Tartarughe sul dorso

Consigliato assolutamente no!
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (Italia)
 dizionari * * * - -
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 pubblicon.d.
Barbora Bobulova Fabrizio Rongione
Fabrizio Rongione   1973 Interpreta Lui
Luigi Diberti
Luigi Diberti (79 anni) 29 Settembre 1939 Interpreta Il dirimpettaio
Antonio Manzini
Antonio Manzini (54 anni) 7 Settembre 1964 Interpreta Primario
Gordana Miletic
Gordana Miletic (82 anni) 7 Marzo 1937 Interpreta La zia
Lucia Mascino
Un lui e una lei si perdono di vista dopo una infanzia passata insieme. Si ritroveranno di nuovo molti anni dopo per ricostruire una storia d'incontri mancati.
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primo piano
Un lui e una lei senza nome, le cui vite si toccano appena
Andrea Chirichelli     * * * - -

Un lui e una lei senza nome, le cui vite si toccano appena, sin dall'infanzia, per brevissimi incontri. Lo sfondo è Trieste, dove lei, studentessa di medicina, vive presso una zia e dove lui, in fuga da un passato di violenza e carcere, lavora come pasticciere. Si ritrovano alcuni anni dopo: lei è diventata medico ed è legata al primario; lui, portuale, precipita con la gru e finisce sotto i ferri della dottoressa. La passione, a lungo repressa, esplode. Una storia d'amore finalmente raccontata in modo anticonvenzionale. Lui reietto dal mondo e incapace di adattarsi alla libertà conquistata a fatica, lei, triste e sperduta, circondata da false certezze. Gli opposti si attraggono e scossa la scintilla, salvifica per entrambi. Mai urlato e girato in modo convincente dall'esordiente Stefano Pasetto, Tartarughe sul dorso è una boccata d'ossigeno nell'asfittico panorama italiota, caratterizzato da commedie da quattro soldi e di matrice oramai tristemente televisiva. La coppia Fabrizio Rongione e Barbora Bobulova, sprigiona un'empatia immediata e dimostra un forte alchimia, utile a rendere credibile la storia, banale certo, ma atipica nel suo svolgimento. Sullo sfondo, vera protagonista, la città di Trieste, terra di confine e di passaggio per anime in cerca di una propria identità. Peccato per alcuni rallentamenti nel ritmo e per l'atroce incipit del film, che fa spudoratamente il verso ad una celebre scena di American Beauty, sequenza breve ma davvero indisponente ed inutile ai fini della storia.

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Premi e nomination Tartarughe sul dorso

premi
nomination
David di Donatello
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di Filippo Mazzarella Ciak

Lui ha un passato oscuro, fa il fotografo per diletto e il pasticcere per necessità. Lei è costretta a lavorare di notte e rinunciare un po’ alla vita. Una partita di “Scarabeo” nel parlatorio di un carcere ne ricostruisce i destini (tragici). Personaggi senza nome, occasioni perse, incontri mancati, il destino come gioco serissimo, l’amore come mancanza. E sullo sfondo una città, Trieste, simbolicamente assente. A differenza dei troppi registi improvvisati di casa nostra, l’esordiente Pasetto mostra una consapevolezza di mezzi ammirevole. »

di Paolo D'Agostini La Repubblica

Il film viene prima che la fama di Barbora Bobulova, certo già largamente sperimentata a partire dal Principe di Homburg di Bellocchio, decollasse con il ruolo della cinica ereditiera pentita in Cuore sacro di Ozpetek. L'esordiente Pasetto ha voluto un film di metafore (già a partire dal titolo: a che serve la dura scorza se ci si trova in una posizione d'impotenza?), di "parole non dette", di suggestioni, di associazioni d'immagini. Sicuramente non d'intreccio. E aveva probabilmente molto presente un modello: quello del polacco Kieslowski, mago nell'inseguire le casualità della vita. »

di Leonardo Jattarelli Il Messaggero

Un chirurgo e il suo paziente. Una Lei e un Lui che non possiedono neanche un nome ma sono stranamente ricchi di un passato che viene in superficie mano a mano, come se da quel passato e solo da quello potesse nascere un presente e, forse, un futuro. In questo equilibrismo temporale, Stefano Pasetto, il regista di Tartarughe sul dorso al suo debutto nel lungometraggio, sceglie efficacemente, in controtendenza, di immergere la storia nella dimensione rarefatta di una Trieste impersonale, dove magicamente basta sfiorarsi, a volte, per riconoscersi. »

di Aldo Fittante Film TV

Lui e lei, due sguardi in pena, con passati ingombranti, in una città di frontiera, passaggio obbligato per andare oltre, per trovare un altrove. Trent’anni sono sufficienti per rischiare di sentirsi completamente fuori luogo e inopportuni. Anni di galera spesi da innocente, violenze brutali subite da un corpo fragile come quello di una tartaruga, che lei accudisce con largo affetto e dietro alla quale si ripara. La metafora è forse un po’ troppo didascalica, ma il primo lungometraggio di Stefano Pasetto merita, è ben scritto, sfrutta Trieste come location dell’anima e si lascia accompagnare con dolente melanconia ai puntuali tratteggi delle note della Banda Osiris. »

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