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E Guareschi creò il comunista Peppone e il democristiano Camillo

In Don Camillo e l'onorevole Peppone Cervi e Fernandel danno il meglio di sé stessi. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

lunedì 18 maggio 2026 - Focus

“Nella cabina dio ti vede, Stalin no.” E’ una delle più felici battute del cinema italiano, mitologica. La pronuncia Fernandel nel film Don Camillo e l’onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955). E’ il titolo più conosciuto e completo dei cinque dedicati a “quei due” Rete 4 continua, ciclicamente a proporli e non lo farebbe se quella serie non portasse numeri importanti. 
In quel film Cervi e Fernandel danno il meglio di sé stessi.  Siamo in tempo di elezioni, certo sono antagonisti per ideologia, partito e mistica. Peppone è sempre circondato da un collettivo di compagni. Ma Camillo, da solo, è sempre in grado di fregarlo. Ma ci sono altre perle di botta e risposta. Per dare un esempio di cultura, sicuro di sé Peppone recita “Risus abundat in bucca stultis. Camillo gli risponde “gloria a te Peppone, oh fronte della cultura” Quello era il gioco, bello e irresistibile. E buono. Esplicitato dalla voce fuori campo del narratore Emilio Cigoli. Alla fine i due pedalano di lena in bicicletta, si superano a vicenda. Voce di Cigoli: “Incomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo. Però, se uno dei due s’attarda l’altro lo aspetta. Per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita.” Una boccata d’aria pura in questa epoca dove i rivali di maggioranza e opposizione si scambiano solo insulti. Che bel segnale trasmettono il comunista e il prete, anche attraverso una didattica semplice ma forte se riesci a coglierla. E adesso è bene coglierla.

Tornando al film. E’ notte, i due trovano in un bosco un carro armato. Incuriositi, attraverso un portello entrano nel carro. Guardano gli strumenti, Peppone spinge un pulsante, e parte un colpo del cannoncino, che va a colpire proprio il ritratto di Stalin. La mattina i compagni del sindaco, furibondi, accusano il prete e Peppone è costretto a difenderlo, e non è facile. Espressa con una trovata geniale e divertente, questa è roba seria, perfettamente alla Guareschi, un momento della storia del dopoguerra quando alcune brigate partigiane si portavano ancora dietro intenzioni rivoluzionarie e avevano conservato le armi.     
E poi le invenzioni. Intuizione fenomenale è il crocefisso che parla col prete. E’ la sua coscienza, che lo frena quando Camillo sta esagerando. Erano due le voci, la prima di Ruggero Ruggeri che poi morì e venne sostituito da Renzo Ricci. Erano giganti del teatro, e anche del cinema di allora. E le voci erano simili, erano poesia. La musica. Alessandro Cicognini, gran maestro, (centinaia di colonne) componeva due sinfonie, una allegra e una sentimentale. Fanno parte della vicenda come gli scenari e gli attori. Cervi e Fernandel, modelli eterni, mai sorpassati.
E merita un canto Giovanni Guareschi, uomo coraggioso e onesto, capace di raccontare vicende cruciali con approccio leggero e divertente.   

Nacque a Fontanelle di Roccabianca il primo maggio (ed è un discreto segnale) del 1908. Un altro segnale è la famiglia. Il padre, Primo Augusto era un sindacalista socialista, la madre Lina Maghenziani era una fervente cattolica. Dunque un destino già segnato e anche una fortuna. Il mantra di Guareschi sono la lotta e il contrasto. Don Camillo e Peppone ne sono i modelli perfetti scaltri, completi, soprattutto il prete. 
E’ legittimo dire che per il suo carattere aggressivo e spigoloso, il Giovannino fosse sempre in pericolo. Diceva: “Se devo discutere con un fascista divento comunista, e viceversa.” E così accadde, ed è uno dei tanti episodi, che dovette farsi un anno di galera per aver insultato Mussolini. Lavorò alla rivista Bertoldo, della Rizzoli, poi al Candido. Del quale scrisse: “Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile». Sì, roba alla Guareschi. E poi, nel 1948 ecco il primo romanzo, "Don Camillo e Peppone". Successo immediato e il cinema lì pronto. I film sono 5. Don Camillo (regia di Julien Duvivier 1952); Il ritorno di don Camillo (Duvivier 1953); Don Camillo e l’onorevole Peppone (Carmine Gallone 1955); Don Camillo monsignore… ma non troppo (Gallone 1961); Il compagno don Camillo (Luigi Comencini 1965). Le vicende non sono mai casuali, vengono da spunti di storia e di cronaca.
Monsignore ma non troppo” parte da un’immagine dove Eisenhower stringe la mano a Krusciov. Allora si chiamava “distensione”. Ma fra i due contendenti di distensione ce n’è poca. “Il ritorno…” parte dall’alluvione del Polesine, che fu in quel 1951 una grande tragedia. Mi espongo, gli americani hanno uno storico da cinema come Oliver Stone. Fatti i debiti distinguo fra Hollywood e il nostro bianco e nero degli anni cinquanta, noi avevamo, e abbiamo, Giovanni Guareschi. Uno come lui, in giro, oggi non c’è.  


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