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La politica degli autori: Brosens & Woodworth

Compagni anche nella vita, i due registi sono l'emblema dei cineasti totali.
di Mauro Gervasini

Peter Brosens e Jessica Woodworth, alla Mostra del cinema di Venezia per presentare La quinta stagione.
Peter Brosens 1962, Leuven (Belgio). Regista del film La quinta stagione.

mercoledì 26 giugno 2013 - Approfondimenti

Come un prelibato frutto fuori stagione, piomba sui nostri schermi La quinta stagione di Peter Brosens e Jessica Woodworth, presentato in concorso all'ultima Mostra del cinema di Venezia e nelle sale italiane dal 27 giugno. Una specie di Ufo. Storia di un villaggio belga nel quale regna l'armonia e dove a un certo punto, senza un apparente perché, le stagioni non si susseguono più con il giusto ritmo, le api muoiono, i galli non cantano e tutto si guasta, a partire dai rapporti umani. Esteticamente ricercato, pieno di riferimenti "alti" (la pittura di Bruegel, Rousseau, Bergman) e "bassi" (The Wicker Man e il paganesimo da serie B) La quinta stagione ha il coraggio di sfidare la stucchevolezza visiva rivendicando il proprio antropocentrismo. La natura viene meno, quindi la comunità vacilla, l'uomo regredisce e tenta di tornare a uno status quo primitivo incentrato su possesso e fobia collettiva. Dagli allo straniero, al diverso, chissà che la situazione non migliori. Astratto, per alcuni respingente. Per noi, estremamente affascinante.

E poi che coppia, quella coppia. Brosens & Woodworth, compagni anche nella vita, belgi, classe 1962 lui e 1971 lei, sono oggi l'emblema dei cineasti totali. Si occupano praticamente di tutto, dalla scrittura alla regia alla scelta dei costumi e delle scenografie, con un team consolidato. Hanno vissuto in Mongolia e realizzato alcuni documentari televisivi, prima di cominciare a pensare a produzioni proprie, più personali. Con i tre titoli più celebri (Khadak, 2006; Altiplano, 2009; La quinta stagione, 2012) hanno dimostrato quanto sia indispensabile rompere il divario tra documentario e finzione, quanto siano ormai inutili, o per lo meno non più necessarie e sufficienti, le frontiere della visione. Khadak, girato tra le steppe della Mongolia, racconta l'epopea di un ragazzo dal talento sciamanico. Anche il destino suo e della sua gente è distorto dall'imponderabile: una terribile epidemia che costringe la comunità a nascondersi. Perché? Di una bellezza inquietante, il film impone un metodo e uno sguardo ripresi poi dall'acclamato Altiplano, vincitore nel 2009 della Semaine de la critique a Cannes.

Comunità andina contaminata dal mercurio delle miniere, un medico belga (interpretato da Olivier Gourmet, attore magnifico) ritenuto responsabile, una tragedia lirica che solo nell'elaborazione collettiva del lutto si riscatta dal pessimismo cosmico. Altiplano conferma la radicalità dei propri autori, accusati di un certo cinismo come Michael Haneke agli inizi di carriera eppure, a modo loro, umanisti, sebbene raccontino sempre un mondo condannato per colpa degli uomini dove la natura non contempla attonita o indifferente come in Malick, ma aggredisce. Poco conosciuti al grande pubblico, anche a causa di una distribuzione mai capillare dei loro film, Peter Brosens e Jessica Woodworth frequentano i festival e spesso li vincono. Khadak ad esempio conquista a Venezia nel 2006 il Leone del futuro, il premio dei talenti di domani.

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