti

L'Italia s'è desta?
Nessuno oggi nel cinema italiano sa individuare, scoprire e portare alla luce la maschera tragica, ridicola e solennemente beffarda del nostro paese come Nanni Moretti (Il Caimano) e Paolo Sorrentino. Di fatto, ripensando alla produzione italiana degli ultimi anni, non è facile trovare un'analisi critica della situazione in cui versa il nostro paese. Buona parte dei nostri autori sembra essere spesso, molto spesso e troppo spesso, distante dal cogliere i profondi cambiamenti dell'Italia dell'ultimo decennio. Fortunatamente le eccezioni non sono mancate ma ugualmente sembrano casi isolati più che elementi di un progetto artistico e critico condiviso. Grandi autori come Ermanno Olmi e Bernardo Bertolucci, davanti alla condizione italiana dall'inizio degli anni Novanta ad oggi, hanno assunto un atteggiamento di distaccata estraneità: il primo rifugiandosi in pellicole di inattesa attualità attraverso la storia e la metafora (Il mestiere delle armi o Cantando dietro i paraventi) e il secondo perdendosi, se pure magnificamente, in rievocazioni d'epoca (The Dreamers) o in rivendicazioni compiaciute ed estetizzanti (Io ballo da sola). Più attenti e decisamente diretti nel dare il loro contributo all'analisi, spesso impietosa, delle mutazioni dell'Italia sono stati (e sono) Gianni Amelio e Marco Bellocchio: Amelio con una ricerca sulla drammatica direzione "imboccata" dall'Occidente (da Il ladro di bambini a Lamerica) e Bellocchio con una lucida riflessione sul rapporto tra laicità e fede in un film come L'ora di religione. Il cinema di Piccioni, Soldini e Calopresti ha provato a cogliere l'urgente attualità del tempo in cui viviamo, quello dei più "morettiani" Mazzacurati e Luchetti di afferrare i cambiamenti nel rapporto con gli altri (Il toro) o di inaugurare una nuova stagione di cinema civile (Il portaborse). Il "cinema medio d'autore", quello della parossistica rimozione del reale della Comencini (Senior), di Ozpetek, di D'Alatri e di Muccino (Senior) rifugge invece l'analisi di realtà collettive e si rifugia nell'intimità di un universo borghese etero, omo, bianco & nero. Sembra che il cinema italiano sia incapace di descrivere certe nostre mutazioni. Dopo Il Caimano di Moretti, discutibile ma ostentatamente calato nella contemporaneità, qualche segnale promettente arriva dal cinema di Paolo Sorrentino, che dall'esordio (L'uomo in più) non ha più smesso di fare i conti con la realtà, scegliendo storie personali per raccontare temi universali.

Lo strozzino, il cowboy e il divo
Nella disillusione generale sulle capacità di dialogo tra cinema e contemporaneità, arriva sullo schermo l'ultima opera di Paolo Sorrentino: Il Divo, ritratto surreale e "non autorizzato" di Giulio Andreotti. Dopo L'amico di famiglia, l'usuraio "cuore d'oro" dei disperati dell'Agro Pontino, Sorrentino gira una sorta di manifesto politico sulle malefatte del potere necessarie al bene del Belpaese. Il Divo si concentra e scaglia sugli anni del declino di Andreotti e della Democrazia Cristiana, sulla crisi del suo ultimo governo come primo ministro, sulla mancata elezione a presidente della Repubblica (la DC gli preferì Oscar Luigi Scalfaro) e sull'incriminazione per associazione mafiosa. Un film sull'idea di Potere e su colui che lo ha incarnato al massimo grado. Dopo una carrellata di personaggi ai margini, esclusi dalla società, sconfitti e fuori da qualsiasi ecosistema, l'autore napoletano punta su un personaggio "dentro": l'esponente più forte e ambiguo, più intelligente e colto, più furbo e abile, di un fare politica che non esiste più. Il cinema di Paolo Sorrentino, quello dell'uomo in più, del corriere della mafia in trasferta elvetica (Le conseguenze dell'amore), degli usurai "amici di famiglia" e dei cow-boy prodotti culturali delle basi Nato (L'amico di famiglia), è in grado di cogliere alcune trasformazioni radicali, politiche e sociali, e di analizzare i mutamenti profondi del paese. I suoi film non sono mai abitati da cattivi tout court. Come diceva Andreotti: non esistono né santi né peccatori, siamo tutti mediocri peccatori. Per Sorrentino la cattiveria è sempre figlia del disagio, lo stesso Geremia di Giacomo Rizzo è un cattivo per necessità che possiede doti di umanità insospettabili. L'Italia come il divo Andreotti è un paese ambiguo, seducente e difficile da raccontare, ma Sorrentino lavora con le immagini senza dimenticarsi della realtà. È così che il suo divo e il Gomorra di Garrone, arrivano alla sostanza delle cose senza cedere mai alle lusinghe della fiction, sfuggendo alla medietà dello stile televisivo e al clichè di personaggi sempre identici. I loro film sono "architetture" belle in contrasto con la bruttezza degli uomini che le abitano. E alle starlette del red carpet che gli rimproverano lo sfascio volontario dell'Italia all'estero, Sorrentino e Garrone rispondono con la dignità di una sconfitta ammessa e assunta come punto fermo per la rinascita del (nostro) cinema. Forse dell'Italia e degli italiani.

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