Nel viaggio Titina si comporta giustamente da cane, cerca cibo, gioca e vagheggia guardando il mondo dall’alto. Grazie a questo escamotage, il film diretto dalla norvegese Kajsa Næss, riesce a realizzare anche dei deliziosi siparietti musicali con un tocco di surrealismo in linea con l’epoca raccontata.
Ma, soprattutto, mostra come dei ‘piccoli’ uomini, al cospetto di spazi così immensi come la distesa ghiacciata artica, siano riusciti in un’impresa così grande che, a guardarla a ormai cento anni di distanza, sembra quasi inaudita.
Il film non tace né la retorica italica sottesa all’impresa né il reale dissidio personale e professionale che si è consumato tra le figure di Umberto Nobile e di Roald Amundsen che ha cercato di attribuirsi tutti i meriti del primo sorvolo del Polo Nord e di chi lo ha ‘toccato’ per primo. L’occhio di Titina, in questo caso, è solo osservatore di queste dinamiche tipicamente umane con due uomini che litigano per chi ha la bandiera più grande da sistemare sul ghiaccio che, ricordiamolo, non è altro che acqua.
Così come a Titina sfugge la foga del suo padrone che progetta un secondo dirigibile, questa volta chiamato Italia, per tornare al Polo Nord senza, mi raccomando, alcun norvegese a bordo. Anche stavolta Titina sarà l’osservatrice privilegiata e anche la protagonista di un’esplorazione che, sulla via del ritorno, si rivelerà catastrofica.
Ma grazie al disegno e alla fantasia di un film di animazione come Titina, che ha tra le case di produzione quella di Appuntamento a Belleville, con i suoi omaggi al cinema di Jacques Tati, ecco che la finzione, immaginata da una cagnolina, riesce a trasfigurare la realtà e le sue umane miserie.