Torna al cinema oggi il documentario School of Life che racconta come opera la famosa Onlus Still I Rise. Ecco cosa ci ha raccontato il suo fondatore.
di Giancarlo Zappoli
Torna al cinema il 22 luglio il documentario School of Life di Giuseppe Marco Albano. Per l'occasione abbiamo contattato al telefono Nicolò Govoni, il fondatore della Onlus Still I Rise. La chiamata arriva da Nairobi in Kenya dove si trova la sede dell’International School da lui fondata. Già dal tono della voce si percepisce di trovarsi davanti a una persona disponibile sia al racconto che all’ascolto.
Come è nato il documentario?
Devo confessare che ho avuto da sempre il sogno di poter raccontare la realtà di Still I Rise in un filmato. Nel 2022 la mia agente letteraria è stata contattata da Matteo Rovere di Groenlandia. A maggio 2023 sono iniziate le riprese dopo che ci erano state richieste storie di bambini delle nostre scuole che potessero essere portate sullo schermo. Una volta arrivati sul campo Albano e il suo sceneggiatore Nicola Vicinanza hanno scelto i bambini di cui occuparsi. Inizialmente avrebbe dovuto trattarsi di una serie in quattro episodi ma poi si è trasformata in un film.
Sapevi che Giuseppe Marco Albano si era già occupato dei bambini, ora divenuti adulti, del film Io speriamo che me la cavo?
Mi è stato detto quando mi è stata spiegata la scelta della sua persona come quella di qualcuno già sensibile nei confronti della realtà scolastica.
Quanto c’era di scritto nella sceneggiatura e quanto è stato dettato dall’incontro diretto con i bambini e con le scuole?
Non posso affermarlo con certezza ma secondo me almeno la metà si è originato in loco. Programmate probabilmente erano le interviste con i miei familiari ma per il resto (ivi compresa la scelta dei bambini) molto è nato in Kenya e in Colombia.
Il film dura 87 minuti ed evidentemente passano diversi messaggi. Ce n’è uno a cui tieni in modo particolare?
Per me è ‘si può fare, si possono cambiare le cose’. Me ne sono reso conto in modo particolare dopo le proiezioni perché molti mi dicevano che uscivano dalla sala sentendosi in grado e con la voglia di realizzare un loro obiettivo. Ciò che Albano ha fatto molto bene è stato il catturare una storia che magari ha anche dei connotati straordinari ma realizzati da persone normali. C’era il rischio opposto ovviamente: mostrare una realizzazione inarrivabile per i più ma invece è accaduto il contrario.
Una domanda molto personale: da piccolo qual era la professione che sognavi per il tuo futuro? Volevi fare l’insegnante?
In terza media il professore di Italiano ci chiese quale lavoro avremmo voluto fare e quale invece non avremmo voluto fare mai. Nel primo caso risposi: il giornalista. Nel secondo:…l’insegnante! Ma la vita ha uno straordinario senso dell’umorismo ed eccomi qua.
Il documentario è giustamente incentrato su di te. La domanda che potrebbe emergere dopo la visione è: ti stai costruendo i tuoi successori?
Giovanni e Giulia che sono presenti nel documentario sono quelle persone. Se mancasse uno di noi tre cosa accadrebbe? Se mancassi io ci sarebbe un vuoto di raccolta fondi e di comunicazione. Se mancasse Giovanni non apriremmo più le scuole. Se mancasse Giulia ci sarebbe un’altra branca di raccolta fondi e di comunicazione che verrebbe meno. Still I Rise è ancora un po’ una startup e ha quindi bisogno di personaggi di riferimento.
Tu parli di Bellezza, Democrazia, Famiglia e Libertà. A me sembra che tu non le disponga in ordine gerarchico ma piuttosto tutte come collaboranti all’esito finale. È così?
Assolutamente sì.
Se ne venisse a mancare una?
Non sarebbe più Still I Rise. Purtroppo si può fare scuola anche senza nessuna di queste ma le nostre sono molto codificate. Che tu venga in Kenya o vada in Colombia, nonostante tutte le differenze culturali e ambientali l’approccio è molto simile. Ad esempio la Bellezza. Se la scuola è casa bisogna conservarla al meglio e quindi gli studenti fanno le pulizie. Gli allievi debbono essere responsabilizzati e le quattro caratteristiche sono quindi integrali al nostro approccio.
Puoi dare un’idea in sintesi di cos’è una Scuola Internazionale come sono quelle da te fondate?
In generale è un percorso scolastico pensato per la classe dirigente che ha l’obiettivo di offrire a figli di persone che se lo possono permettere un grado di istruzione omogeneo di alta qualità a prescindere da dove si trovino. Si tratta di istituzioni inaccessibili ai più. Le nostre scuole vogliono essere l’opposto. Cioè prendere un servizio che già viene erogato alle èlite e cambiarlo di natura. Si tratta di provare a far sì che l’istruzione di eccellenza diventi un diritto umano. Cioè si può ottenere il Baccalaureato nelle baraccopoli con i bambini descolarizzati.
Un’ultima domanda: dalla fine delle riprese ad oggi ci sono stati accadimenti che, se potessi, vorresti inserire nel film?
Tantissimi. Il primo che mi viene in mente riguarda Idris che è nel film. Nel documentario lo vediamo vivere da orfano in una baraccopoli ma ora abbiamo costruito per lui una residenza che gli consenta di vivere direttamente a scuola. Passare dallo sniffare la colla in strada alla situazione di oggi sarebbe un bell’arco narrativo da mostrare.