Ispirato all’omonimo libro di Naomi Fontaine e ora disponibile in streaming su MYmovies ONE, il film di Myriam Verreault si muove con delicatezza tra realtà e finzione, raccontando non soltanto l'indissolubile amicizia tra due giovani donne, ma anche la vita, la lingua e le tradizioni che sopravvivono all’interno della piccola riserva di Uashat. GUARDA ORA »
di Silvia Guzzo
Secondo lungometraggio di finzione della regista canadese Myriam Verreault, Kuessipan (2019) racconta la storia di amicizia tra Shannis e Mikuan, due giovani donne Innu nate e cresciute nella riserva di Uashat, in Québec.
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Segnate da destini differenti ma unite da un sentimento forte e profondo, Shannis e Mikuan hanno personalità molto diverse, eppure tremendamente affini. Il loro legame viene, però, messo alla prova da avvenimenti drammatici e improvvisi e dall’amore di Mikuan per Francis, un ragazzo bianco che non appartiene alla comunità.
Ispirato all’omonimo libro di Naomi Fontaine – co-sceneggiatrice del lungometraggio insieme e Verreault – il film si muove con delicatezza tra realtà e finzione, riprendendo l’approccio documentaristico del testo di partenza, applicato a una storia di fantasia.
Non è un caso, infatti, che la regista provenga proprio dall’ambito del documentario e decida, con il suo Kuessipan, di raccontare non soltanto il coming of age di due giovani donne legate da un’indissolubile amicizia, ma anche la vita, la lingua e le tradizioni che sopravvivono all’interno della piccola riserva di Uashat.
Kuessipan è infatti anche un viaggio nelle strade, nelle case e nella quotidianità di una famiglia Innu in cui convivono anime e prospettive differenti sulle modalità attraverso cui sia possibile tutelare una cultura antica e a rischio di scomparsa.
Se infatti Mikuan e suo fratello si mostrano più aperti e inclini ad accogliere il mondo esterno, la madre e Shannis rimangono ostili nei confronti di chi non vive nella riserva, considerato una pericolosa minaccia. Il film amplia così lo sguardo su tematiche complesse e differenti, come la difficoltà di instaurare una relazione d’amore con una persona proveniente da un contesto culturale lontano dal proprio; la definizione dell’identità; il concetto di confine; l’equilibrio fra dentro e fuori.
Il film riflette inoltre sul potere della parola: gli Innu custodiscono una lingua che risulta incomprensibile e persino impronunciabile da chi non fa parte della comunità, eppure costituisce un carattere identitario estremamente importante. L’incomunicabilità tra chi sta dentro la riserva e chi sta fuori è infatti rappresentata in modo emblematico dalla lingua Innu, che Mikuan decide di mettere al centro della sua scrittura.
Attività rigenerante e terapeutica, la scrittura rappresenta per Mikuan lo strumento che le permette di mettere in relazione le sue radici e il suo futuro oltre la riserva, diviene quell’elemento quasi salvifico che consente di risolvere il contrasto fra mondi lontani, di superare le barriere dell’incomunicabilità, della solitudine e dell’isolamento.
La parola, quindi, che sia pronunciata o scritta, genera distanza e unisce, definisce le differenze ed è al contempo portatrice di coesione. Può persino costruire un ponte tra l’orgoglio per le proprie radici e il desiderio di «libertà», un termine che non ha un corrispettivo nella lingua innu.