Quando scrive è un fiume in piena: travolge, straripa, non chiede permesso.
Lena Dunham appartiene alla categoria degli "strani, molto strani di Hollywood", quelli che non si vergognano delle proprie ossessioni e che anzi le trasformano in una religione personale, in un'estetica, in un modo di stare al mondo.
Diventata famosa con Girls, la serie che ha rivoluzionato la rappresentazione della femminilità in TV, da allora non ha mai smesso di seguire "le immagini che sono solo sue", quelle che parlano di corpi imperfetti, desideri confusi, amicizie tossiche, famiglie sghembe, identità in costruzione.
Anche nel suo cinema, da Tiny Furniture a Sharp Stick fino a Catherine, porta avanti un'idea di arte come strumento per trasformare la sofferenza in creatività, per "guarire" e allo stesso tempo coinvolgere gli spettatori con storie universali.
La sua scrittura è diaristica, tagliente, intima, a volte contraddittoria, ma sempre multiforme, capace di oscillare tra ironia e malinconia senza mai cadere nel cinismo che oggi sembra sinonimo di intelligenza; anzi, lei rivendica il diritto di credere nell'amore, nella vulnerabilità, nella goffaggine, in tutto ciò che il mondo vorrebbe nascondere. E forse è proprio nel fatto che ci voglia mostrare che siamo fatti delle storie che raccontiamo a noi stessi che ci insegna maggiormente che quelle storie nessuno, per fortuna, può portarcele via.
Studi
Nata a New York City, Lena Dunham è figlia del noto pittore Carroll Dunham, discendente del primo sindaco nativo americano di New York City, Stephanus van Cortlandt, mentre sua madre è l'artista e fotografa Laurie Simmons.
Studentessa della Friends Seminary, si iscrive poi alla Saint Ann's School di Brooklyn, dove conosce l'attrice Jemina Kirke, con la quale lavorerà a Girls e al film Tiny Furniture.
Dopo aver vinto un concorso scolastico relativo alla scrittura, si iscrive alla The New School un anno prima di trasferirsi all'Oberlin College, dove si laurea in Scrittura creativa nel 2008.
L'esordio dietro la macchina da presa
Nel 2009, appare in un piccolissimo ruolo non accreditato nel film horror The House of the Devil di Ti West (che la vorrà anche nel ruolo di barista in The Innkeepers), successivamente già l'anno dopo sta firmando il suo primo film Tiny Furniture (2010), che viene accolto come una piccola rivelazione nel cinema indipendente americano perché, con una naturalezza quasi disarmante, ha scritto una sceneggiatura che sembra uscita direttamente dal diario di una ventenne disorientata, ma con una lucidità narrativa che solo i veri autori possiedono. Il film viene celebrato per aver trasformato la confusione post universitaria, l'inerzia emotiva, le ambizioni frustrate e le relazioni sbilenche in un racconto che non ha nulla di costruito: dialoghi che sembrano rubati alla vita reale, situazioni imbarazzanti che diventano comiche proprio perché vere, e una protagonista che non chiede mai di essere simpatica, ma autentica.
Il merito di Dunham è di aver portato nel cinema indie una voce femminile nuova, capace di raccontare la vulnerabilità priva di vittimismo, l'ironia senza cinismo, e soprattutto quella sensazione di "non essere ancora nessuno" che appartiene a un'intera generazione.
Dando dignità cinematografica a ciò che di solito resta fuori campo (la stasi, l'incertezza, la goffaggine, la ricerca di un posto nel mondo) e con la sua scrittura spietata e tenera, dimostra di saper trasformare il quotidiano in materia narrativa, conquistando così il cuore della critica underground.
Gli altri film
Nel contempo, dopo un exploit televisivo, partecipa anche in parti secondarie ad altri titoli, principalmente commedie (Questi sono i 40 di Judd Apatow, Sky, Cattivi vicini 2). Quentin Tarantino la vuole come una delle Manson Girls, Squeaky Fromme (nota anche per il tentato assassinio al Presidente Gerald Ford negli Anni Settanta) in C'era una volta a... Hollywood (2019), poi tornerà alla regia cinematografica con Sharp Stick (2022), accolto come uno dei suoi lavori più audaci e divisivi, perché porta alle estreme conseguenze la sua ossessione narrativa per i corpi, il desiderio e la vulnerabilità femminile.
Il film segue Sarah Jo, una ventiseienne ingenua e quasi infantile che, dopo un passato segnato da un intervento chirurgico invasivo, decide di esplorare la propria sessualità attraverso una serie di esperienze sempre più esplicite e goffamente autodeterminate, trasformando quello che potrebbe sembrare un semplice coming of age erotico in un racconto disturbante e profondamente umano sulla ricerca di identità.
La critica indie la loda per aver creato una protagonista radicalmente non convenzionale e per aver trattare il sesso senza moralismi o elementi glamour, costruendo una storia che, pur oscillando tra satira, imbarazzo e malinconia, mantiene una coerenza emotiva rara, confermando la sua attitudine a raccontare ciò che di solito il cinema evita: il desiderio femminile nella sua forma più fragile, scomposta e autentica.
Lo stesso anno, si rimette dietro la macchina da presa per Catherine (2022), dove trasforma un romanzo per ragazzi ambientato nel Medioevo in un film sorprendentemente moderno, ironico e ribelle, senza tradirne lo spirito. La sceneggiatura ottiene ottime recensioni per aver fuso un linguaggio contemporaneo dal ritmo brillante e dalla sensibilità femminista a una storia d'epoca, creando un cortocircuito narrativo. Non un "film in costume" tradizionale, ma un coming of age anarchico, pieno di umorismo tagliente, dialoghi vivissimi e una protagonista che incarna perfettamente il tipo di eroina imperfetta, sfrontata e vulnerabile che Dunham ha sempre saputo scrivere. Il merito quindi è di aver preso un materiale letterario, apparentemente distante dal suo mondo, e averlo riscritto con una voce personale, audace e riconoscibile, trasformando una storia medievale in un racconto universale sulla libertà, sul corpo e sull'identità. Esattamente il tipo di operazione che il cinema underground ama celebrare. Intanto, recita in Ti auguro ogni bene (2024).
La prima notorietà con Delusional Downtown Divas
Tra il 2009 e il 2010, firma la webserie Delusional Downtown Divas, accolta dalla critica underground come una delle opere più brillanti, feroci e riuscite della prima Lena Dunham, molto più compatta e affilata rispetto ai suoi lavori successivi.
Le recensioni la descrivono come un prodotto internet satirico, irresistibile, capace di prendere di mira con precisione chirurgica il mondo dell'arte newyorchese e le sue nevrosi, grazie a episodi brevissimi (circa cinque minuti) che concentrano un umorismo più tagliente e surreale di quello di Girls.
Commissionata da Index Magazine quando Dunham era appena uscita dal college, la serie è stata lodata per la sua capacità di trasformare tre aspiranti artiste in caricature esilaranti e lucidissime, "wannabe" che inseguono la fama senza mai produrre arte, incarnando alla perfezione l'assurdità del milieu downtown. Proprio questa combinazione di satira spietata, ritmo fulmineo e autenticità culturale ha portato molti critici a considerarla un piccolo cult, al punto che alcuni l'hanno definita persino superiore a Girls, grazie alla sua voce più nitida, più libera e più corrosiva.
Il successo mondiale con Girls
Poi, dopo essere apparsa nella serie Mildred Pierce (2011), diventa autrice della serie Girls (2012-2017), che ha avuto così tanto successo in America perché, al momento della sua uscita aveva offerto qualcosa che la televisione statunitense non aveva mai mostrato con quella franchezza: un ritratto generazionale autoironico e profondamente autentico delle ventenni urbane, lontano anni luce sia dal glamour patinato di Sex and the City sia dai drammi adolescenziali tradizionali. La Dunham porta sullo schermo fallimenti quotidiani, amicizie tossiche, ansie economiche, goffaggini sociosessuali in relazioni sbagliate, trasformando tutto questo in una sorta di "diario collettivo" della precarietà emotiva dei Millennials. Da un lato impone un nuovo modo di raccontare le donne giovani, senza filtri né compiacimenti, dall'altro introduce una voce autoriale fortissima, capace di mescolare comicità e disagio con una sincerità quasi brutale.
La Dunham stagione dopo stagione, diventa la matriarca della serie. Scrive, dirige e interpreta la serie con un controllo creativo raro per una ragazza poco più che ventenne, diventando un simbolo di libertà espressiva e aprendo la strada a un'ondata di serie femminili. In un panorama televisivo che cercava storie "rappresentative", Girls diventa un fenomeno nel rappresentare l'onestà di una generazione.
Successivamente ad alcune apparizioni (Scandal, High Maintenance, American Horror Story - Cult, si rimette dietro la macchina da presa della miniserie Too Much (2025), con la quale ritorna con maggiore maturità ma con un'irresistibile e caotica poetica al ritratto psicologico e sociale delle Millennials, partendo dalla storia di Jessica, americana trentenne che dopo una rottura dolorosa si trasferisce a Londra e si ritrova invischiata in una relazione complicata con un ragazzo più complicato di lei. Tra imbarazzo, autosabotaggi e la ricerca d'amore, conferma ancora una volta il suo talento nel fotografare le fragilità contemporanee senza filtri né compiacimenti.
Vita privata
Lena Dunham era legata sentimentalmente dal 2012 al 2017 al frontman dei Bleachers, Jack Antonoff, salvo sposare nel 2021 il musicista Luis Felber.