La conferma di un nuovo talento, qualche sorpresa e il leit motif “Non c’è Italia senza cinema”, ripetuto sul palco e sfoggiato su una spilletta da registi, attori, autori e maestranze.
di Paola Casella
La conferma di un nuovo talento, qualche sorpresa e il leit motif “Non c’è Italia senza cinema”, ripetuto sul palco e sfoggiato su una spilletta da registi, attori, autori e maestranze: così la 71esima cerimonia di premiazione dei David di Donatello si è conclusa all’una e quaranta, con le otto statuette al film che è stata la sorpresa della scorsa annata cinematografica, quel Le città di pianura di Francesco Sossai, opera seconda (ma la prima ad avere una reale distribuzione) passato a Cannes nella sezione Un Certain Regard che aveva ricevuto ben 16 candidature.
Le città di pianura porta a casa i David principali per il miglior film, la miglior regia, la miglior sceneggiatura originale firmata da Sossai con il suo migliore amico Adriano Candiago e il miglior attore a Sergio Romano, ma anche per la miglior canzone (di Krano, pseudonimo di Marco Spigariol), il miglior montaggio (di Paolo Cottignola), il miglior casting (Adriano Candiago), il miglior produttore a Marta Donzelli e Gregorio Paonessa di Vivo Film.
Fra le sorprese, ecco il David al miglior attore non protagonista a Lino Musella per Nonostante di Valerio Mastandrea, con Musella che ringrazia Marco Bellocchio, probabilmente riferendosi alla visibilità che gli ha dato la serie Portobello dove interpreta il “pentito” Giovanni Pandico, e la Global Sumud Flotilla inneggiando alla “Palestina libera”; i premi a Le assaggiatrici, fra cui miglior sceneggiatura non originale, con il regista Silvio Soldini che ha ringraziato con genuino stupore soprattutto nel ricevere il David giovani; la statuetta al miglior documentario va a Roberto Rossellini - Più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Raffaele Brunetti e Andrea Paolo Massara. Il momento più commovente è stato la consegna del David per il miglior cortometraggio a Everyday in Gaza del palestinese Omar Rammal, che in un discorso (senza traduzione dall’inglese) ha parlato del “silenzio e doppi standard di molti governi” e ha concluso ripetendo tre volte “Free Palestine”.
La caduta di stile è stata invece la conduzione goffa e maleducata di Flavio Insinna, che con la scusa di velocizzare la cerimonia, peraltro dilungandosi lui stesso in inutili monologhi e battute puerili, ha interrotto i premiati parlando loro sopra, commentando inopportunamente i loro discorsi di ringraziamento e in generale mancando di rispetto ad una categoria già messa in crisi dai mancati finanziamenti al comparto cinema. Insinna ha ridotto la co-conduttrice Bianca Balti al ruolo di velina, costretta ad arginarlo con risate sempre meno divertite, mentre sul palco molti vincitori venivano liquidati in fretta e furia, ha confuso sceneggiatura e scenografia, non ha riconosciuto sul palco la scrittrice Rosella Postorino, autrice del romanzo Le assaggiatrici, ha zittito Ornella Muti e Gianni Amelio che ricevevano il David alla Carriera. E Bruno Bozzetto, che riceve un David speciale, lascia il palco prima di essere interrotto con uno sbrigativo: “Io vado”.
Ben più divertenti sono state le esplosioni di gioia e i superlativi assoluti di Aurora Quattrocchi, l’83enne vincitrice del “meravigliosissimo” David come miglior attrice per Gioia mia, film che si aggiudica anche il premio al miglior esordio alla regia per Margherita Spampinato; o le risate dalla platea di Andrea Pennacchi, che è salito sul palco assieme a Pierpaolo Capovilla e Roberto Citran a festeggiare Le città di pianura pur non avendo vinto nelle rispettive categorie. Matilda De Angelis invece porta a casa il premio come miglior attrice non protagonista in Fuori di Mario Martone dicendo che “il Paese sta vivendo un impoverimento culturale importante” e dichiara di non capire come mai “la cultura non sia al centro di un Paese fondato sull’arte e la bellezza”, e perché si debba “umiliare un’intera categoria” di lavoratori dello spettacolo.
La città proibita di Gabriele Mainetti vince per la miglior scenografia, con Andrea Costantino e Marco Martucci che dedicano il premio “a tutti i popoli oppressi da plutocrazie terroristiche”, la fotografia di Paolo Carnera e gli effetti visivi di Stefano Leone e Andrea Lo Priore. Primavera di Damiano Michieletto, inspiegabilmente non candidato come miglior film d’esordio, conquista il premio per il miglior compositore (Fabio Massimo Capogrosso), il miglior suono (presa diretta Gianluca Scarlata; montaggio del suono Davide Favargiotti; creazione suoni Daniele Quadrioli; mixer Nadia Paone), i migliori costumi (Maria Rita Barbera e Gaia Calderone) e le migliori acconciature (Marta Jacoponi).
Peccato perché la cornice degli studi di Cinecittà era sontuosa, i numeri musicali – di Annalisa, Arisa, Tommaso Paradiso, Francesca Michielin – degni di uno spettacolo da prima serata. Peccato anche per Cinque secondi di Paolo Virzì e 40 secondi di Vincenzo Alfieri, che restano a bocca asciutta. E speriamo che questa edizione dei David venga ricordata più per il trionfo di un film rivelazione che per la logorrea di Insinna.