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C’era una volta il western: mitico ed eroico

Un saggio sul western come era una volta - Prima parte. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

John Wayne (Marion Mitchell Morrison) Altri nomi: (Duke/ JW) 26 maggio 1907, Winterset (Iowa - USA) - 11 Giugno 1979, Los Angeles (California - USA). Nel film di Michael Curtiz I comanceros.
mercoledì 16 aprile 2025 - Focus

C’era una volta il western è un titolo che ricorre nei network. Ricorre e come, perché se usi il telecomando esplorando i canali, un film o più di uno sulla frontiera non c’è dubbio che li incontri. I contenitori più “assidui” sono Iris e Rai Movie, ma anche emittenti major come le reti Mediaset spesso ricorrono a quei film. Comandano serie di eroi non banali, Clint Eastwood e John Wayne. Adesso si è inserito un altro all’altezza: “James Stewart: la leggenda”. “Gradimento” non è un termine improprio. 

La domanda è: come mai un genere le cui stagioni d’oro sono sorpassate da decenni ha tanta visibilità sul piccolo schermo? Posso tentare un’interpretazione.  Il genere è completo e felice: gli scenari magnifici, le pianure le montagne e i fiumi, l’avventura pura, l’appeal “identificativo” dei modelli. I cattivi che hanno la peggio dunque giustizia è fatta. La presenza degli indiani, prima nemici crudeli poi, secondo evoluzione voluta dai tempi, oppressi e buoni. 
E poi, soprattutto, qualcuno che in questa epoca è scomparso, ma che fa sempre parte del nostro desiderio recondito, l’eroe. 

Faccio un distinguo che può sembrare impopolare. Ho scritto Clint Eastwood che significa, in automatico, Sergio Leone. Sappiamo tutti che ha reinventato il genere, più ancora, lo ha scardinato: film potenti, “diversi”, apprezzati ovunque. Ma c’entrano poco col western vero, classico, di tanti anni fa. L’eroe, se è presente, è pieno di macchie, ha un passato di assassino o di rapinatore non del tutto redento. John Ford e colleghi di allora proprio non avrebbero gradito. Ciò non toglie che i film di Leone siano un’invenzione forte, continuamente evocati come titoli di qualità. 

Personale. Il western è mio genere prediletto, che si identifica in un titolo, Il cavaliere della valle solitaria (Shane, Stevens 1953). E’ la storia del misterioso Shane che arriva nella valle, viene ospitato da una famiglia di coloni che subiscono le prepotenze degli allevatori. Il contrasto si fa sempre più duro. Un colone viene assassinato. Sarà Shane a fare giustizia nell’ultimo duello. Trattasi di un grande mito del cinema, manifesto dell’eroe puro che agisce spinto solo dalla sua passione interna, per giustizia e senza compensi. Proprio come i cavalieri medievali che cercavano il sacro Graal (interpretazione della critica francese che pone Shane all’apice del podio dei titoli del genere. Shane ha ispirato, per regia, scenari, modelli, vicenda, indicazioni morali, i registi che si sarebbero dedicati al genere nelle epoche successive, Sergio Leone compreso. 
Indimenticabile l’interpretazione di Alan Ladd, capace di espressioni sottotono, dolci, pazienti, persino intellettuali, ma anche violentissime, e divenuto “identificatore” delle giovani generazioni di allora, e massimo eroe del genere dell’Ovest.

Il western presenta delle vere e proprie ditte, collaborazioni fra autori e attori. Sono pochissimi i registi americani, e non solo, che non hanno firmato dei western. Ma le combinazioni, le ditte che si distinguono, che hanno fatto la storia del genere, scremando l’essenziale, sono queste: DeMille-Cooper, Ford-Wayne, Hawks-Wayne, Mann-Stewart, Walsh-Flynn, Daves-Ladd. I temi quasi sempre coincidevano, cambiavano linguaggio, stile ed estetiche. 

Se dici west la memoria estrae subito John Wayne. John fu il prediletto dei due maestri massimi del genere, Howard Hawks e John Ford. Era l’uomo di legge, ma non rigido, monocorde, aveva umanità e umorismo. Cercava anche di essere flessibile, ma alla fine non riusciva a non fare ciò che doveva fare. I Comanceros (Curtiz 1961) è il film dove Wayne è più Wayne. E’ lì che pronuncia quella frase così identitaria. “Io ho quella che tu forse consideri una debolezza, sono onesto.” Nel film John è un ranger del Texas. Il prigioniero gli salva la vita durante l’attacco degli indiani. Gli dice “perché non mi lasci andare?” Il ranger risponde “ci ho ragionato, mi sono detto … e dagli la via, ma io ho fatto un giuramento.” Il prigioniero gli dice “e tu li mantieni sempre”. Wayne, col sorriso a sdrammatizzare dice: “Gli uomini sono le parole che dicono e che rispettano”. C’era anche una bella dolcezza nascosta in lui. Sempre ne I comanceros un’amica gli ricorda la moglie morta: “da quanto è mancata?”; “Da due anni, due mesi, e diciotto giorni”, risponde il ruvido ranger. In Torna el Grinta, sempre uomo di legge e macho per eccellenza, si accompagna con l’aggressiva Katharine Hepburn. Litigano tutto il tempo ma alla fine la femminista ante litteram lo abbraccia a egli dice “voi sì, siete un uomo, è stato un privilegio stare al vostro fianco.” 

Il Pistolero (Don Siegel 1976) è l’ultimo film di John Wayne. E’ un’opera ispirata e importante, è la rivisitazione dei vecchi miti del west. Il medico che visita Wayne è James Stewart: che giganti. Il film si basa su un gioco di realtà e finzione. Wayne, che sarebbe morto di cancro sta morendo di cancro anche nel film. Il suo andare all’ultimo duello in tram è la triste e geniale traduzione del suo tramonto. E di quello del western. 

                                                      Fine della prima parte


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