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Matares, a lezione di storia da una bimba ivoriana di 8 anni

Disponibile su VatiVision una piccola storia di amicizia e complicità, oltre ogni differenza, sullo sfondo della tragedia delle migrazioni. GUARDA ORA IL FILM »
di Pino Farinotti

venerdì 20 novembre 2020 - Focus

Quando vedo un film mi dispongo sempre con la speranza di trovare qualcosa che valga la pena di raccontare. Mi accade raramente. Ma qualche volta ecco l'opera che non passa inosservata, che possiede qualità, soprattutto l'intenzione magari ideale, legittima e utopistica - ma per l'arte, e per il cinema, è un dovere - di cambiare il mondo. E non alludo a pronunciamenti astratti e corali, ma a piccole storie individuali, modelli semplici e forti alla portata immediata di tutti. Il film è Matares, diretto dall'algerino Rachid Benhadj.

Matares è la storia della piccola Mona, di otto anni, che dalla Costa d'Avorio ha raggiunto l'Algeria con la sua famiglia. Il padre è riuscito a varcare il Mediterraneo per dare a moglie e figlia almeno una sopravvivenza, in attesa di essere raggiunto. Mona, che è cristiana, per raccogliere il denaro vende fiori ai turisti, che non mancano nella zona di Matares, un suggestivo cimitero riservato ai bambini dei dignitari romani. Caro ad Albert Camus, lo scrittore franco-algerino, premio Nobel, che su una lapide ha fatto incidere queste parole: "Qui capisco cosa chiamiamo gloria, il diritto di amare senza misura".

Lo scenario di Matares è vasto e magnifico, rovine che richiamano quelle di Palmyra, è un valore estetico che ti fa un film. Le prime parole sono di Mona, voce fuori campo: "C'era una volta un uomo che si chiamava Adamo. Lui ed Eva vivevano in paradiso, avevano tutto ciò che desideravano, ma un giorno fece una stupidaggine bella grossa. Credo che avesse rubato una mela. Quando dio venne a saperlo si arrabbiò e cacciò entrambi dal paradiso. Sulla terra la vita non era facile. Adamo ed Eva dovevano lavorare per poter vivere. Ma un giorno Adamo fu costretto a lasciare la sua Africa, sua moglie e anche i suoi bambini. Andò altrove per trovare qualcosa da mangiare. Cercò per interi giorni ma non trovò cibo per la sua famiglia. Decise di riposarsi, dopo di che si rimise in viaggio".

Metafora ingenua, ma chiara. La vita per la bambina non è facile, deve raccogliere soldi e se non lo fa viene punita. Incontra Said, algerino, musulmano, poco più grande di lei. Il primo approccio è difficile "sporca negra vai a vendere altrove, questa è zona mia". Ma a poco a poco il rapporto cambia, Mona è personalità ferma e decisa, è lei la leader. I due si capiscono, si attraggono, si integrano, sono di mistica diversa ma diventano parte una dell'altro. La vita è molto dura, i grandi sfruttano, puniscono, sono violenti. Mona è costretta a offrire il corano, lei, così legata al suo Gesù. Said alla fine la cerca ma non la trova più. Gli dicono che Mona è stata portata via con sua madre.

I significati trasmessi da Matares sono racchiusi nella vicenda della bambina ma possono essere ridotti a una sintesi, al grande nodo di questa epoca: accogliere o non accogliere. I media pongono il quesito ad ogni ora di ogni giorno. La politica, e la società, si dividono. Ciascuno porta i propri argomenti, che si contrappongono. Una parte ti dice: "i migranti rubano, spacciano, stuprano, delinquono in proporzione di gran lunga maggiore dei residenti. Oppure li vedi bighellonare nei paesi e nelle periferie stravolgendo il sistema di vita". È la lettura di una parte. L'altra parte ti dice: "sono una forza nuova e buona indispensabile all'economia, sono degli 'ultimi' vergognosamente sfruttati dal caporalato e dalla criminalità, e come fai a non accogliere bambini e donne incinte. A lasciarli sul mare o... in fondo al mare".


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