Era molto commovente, qualche mese fa, vedere come il regista inglese Ken Loach riceveva al festival di Cannes la Palma d’Oro per il suo film Il vento che accarezza l’erba, che adesso arriva nei cinema. Gli occhi brillavano di contentezza, la faccia s’increspava di timidezza, faticava a sorridere eppure era felice. Che uomo simpatico, onesto, giusto ed elegante, che artista coerente e bravo, senza vanità né presunzione. Il vento che accarezza l’erba, storia molto drammatica della guerra civile anglo-irlandese del 1920- 22 e di due ragazzi costretti a parteciparvi, fa capire come ogni guerra di guerriglia sembri identica, quale possa essere la compassione per i giovani patrioti e per i giovani ridotti come bestie feroci.
È un film bellissimo e duro: come L’agenda nascosta, Riff Raff, Piovono pietre, Terra e libertà, come quasi tutti i grandi film del regista amico del popolo, narratore delle condizioni più desolanti e dei sentimenti più nobili, capace di capire e raccontare operai, madri, ragazzi, irlandesi, emigrati latini negli Stati Uniti, combattenti nella guerra di Spagna dei Trenta. Un regista che ha saputo mescolare dramma e ironia, senza mai voltare gabbana né rinunciare.
Ha 70 anni, adesso. È nato nel Warwickshire, ha studiato legge a Oxford, è stato assunto dalla Bbc nel 1963 e nel 1964 ha debuttato con Catherine, storia familiare nella quale era subito evidente il suo interesse per i temi sociali e psicologici. Debutta nel cinema con Poor Cow, diretto nel 1967, con Terence Stamp; la rivelazione è Family Life, 1971, analisi amara di una schizofrenia generata in una ragazza dall’ambiente sociale e familiare.
Tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Ottanta realizza una serie di documentari che vengono puntualmente colpiti dalla censura dei governo Thatcher, contro il quale Loach indirizza sempre la propria critica, sotto il quale ha deciso di non dirigere più film. Quando riprende, i film degli Anni Novanta gli ottengono molti premi e confermano il suo talento nel sommare lo stile documentario e quello del Free Cinema inglese, al sarcasmo nel rappresentare i problemi irrisolti d’Inghilterra, al calore umano nel comprendere i guai della gente.
da Lo Specchio, 11 novembre 2006