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Incontro con Cristina Marchetti e Fabrizio Donvito: «Una scuola di cinema oggi serve a renderci più forti»

Conversazioni sulla creazione della nuova scuola IED Cinema di Milano. 
di Rossella Farinotti

martedì 29 luglio 2025 - Incontri

Se le cose diventano fragili, dobbiamo renderle più forti. Una scuola di cinema oggi serve a rendere più forte la visione di quello che abbiamo intorno”. Cinema - Pensiero - Industria - Creatività, questi sono alcuni dei termini chiave emersi durante la conversazione con la direttrice Cristina Marchetti, fondatrice di OffiCine che, per prima come realtà milanese, pone come punto di partenza uno sguardo e approccio laboratoriale pratico del fare cinema e che qui condivide insieme a Fabrizio Donvito, fondatore di Indiana Production e membro del Comitato Scientifico della scuola insieme a professionisti che in tanti conosciamo.

Parto da una domanda che è stata posta ai membri del Comitato Scientifico ed è scritta sulla home page del sito di IED: Perché una scuola di cinema oggi? Domanda a cui Cristina Marchetti, la fautrice, non hai ancora risposto. E aggiungo: che senso ha un’altra scuola di cinema a Milano?
C.M. Amo il cinema. E penso che sia fondamentale avere uno sguardo attento su quello che accade. Se le cose diventano fragili, dobbiamo renderle più forti, non eliminarle. Per questo una scuola di cinema, oggi, serve a rendere più forte la visione di quello che abbiamo intorno. Naturalmente sono un po’ di parte: come ho detto amo il cinema, ci vado spesso, quando mi è stato chiesto dall’amministratore delegato di IED se, secondo me, aveva senso una scuola di cinema ho immediatamente pensato “si, certo”.
Poi ho immaginato che fosse più corretto che la risposta venisse data da coloro che il cinema lo fanno e che lo vivono, dunque ho fatto questo giro di tavolo partendo da Fabrizio Donvito, che è una figura fondamentale per trattare il cinema dal punto di vista del mondo del lavoro, dell’industria – che non elude la parte artistica -, perché uno sguardo su quello che succede dopo è importante.

Dunque l’anima della scuola è il pensare e fare cinema, ma anche creare una comunità?
C.M. Lo scopo è formare delle persone che poi abbiano degli strumenti per poter accedere al mondo del lavoro. Altrimenti è un bel percorso ma che poi rimane chiuso in un cassetto. Ho fatto dunque le domande a loro, a Fabrizio, a Luca Bigazzi, a Silvio Soldini, a Paolo Mereghetti, o a Valeria Golino, con il suo sguardo registico, come quello di Adriano Giannini con le sue esperienze, per citare alcuni dei professionisti che fanno parte della squadra: una serie di persone e personaggi che fanno parte del mondo del cinema e che fanno parte anche di OffiCine. Ho chiesto loro se avesse senso una scuola, e se avesse senso a Milano. Mi hanno risposto tutti in modo diverso, ma tutti dicendomi “assolutamente si”. Forse anche un po’ perché, come anticipato prima, bisogna rendere le cose più forti e c’è un grande bisogno di comunità, di senso di lavorare insieme. In questo il cinema è maestro. In questi anni di OffiCine mi sono resa conto che i ragazzi hanno bisogno di uno sguardo pratico.
I ragazzi che arrivano qui hanno già studiato cinema. Possiedono una grande capacità tecnica, conoscono bene il montaggio, le camere, le luci, ma se parli con loro di direzione degli attori spesso non sanno rispondere; o di sceneggiatura. Anche sulla parte artistica e creativa (e storica), non hanno formazione. Tutto questo dunque può essere arricchito. E questo arricchimento può darlo chi il cinema lo fa tutti i giorni, chi è dentro alle rotte, ai cambiamenti. Lavorare nel cinema vuol dire non essere mai statici, cambiare, vedere nuovi percorsi. Ho lasciato libertà a Paolo Borraccetti e Bruno Oliviero, i coordinatori del Diploma di primo livello e del Master in Scrittura, Regia e Produzione cinematografica, che sono due registi e sceneggiatori che hanno dialogato con il Comitato scientifico per creare la linea didattica. Una didattica flessibile.

Arriveremo a parlare della didattica, ma prima voglio chiedere a Fabrizio, a cui invece la domanda da cui siamo partite è stata posta, di raccontarci perché Milano è una buona città per imparare e fare cinema? Nel tuo statement per IED parli di internazionalità, asserisci che sia necessario creare, attraverso la scuola, un’eccellenza anche internazionale, uscire dal contesto.
F.D. Il cinema e l’audiovisivo sono industrie importanti in Italia, con dei numeri grandi. Essendo industria hanno bisogno di formazione. Diversi anni fa, quando ho iniziato con i miei soci l’avventura della casa di produzione, venivamo da mondi diversi. Oggi il cinema è un’industria competitiva, le richieste di opere (o di prodotto, come lo chiamo di solito) sono tantissime. A Milano ci sono l’industria del design, della moda, l’industria del pensiero e della creatività. La città ha dei punti più di incontro con l’Europa rispetto ad altre come Roma, per esempio, dove ci sono tantissime realtà legate al cinema.
Penso a Milano come la costa est degli Stati Uniti: il cinema qui si è sviluppato in maniera diversa dalla costa ovest, creando qualcosa di nuovo. Milano ha la capacità e potenzialità di generare nuove formazioni e diversificazioni. C’è bisogno di essere differenti.

Parli di industria e penso al nome OffiCine, già questo nome fa intuire che fare cinema non ha nulla di astratto, è un’officina, appunto, di idee, del fare. La realtà che ha creato Cristina è fondamentale come incubatore creativo milenese, legata al cinema Anteo, luogo istituzionale della comunità legata alle arti visive in città. Ecco, Cristina tornerei da te chiedendoti della didattica, dove abbiamo lasciato il punto per aprirci, con Fabrizio, sulla parte legata al lavoro. Come funziona la scuola? E quanti studenti si possono iscrivere ogni anno?
C.M. IED Cinema parte il 15 ottobre in contemporanea con due corsi, quello Triennale e il Master biennale. Partono insieme perché abbiamo avuto diverse richieste di chi ha fatto una laurea triennale in materie umanistiche, o anche cinema, e che poi hanno capito di volere una specializzazione più legata al cinema puro. Coinvolgere Indiana Production, Piper e Fondazione Bernardo Bertolucci, i nostri tre partner che hanno anche attuato delle borse di studio per i ragazzi che vogliono sviluppare i laboratori legati anche alla produzione e distribuzione, sia un inizio importante. É decisamente più formativo far fare e, quando si sta per finire, ragionare su ciò che è stato realizzato durante il percorso, piuttosto che fare molta teoria a priori. Penso a Paolo Mereghetti ad esempio, che insegnerà critica del cinema, ma non lo farà in modalità canonica partendo dall’inizio per arrivare alla fine, ma lo farà applicando l’insegnamento alle cose che gli studenti svilupperanno man mano. Stiamo lavorando sulla sceneggiatura? Approfondiamo quell’aspetto. Il montaggio? E così via. Nulla deve essere staccato dal contesto.
Penso a Luca Bigazzi, ad esempio, quando mi disse “se devo spiegare come si fa il direttore della fotografia mi bastano sei ore; se, invece, devo spiegare cosa si deve fare per essere un buon direttore della fotografia allora la strada è diversa, è più completa, articolata. Bisogna avere un bagaglio culturale e di esperienze da cui attingere”.
Tutte le persone coinvolte nella scuola hanno lo stesso sentire. Per questi motivi non possiamo creare corsi numerosi. I corsi hanno massimo venti studenti.

Dunque c’è un’ampia selezione. Sia per il Triennio che per il Master?
C.M. Si, per entrambi. Gli studenti vanno seguiti, e per seguirli con cura non possono essere classi numerose.
 


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