A German Life

Un film di Christian Krönes, Olaf S. Müller, Roland Schrotthofer, Florian Weigensamer. Documentario, Ratings: Kids+16, b/n durata 113 min. - Austria 2016. - Wanted uscita venerdì 27 gennaio 2017. MYMONETRO A German Life * * * * - valutazione media: 4,00 su 1 recensione.
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4,00/5
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Brunhilde Pomsel, 105 anni, e` l'unica persona ancora in vita ad essere stata molto vicina ad uno dei peggiori criminali della storia.
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Intervista a Brunhilde Pomsel (1911), segretaria di Joseph Goebbels. Tra ricordi privati e passaggi storici epocali.
Raffaella Giancristofaro     * * * * -

Nata e vissuta a Berlino, Brunhilde Pomsel aveva appena compiuto 22 anni quando, nel 1933, il partito nazionalsocialista prese il potere in Germania. Nello stesso anno lavorava part time per un avvocato ebreo di nome Hugo Goldberg e contemporaneamente per l'aviatore nazista Wolf Bley, che in seguito le procurerà un posto alla radio di Stato, dove resterà fino al '42, quando passerà come segretaria al famigerato Ministero della Propaganda, alle dipendenze di Joseph Goebbels.
Un collettivo di filmmaker coglie l'occasione di intervistarla tra il 2013 e il 2016, superstite tra i testimoni oculari dell'ascesa e caduta del Terzo Reich, nonché collaboratrice stretta del principale fautore dell'immagine di Hitler e dell'ideologia del suo partito. L'obiettivo del film però non è identificare in lei l'ennesimo carnefice: Brunhilde, sintesi incarnata del Novecento, monumento stilizzato di rughe, spirito e memoria, ricorda senza autoindulgenza il momento sociale appena precedente all'ascesa del nazismo e le successive manifestazioni della sua totalitaria affermazione.
Il suo racconto è ripreso intenzionalmente senza artifici, nel bianco e nero lucido e atemporale dell'alta definizione, in assenza di una colonna sonora che muova a commozione. Sempre in interni, sempre seduta. Le uniche variazioni alle inquadrature sono una seconda camera che la ritrae di profilo, delle pause di imbarazzo, il gesto di portarsi un fazzoletto alla bocca. I suoi occhi, sia quando guardano l'interlocutore sia quando sfuggono all'obiettivo, mettono lo spettatore di fronte a interrogativi dirimenti e ineludibili: non "solo" com'è potuto succedere, perché non ci si schierò a favore della libertà individuale o come un'intera nazione si sia lasciata sedurre da un illusione di mitica supremazia armata; ma da che parte stare quando l'interesse personale e la chiusura all'Altro prevalgono su ogni altra considerazione.
Le riflessioni dell'intervistata sono di una semplicità illuminante: in un nichilismo dichiarato, Brunhilde ammette di aver (non) agito per via dei propri, costitutivi, egoismi, superficialità, avidità. Al netto di ogni retorica, riconosce una colpa a patto che sia però condivisa con una nazione intera: che non poteva rifiutarsi di aderire, se non al prezzo della vita. Ma l'interesse dei registi è nel dare attualità alla testimonianza della segretaria, che ha vissuto accanto agli artefici dell'orrore, in un micidiale intreccio di inconsapevolezza, senso cieco del dovere, opportunismo e disinteresse alla partecipazione politica ("avvalorata", ai tempi, dal suo essere di genere femminile). Le sue esperienze dell'arrivo a Berlino degli stranieri, dell'espulsione del primo speaker della radio perché omosessuale, della percezione dell'odio razziale in un momento di grande insicurezza economica, non fanno che riecheggiare le instabilità geopolitiche di oggi, tra squilibri di reddito, impoverimento, migrazioni, nuovi razzismi.
La figura di Goebbels è volutamente tenuta fuori dalla rappresentazione: a parte una sua clamorosa apparizione veneziana in Piazza San Marco mentre era in visita alla Biennale con la moglie nel 1940 (dall'archivio di Steven Spielberg), il film è puntellato da didascalie o audio estrapolati dai suoi discorsi sul primato e il sacrificio ariano. Al contempo, tra i ricordi della Pomsel sono incastonati, come pietre miliari, preziosi filmati d'archivio, alcuni inediti, che isolano i punti focali della propaganda e riportano la Storia al centro, riequilibrando il punto di vista personale del film. È importante sottolinearne l'integrità e il fatto che parlano per sé (così come Brunhilde), senza alcun commento esplicativo.
La giornata della memoria (27 gennaio), ormai divenuto appuntamento rituale per l'esercizio cinematografico, ha già declinato la narrazione del genocidio degli ebrei in mille forme diverse; in molti casi si tratta di finzione storicamente corretta ma in ultima analisi consolatoria. A German Life è testimonianza asciutta, da non lasciarsi sfuggire, perché interpella senza filtri, effetti e mediazioni sul peso delle scelte morali del singolo.

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