| Titolo internazionale | The Seed of the Sacred Fig |
| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Iran |
| Durata | 168 minuti |
| Regia di | Mohammad Rasoulof |
| Attori | Soheila Golestani, Missagh Zareh, Mahsa Rostami, Setareh Malek, Niousha Akhshi Reza Akhlaghirad, Shiva Ordooie, Amineh Mazrouie Arani. |
| Uscita | giovedì 20 febbraio 2025 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Lucky Red, Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 4,07 su 28 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 17 febbraio 2025
Un dramma che da familiare diviene sociale nell'Iran delle proteste giovanili di piazza. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura a Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, 3 candidature agli European Film Awards, 1 candidatura a Cesar, a National Board, ha vinto un premio ai Lumiere Awards, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a NSFC Awards, In Italia al Box Office Il seme del fico sacro ha incassato 672 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Amin ha finalmente ottenuto, dopo due decenni di lavoro, la promozione che attendeva: è ora addetto agli interrogatori e spetta a lui rinviare dinanzi al giudice gli accusati per una condanna che poi sarà certa. Ha una moglie devota e due figlie che studiano. La maggiore ha un'amica che viene gravemente sfigurata durante una manifestazione. Come aiutarla senza farlo sapere al capo famiglia? Per di più l'arma che e stata consegnata ad Amin al momento della promozione scompare da casa e lui rischia il carcere se non la si trova.
Un film militante dall'estremo coraggio che fa tesoro della lezione del cinema di impegno.
Sgombriamo subito il campo dal fatto che il regista sia riuscito a fuggire dall'Iran dopo una pesante condanna (che non era la prima) e che abbia potuto essere presente alla prima mondiale del film al festival di Cannes. Tutto ciò, che è indubbiamente importante, potrebbe costituire un filtro emotivo comunque distorcente rispetto al valore dell'opera in sé che invece c'è ed è molto elevato. Perché Rasoulof realizza indubbiamente un film militante che fa del cinema un megafono per dare voce a coloro che la vedono soffocare nel sangue come accadeva nella seconda metà del secolo scorso, ad esempio dal cinema di Costa Gavras celebrato proprio a Cannes, ma fa molto di più. Sin dalla prima inquadratura, in cui in dettaglio vediamo consegnare una pistola e delle pallottole, ci troviamo inseriti in una condizione di pericolo imminente che pervaderà con diverse valenze tutto il film. Perché di lì a breve quella realtà, quelle persone che Amin è chiamato a giudicare appellandosi a una legge divina che ritiene di poter interpretare ed applicare con rigore, inizieranno a sua insaputa ad entrare nella sua vita. Le tre figure femminili al centro della narrazione, la madre e le due figlie, rappresentano, con i tratti della più assoluta verosimiglianza, le dinamiche che intercorrono tra generazioni. La madre, figlia di un uomo poco raccomandabile, ha trovato nel marito e nel rispetto dell'ordine un suo status che ora vede messo in discussione dalle figlie (in particolare da quella maggiore). Ma questo è solo l'inizio perché questo è un film in cui i nascondimenti fanno parte della necessità.
Amin non racconta alle figlie il suo mestiere di fornitore di teste al boia, la madre vuole tenerlo al riparo dalle loro turbolenze ed esse cercano, finché è loro concesso, di mediare con i genitori. Ma ciò che fa essere quest'opera cinema tout court è la disseminazione di segni che rimandano ad entità di potere invisibili quanto però onnipresenti. Abbiamo visto in un recente passato Kafka a Teheran. Qui proseguiamo nel viverlo in una dimensione resa dall'attualità ancora più cogente e pervasiva (vedasi le riprese clandestine con i telefonini diffuse sui social che però al momento opportuno possono essere disattivati). Chi detiene un potere ha sopra di sé qualcuno che, invisibile in un ufficio costellato di cartonati, lo controlla a sua volta. La fede cieca serve da alibi così come il timore della divinità si fonde con quello che nasce da una uno squillo di campanello al citofono a cui nessuno dà risposta. Rasoulof sa portare sullo schermo l'oppressione quotidiana, e la supposta necessità del compromesso che le nuove generazioni non vogliono più accettare sapendola anche trasferire simbolicamente in tutta la parte finale del film in un villaggio abbandonato, novello 'castello' in cui interrogarsi sulle distorsioni di un Potere che reclama la propria onnipotenza. Il cinema tout court (non solo quello iraniano) fa con questo film un fondamentale passo avanti nella fusione tra denuncia e sua rappresentazione sullo schermo.
Il seme del fico sacro è un capolavoro di ritmo, sceneggiatura e recitazione. Il film adopera le formule del cinema classico, come appunto il MacGuffin hitchcockiano della pistola sparita, o il confronto da western nel villaggio abbandonato, che diventa un labirinto kubrickiano, ma evoca esplicitamente anche le strutture ancestrali della fiaba.
La primavera scorsa Mohammad Rasoulof (Il male non esiste) è partito, a piedi, attraverso le montagne. La sua condanna era stata pronunciata, otto anni di carcere per “messa in pericolo della sicurezza nazionale”, e il suo arresto era inevitabile. Non gli restava che fuggire lontano, fino in Germania dove vive attualmente con la figlia. Pochi mesi prima, il regista iraniano aveva girato clandestinamente Il seme del fico sacro, un film di quasi tre ore - candidato a 3 Premi EFA (la cerimonia di premiazione sarà in streaming su MYmovies)- che racconta l’irruzione del movimento “Donne, Vita, Libertà” nella famiglia di un giudice istruttore devoto al regime dei mullah. Una dichiarazione di guerra alla Repubblica Islamica, dove le attrici sono riprese a capo scoperto nelle scene d’interni. Mohammad Rasoulof, a cui viene negato il passaporto dal 2017 e che è stato condannato al carcere nel 2010 e di nuovo nel 2019 per “propaganda contro il regime”, voleva continuare il suo lavoro, cambiare il mondo col cinema, questione annosa che il suo film riprende con una potenza estetica e politica inaudite. Un film realizzato come atto di resistenza prima di lasciare illegalmente il suo Paese alla fine di aprile e approdare a Cannes, dove vince il Premio Speciale della Giuria.
Il seme del fico sacro nasce da un’urgenza e da una necessità. La necessità di raccontare un Iran sfidato dalle donne. Il Paese dell’oscurantismo è scosso dalla loro voce che afferma, denuncia e porta a casa il punto. La sua ambizione formale e narrativa (il film è allo stesso tempo un processo a porte chiuse, un thriller e un western) è vertiginosa, così come il coraggio del suo team nell’affrontare le riprese in una terra ostile. Mohammad Rasoulof realizza questo film con la coscienza pulita, non per gusto ma per dovere. A fianco di un’intera generazione di giovani e contro il regime teocratico che impone la sua legittimità ricorrendo a una violenza sempre maggiore. Concepito in carcere, girato in clandestinità e portato sullo schermo grazie al coraggio di un manipolo di anime libere, Il seme del fico sacro ha la forza esplosiva di un atto di resistenza. L’autore lancia coraggiosamente una serie di granate e fa boom, riducendo l’orrore totalitario alla dimensione di un microcosmo familiare e integrando la fiction coi filmati crudi e selvaggi che circolano sui social network e mostrano assembramenti di donne in rivolta, di donne al volante trascinate fuori dai propri veicoli, di pestaggi sistematici e di una Teheran sull’orlo dell’implosione. Un clima insurrezionale in cui distinguiamo forti e chiari gli slogan: “Abbasso la teocrazia! Abbasso il dittatore! Donne, vita, libertà!”. La clamorosa morte di Mahsa Amini, una studentessa arrestata e picchiata a morte nel settembre 2022 perché non indossava il velo in “maniera appropriata”, viene evocata direttamente e registra il punto di non ritorno.
Il sonno della ragione genera mostri: anche tra le quattro mura di una (nuova) casa. Dove, seduti assai poco comodamente sul scivoloso divano del dubbio, si rischia di diventare giudici delle proprie «amate» figlie. O della donna che si è sposata. Ma mai, proprio mai, di se stessi. È il film di un regista in fuga, le cui opere non sono mai state proiettate nel suo Paese, censurato e messo all'indice, [...] Vai alla recensione »