La voce originale di Hind Rajab è un estremo tributo a un essere umano che non ha più voce. Dal 25 settembre al cinema.
di Pedro Armocida
«Aiuto, venite a prendermi!». E «venite a prendermi» Hind Rajab, sei anni, lo ripete spesso agli operatori della Mezzaluna Rossa (che corrisponde alla occidentale Croce Rossa) nella lunga telefonata di richiesta di soccorso mentre era chiusa in macchina sotto il fuoco dell’esercito israeliano nel Nord della città di Gaza. Accanto a lei corpi morti e questa frase ossessiva – «venite a prendermi!» – che interroga e ossessiona noi spettatori. Perché, com’è noto, la regista tunisina di La voce di Hind Rajab, Kaouther Ben Hania, ha scelto di utilizzare, per raccontare una storia già drammatica di suo, la voce originale di Hind Rajab come estremo tributo a un essere umano che non ha più voce. Esattamente come noi spettatori dell’immane tragedia che si sta consumando in Palestina per volontà precisa dell’attuale governo israeliano. Noi non sentiamo le voci di Gaza e non vediamo l’orrore della popolazione civile massacrata. I mezzi di informazione hanno un perimetro di azione molto limitato. In un contesto del genere appare molto significativo che il cinema riesca a prendere uno spazio narrativo che si posiziona al centro del dibattito pubblico. Una funzione civile che è sempre appartenuta al cinema che però, nel nuovo Millennio, era data per dispersa proprio come la stessa centralità dei film.
La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania sconvolge tutto questo perché sconvolge lo spettatore proprio come è capitato alla prima mondiale alla Mostra internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia dove ha ottenuto il Leone d’Argento con il Gran premio della giuria. La reazione di una parte della critica, che forse può riflettere quella di una parte degli spettatori, è di sentirsi in qualche modo ricattati e ingabbiati dalla scelta di utilizzare la vera voce in diretta di una bambina che chiede aiuto in mezzo all’orrore. Ma la regista, con il suo sguardo dolce e preciso sulla vicenda, fa tutto questo con un profondo rispetto verso la morte della bambina che non vediamo mai. Cioè Kaouther Ben Hania, scevra da qualsiasi drammatizzazione aggiunta (non utilizza nemmeno dei cartelli alla fine del film per ricordare la posizione dell’esercito israeliano sulla vicenda per il quale non c’erano suoi carri armati nel punto in cui sono stati sparati, tra gli altri, 64 colpi in sei secondi proprio come l’audio originale rivela), sceglie di non mostrarci mai la sua esecuzione come invece gli strumenti del cinema avrebbero consentito. Il punto di vista sarebbe potuto essere anche da dentro l’auto con gli occhi della bambina. Oppure da quello dei soldati israeliani che premono, magari guardando la bambina in un veloce campo e controcampo, un bottone omicida in un asettico mostro di latta. Oppure ancora utilizzando una persona – una bambina? – o l’intelligenza artificiale per doppiare la vera voce di Hind Rajab.
Niente di tutto questo. La regista decide di farci sentire ‘solo’ la voce originale come unico nostro orizzonte visivo dando così voce alla nostra cecità, anche simbolica. Un processo, con un lavoro solo sul suono, che ricorda da vicino quello messo in atto in La zona d’interesse da Jonathan Glazer che è anche tra i molti produttori esecutivi di La voce di Hind Rajab. È in questo spazio, enorme quasi infinito, lontano dunque da qualsiasi costrizione narrativa, che si può muovere liberamente lo spettatore. Perché la scelta di non far vedere l’orrore mina alla base qualsiasi critica di sfruttamento ricattatorio della morte in diretta. Il filtro lo mettiamo noi attraverso lo sguardo della regista che si posa su questa vicenda in maniera dichiarata, linguisticamente precisa, con l’avvertenza dell'inserimento delle parti documentarie – significativa la soluzione di far fare capolino alle vere riprese della sala operativa della Mezzaluna Rossa nel film come specchio reale di quelle di finzione – in cui l’utilizzo della vera voce di Hind Rajab, la cui registrazione peraltro è stata diffusa sul web, diventa il film stesso che è stato costruito proprio intorno a quella telefonata di circa 70 minuti. E, a proposito di drammatizzazione “in levare”, è stata tolta una parte in cui Hind Rajab chiedeva per 15 volte aiuto all'operatore che le rispondeva per altrettante volte. Tutte scelte che danno dignità e valore a una vita umana distrutta, una (non) milite e (non) ignota che incarna tutte le decine di migliaia che non ci sono più.
Perché il suono è più lento della luce ma arriva, forte e chiaro come in questo caso, prima del buio.