| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 107 minuti |
| Regia di | Carolina Cavalli |
| Attori | Benedetta Porcaroli, Lucrezia Guglielmino, Chris Pine, Marco Bonadei, Eva Robin's Margareth Madè, Roberto Zibetti, Roberta Da Soller, Stefano Gragnani, Monica Nappo, Livio Pacella, Clara Tramontano. |
| Uscita | giovedì 4 dicembre 2025 |
| Distribuzione | PiperFilm |
| MYmonetro | 2,98 su 23 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 26 novembre 2025
Una giovane ragazza di nome Holly è convinta di essere la versione sbagliata di se stessa, finché non incontra una bambina di 7 anni che le fa cambiare idea. Il film è stato premiato a Venezia, In Italia al Box Office Il rapimento di Arabella ha incassato nelle prime 11 settimane di programmazione 119 mila euro e 59,9 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Holly è una studentessa di Fisica che ritiene di non piacere a nessuno, men che meno a se stessa. Lavora presso una pista di pattinaggio, si relazione agli altri proponendo piccoli ricatti per ottenere piccoli favori, e non si fida di anima viva. Un giorno si imbatte in Arabella, una bambina che le assomiglia fisicamente e che ha un pessimo rapporto con il padre, scrittore di successo ma affetto dal complesso di non essere Jonathan Franzen. Arabella fa immediatamente leva sul senso di immedesimazione che Holly prova verso di lei, le dice di chiamarsi anche lei Holly, e la giovane donna si convince che l'universo le abbia dato una seconda possibilità di rivivere (meglio) la propria vita. Ma le cose non andranno secondo i suoi piani, e la sua fuga in avanti rischierà di dirigerla verso l'abisso.
Alla sua seconda regia e sceneggiatura dopo Amanda, Carolina Cavalli scrive e dirige Il rapimento di Arabella come il tentativo di una giovane donna borderline di riscrivere il proprio passato, incarnando uno smarrimento generazionale che anagraficamente le appartiene, e dando voce ad un dolore esistenziale riconoscibile.
Ma il problema è una forma filmica
eccessivamente debitoria del cinema indie americano: durante tutta la messinscena ci si aspetta di
veder spuntare Harry Dean Stanton, si respira un'aria da Sundance Institute e si intravvede in
filigrana il lavoro di autori come Sean Baker, Jonathan Dayton e Valerie Faris, il primo Wes
Anderson e tutte le Coppola.
Molti personaggi si assomigliano fra loro, o assomigliano a qualche icona indie: uno per tutti il già
citato poliziotto (ben interpretato da Marco Bonadei) che pare un sosia di Nick Cave, nonché la
versione adulta del bambino Topper che Arabella incontra lungo il suo percorso. Cavalli ha una
mano felice di regia, ma la messa in scena è eccessivamente (e talvolta inutilmente) artificiosa,
così come la sceneggiatura è competente dal punto di vista "tecnico" ma troppo concentrata sulla
sua "quirkiness". La formazione di Cavalli comprende relazioni internazionali, come quella con il
regista Babak Jalali (qui in veste di montatore), in una sorta di factory che è una bellissima idea di
cooperazione artistica globale, ma rischia di schiacciare l'individualità dell'autrice. Anche il casting
di Chris Pine nel ruolo di Oreste, il padre di Arabella, uno scrittore italiano,
appare più un tributo alla distribuzione americana che una reale necessità creativa.
Per contro Cavalli ha una mano eccezionale nella direzione degli attori, in particolare i bambini (la
piccola Lucrezia Guglielmino nei panni di Arabella è straordinaria) e un senso estetico raffinato ed
elegante, che tende a togliere il superfluo da ogni inquadratura - ma anche purtroppo a renderla
più glocal che universale. L'idea di incontrare il proprio sé bambina e ricostruire il proprio passato
danneggiato, in sé bellissima e in qualche misura reminiscente di <em>Petite Maman</em>, si
infrange su una messa in scena che sembra pagare pegno ad ogni passo ad un cinema che
culturalmente non ci appartiene, senza quel senso di alterità e quello sguardo estraneo che Wim
Wenders manteneva evidente nelle sue peregrinazioni oltreoceaniche.
Cavalli raffigura Holly come
un'aliena, ma il contesto in cui si muove rischia di risultare alienante per il pubblico italiano.
La cifra lunare e lunatica di Il rapimento di Arabella, come del precedente
Amanda, è invece una caratteristica autoriale interessante, come lo sono le raffinate
scelte musicali. Anche la volontà di creare protagoniste in qualche misura sgradevoli e "sbagliate"
e il loro desiderio di essere accettate anche in quella sgradevolezza sono scelte coraggiose. Ma
Cavalli dovrà affrancarsi dal panorama indie per trovare una sua cifra più originale. Nota di merito
alla bella fotografia di Lorenzo Levini, già DOP di Amanda e di Troppo
azzurro, che mostra un'ottima capacità di incorniciare esteticamente lo straniamento
esistenziale.
Questo secondo film di Carolina Cavalli mi emozionato e sorpreso. Temevo avesse analogie con il suo primo meraviglioso film e invece no. ? riuscita a catturarmi e, sul finire, emozionarmi per l'onest? con cui sembra dire che, forse, non si pu? sfuggire a noi stessi e che, comunque, una via d'uscita si pu? trovare; magari non quella che avremmo voluto ma c'? e che pu? salvare.
Perché sopportare la piccola Arabella, una peste con la voce stridula che si annoia a una cena col padre, interrompe il suo discorso, vuole un maledetto taco e riesce infine a svignarsela eludendo la guardia dell’autista che l’aveva in carico? Perché la petulante Arabella del titolo incontrerà nel suo vagare una giovane donna, che ha avuto una brutta giornata ma la tollera con la grazia lunare di Benedetta Porcaroli. Discreta e luminosa, i lineamenti delicati e il sorriso appena accennato sulle labbra, il suo volto lascia intuire, come in Mary Poppins, dietro l’aria seria, un fondo fantasioso. Il rapimento di Arabella segna la sua seconda collaborazione con Carolina Cavalli, che le ritaglia ancora una volta addosso un ruolo che le va a pennello. Sempre altrove, chiusa in camera (Amanda) o in promenade (Il rapimento di Arabella), la giovane attrice romana è aliena alle cose del mondo. Lo sguardo azzurro e in fuga muove i suoi personaggi, un po’ orfani, un po’ segreti e sempre alla ricerca di libertà, nella Galilea di Paolo Zucca (Vangelo secondo Maria) o in un coming- of-age a passo doppio.
Muovendosi agilmente tra cinema e televisione, energia viva e fragilità, movimento e stasi, la sua figura sottile, quasi schizzata, fa lo stile di Carolina Cavalli, quella sua realtà sfasata e a volte onirica, o la novità di un classico (Il Gattopardo). È lei di fatto il cuore della miniserie di Netflix, che aggiorna per una nuova generazione di spettatori il lontano tema storico (il crepuscolo dell’aristocrazia siciliana nel 1860) del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, adattato sontuosamente da Luchino Visconti nel 1963. Se Deva Cassel e Saul Nanni fanno quello che possono nel ruolo di Angelica e Tancredi, già incarnati superbamente da Claudia Cardinale e Alain Delon, il vento di novità arriva proprio da Benedetta Porcaroli nel ruolo di Concetta, la figlia di Don Fabrizio Salina. Personaggio in secondo piano nel film di Visconti, diventa nella miniserie figura centrale. Una rilettura artificialmente femminista? No, se si torna all’ultimo capitolo del libro, che illumina la vita interiore di questo personaggio fino ad allora misurato. La serie segue abilmente questa linea per soddisfare le aspettative dei suoi tempi. Anche la sorellanza tra le rivali Concetta e Angelica era già presente in Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E il rapporto speciale tra la figlia e suo padre, coraggiosamente reinterpretato da Kim Rossi Stuart, si impone come una logica continuazione del romanzo.
Qui come altrove, le sue eroine sono portatrici di un’onestà risoluta che si scontra sovente con ambienti ostili e corrotti come nel dramma di Stefano Mordini, La scuola cattolica, adattamento del romanzo di Edoardo Albinati, ficcato nel quartiere Trieste di Roma. Benedetta Porcaroli ha solo ventitré anni quando interpreta il corpo abusato e il volto pestato del delitto del Circeo. Punto focale del bel-sembiante, gli occhi di Benedetta sono l’unica luce in un mondo di tenebre e in un Paese che ha perso i suoi riferimenti. Più volte candidata ai David (18 regali, Amanda), vince il David Giovani nel 2021 e la spunta quest’anno a Venezia con la sua recondita Holly, che cerca in ‘costume bianco’ la versione migliore di sé. Avanza leggera nei suoi anfibi pesanti, robusti piedistalli che la tengono a terra e ne garantiscono la stabilità. Altrimenti la sua Holly volerebbe via, come un palloncino in un cielo mai così azzurro. A piedi o in macchina, naviga a vista in una singolare formazione umana, facendoci parte dei sui segreti d’infanzia. Le lunghe gambe segnano il passo delle sue eroine sempre segrete come la sua Madonna terrena, che rinuncia al manto celeste dell’iconografia mariana e rigetta il peso gravoso dell’Annunciazione.
Accanto ad Alessandro Gassmann, Giuseppe tranquillo (Vangelo secondo Maria), o a Pietro Castellitto, borghese balordo (Enea), a Sydney Sweeney, suora immacolata (mmaculate – La prescelta), o alla piccola Lucrezia Guglielmino, ‘orfana’ seccatrice, Benedetta Porcaroli è totalmente permeabile ai suoi partner mentre costruisce un mondo e una filmografia in delicato equilibrio tra confidenza e riservatezza. Sempre accogliente ma mai facilmente accessibile, la sua figura minuta e assertiva non smette di interrogarci sul contemporaneo, sulla sorte del femminile incorrotto o abusato, attraversato o trasceso come nella lirica serie di Giuseppe Piccioni (Zvanì – Il romanzo familiare di Giovanni Pascoli), dove indossa ispirata e struggente i panni (e la crinolina) di Mariù Pascoli, sorella del poeta, che accudì fino alla morte. Se un’attrice è sovente definita dalle sue scelte, Benedetta Porcaroli ha trovato progressivamente il cammino verso un cinema che le parla veramente e che deposita su di lei, personaggio dopo personaggio, particelle che la nutrono. Forse è per questo che cerca film preziosi, la bellezza, dopotutto, è l’essenza del suo mestiere.
Una donna e una bambina si guardano. È il loro primo incontro. Non si erano mai viste prima e nessuno sa niente dell’altra. Dopo i due prologhi che introducono le figure di Arabella e di Holly, inizia un viaggio irreale.
È uno strano rapimento quello al centro de Il rapimento di Arabella, il film di Carolina Cavalli, al suo secondo lungometraggio dopo Amanda, dove continua la sua collaborazione con Benedetta Porcaroli. Le due protagoniste attraversano degli spazi che oltrepassano la loro dimensione realistica e vengono percepiti, mostrati, immaginati come astratti. Holly ha 28 anni, e si sente spesso inadeguata come se la sua vita avesse preso un’altra strada rispetto a quella che si era immaginata. Lavora presso una pista di pattinaggio. La sua testa però è spesso altrove. Il suo corpo è da una parte, la sua mente dall’altra. Anche Arabella, pur essendo una bambina, già manifesta segnali di profondo malessere. Nel corso di un ricevimento urla al padre, uno scrittore di successo, il nome di Jonathan Frazen. Forse per provocarlo, forse per provocare in lui una frustrazione e inadeguatezza.
Il rapimento del titolo è solo una traccia. Quella di Holly e Arabella è soprattutto una fuga. Comincia come una bugia che è una specie di inconscio desiderio; Arabella infatti dice ad Holly di chiamarsi come lei. A sua volta, la giovane donna rivede in lei sé stessa quando era bambina. Forse nel film di Carolina Cavalli, anche sceneggiatrice, ci sono suggestioni del cinema e della letteratura statunitense. Un po’ la stilizzazione e i toni guardano da una parte ai fratelli Coen, un po’ l’attrazione degli opposti tra Un mondo perfetto di Clint Eastwood e Una notte d’estate - Gloria di John Cassavetes. Non sono né citazioni, neanche modelli (in)consapevoli. Appaiono più che altro come i tantissimi e possibili frammenti di un immaginario che rielabora in modo visionario/onirico le forme del road-movie: la macchina scoperta, i motel, la piscina, il bagagliaio dell’auto, il titolo del giornale sulla bambina scomparsa.
A questo s’intreccia una dimensione da fiaba nera, evidente già con il cappello della proprietaria della pista di pattinaggio dove lavora Holly, una specie di Willy Wonka nel corpo di Crudelia De Mon e poi i capelli (parrucca?) del commesso di Taco King. Del cinema on the road Cavalli asciuga, scarnifica, riduce all’osso tutta la tensione. Più che il climax, punta soprattutto a creare una dimensione spazio-temporale quasi inconsistente, dove le due protagoniste sono continuamente alla ricerca della loro identità. La stessa che cerca il cinema della regista che mescola suggestioni, simbolismi, slanci autoriali e la ricerca di una forma intenzionalmente non definite, per entrare e perdersi nelle strade perdute di una creatività che gioca proprio sulla mancata armonia tra la scrittura e la sua messa in scena.
È un cinema di sdoppiamenti, di sogni e desideri perduti, come mostra tutta la sequenza del matrimonio in cui c’è quella felicità illusoria che si manifesta, esplode e poi scompare in un tempo velocissimo. Restano gli occhi, anzi i dettagli sugli occhi. Di Arabella, interpretata da Lucrezia Guglielmino che subito tiene testa a Chris Pine nel ruolo del padre. Di Holly, ruolo con cui Benedetta Porcaroli è stata premiata come migliore attrice della sezione Orizzonti alla 82° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il dialogo tra le due protagoniste è continuo, anche nelle incomprensioni e nei silenzi. Gli altri personaggi, da quelli interpretati da Marco Bonadei, Eva Robin’s e Roberto Zibetti, possono essere reali o anche i fantasmi di un cinema che affronta i generi come proiezioni di un inconscio.
La cosa bella de Il rapimento di Arabella è il saper riconoscere dentro e dietro il film le sue creatrice. Colei che lo ha diretto e scritto, Carolina Cavalli, di ritorno alla Mostra di Venezia in concorso ad Orizzonti con il suo secondo film, dopo aver già presentato nella stessa sezione la sua opera di debutto nel 2022 Amanda. E poi Benedetta Porcaroli, che del film d'esordio dell'autrice italiana, [...] Vai alla recensione »