| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Francia |
| Durata | 120 minuti |
| Regia di | Jeanne Herry |
| Attori | Adèle Exarchopoulos, Sara Giraudeau, Rudgy Pajany, Victor Chakravarty, Mathilde Roehrich . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 18 maggio 2026
Una giovane attrice si confronta con la sua dipendenza da alcool.
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CONSIGLIATO SÌ
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Garance ha trentasei anni e beve da quando ne ha diciotto, tutti i giorni, tutte le notti. Attrice di secondo rango, aspetta la sua occasione recitando per le scuole o doppiando soap opera. Ma il fisico abusato dall'alcool comincia a cedere, prima la testa, poi il fegato. Affetta da crisi di angoscia, trova rifugio tra le braccia di un'amante troppo dolce e condiscendente con la sua dipendenza. Saranno la malattia della sorella, un ingaggio importante e un'anamnesi disastrosa, a convincerla definitivamente ad appendere al chiodo la bottiglia e a prendere la sua vita sul serio.
Si chiama come l'eroina di Marcel Carné (Amanti perduti), la protagonista di Adèle Exarchopoulos, con cui condivide la stessa città e una brigata di 'saltimbanchi' che chiamano sempre un altro giro.
La droga preferita di Garance (Adèle Exarchopoulos) è il vino bianco, che consuma in tutti i formati, bottiglie, tetra pack, alla spina. Vivere a Parigi con le sue brasserie, vivere la notte coi suoi comptoir, vivere d'arte coi suoi bicchieri di Champagne dopo lo spettacolo alimentano il suo male e compromettono seriamente la sua carriera e un dramma che Jeanne Harry infonde di leggerezza, componendo con l'umorismo caustico della sua protagonista.
Fedele al suo cinema, che affronta con precisione temi sociali (Elle l'adore, Pupille - In mani sicure e Je verrai toujours vos visages), l'autrice punta questa volta la dipendenza, un vero problema di salute pubblica, attraverso la storia di un'attrice alcolizzata. Dopo due film corali, uno sul processo di adozione e l'altro sulla giustizia riparativa, l'autrice pensa a Cassavetes (Love Streams) e disegna il ritratto di una giovane donna che spende il suo tempo fuori, dove le occasioni per consumare e consumarsi in aperitivi, cocktail, serate in discoteca, non mancano. Quando non beve, Garance lascia un fidanzato, trova una fidanzata, perde un lavoro a teatro e ripara nel doppiaggio. Non inventa niente Garance ma può contare su un'attrice irresistibile nel ruolo di una donna ebbra, fragile e ricreativa che farfuglia parole in un racconto a suo modo gioioso.
Un alcooldramma che considera le ferite della sbornia ma evita lo squallore con una sterzata, forse un po' forzata, verso un incontro, verso una storia d'amore e di rinascita. Se la relazione con la Pauline di Sara Giraudeau e la malattia della sorella suonano disarmoniche sul tema dato, a cui si aggiunge il lockdown e una vita che non è stata all'altezza delle aspettative, il cinema di Jeanne Herry possiede comunque una qualità maggiore.
Da Pupille - In mani sicure a Garance affronta temi di interesse pubblico senza ricorrere mai a generalizzazioni sociologiche o facili moralismi. Non è facile, perché anche l'alcolismo, coi suoi nauseabondi postumi, è un soggetto a rischio cliché. La regista preferisce per questo concentrarsi sui segni meno evidenti dell'ubriachezza, sintomi insidiosi come amnesia, sbalzi d'umore, crisi d'angoscia, alti e bassi, sballo e ripercussioni.
Alla fine Garance approda a una sobrietà esemplare ma è privo di una vera progressione mentre ritrae un declino molto giudizioso, con buona pace di una mamma hippy che ha dato a suo tempo con le droghe. È l'unico dato che abbiamo del passato di Garance e non ci è dato sapere cosa la spinga a bere. Il film si abbandona come la sua eroina a un certo fatalismo che forse non aiuta chi guarda e soffre dello stesso disturbo col desiderio di prenderne coscienza e di sentirsi sollevato dalla prospettiva di una guarigione.
Ma al di dell'aspetto sociale e terapeutico, sul fronte cinematografico non va meglio. Garance arranca e crolla sotto l'abuso dei buoni sentimenti. L'equilibrio che la finzione raggiunge tra i punti di forza e di debolezza della sua protagonista emerge nella realtà in forme decisamente più complesse, meno patinate e molto più sfumate.
Resta Adèle Exarchopoulos, femme sous influence, che esplode sullo schermo come una deflagrazione. Corpo libero e portatore di una direzione, di una referenza, di un nuovo tempo che suona la campana a morte del vecchio mondo. Dietro la sua bellezza, così moderna e sensuale, cova sovente il vuoto esistenziale della nostra epoca a cui i suoi personaggi sopravvivono attingendo alla sua fibra burlesca. Molti giovani attori si credono Belmondo, ma se fosse Adèle la nuova "Bébel"?