| Titolo internazionale | Hidden Away |
| Anno | 2020 |
| Genere | Biografico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 120 minuti |
| Regia di | Giorgio Diritti |
| Attori | Elio Germano, Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari Andrea Gherpelli, Denis Campitelli, Filippo Marchi, Maurizio Pagliari, Francesca Manfredini, Paola Lavini, Gianni Fantoni, Daniela Rossi (II), Mario Perrotta, Paolo Dallasta, Guglielmo Pagnozzi, Peter Hottinger, Dagny Gioulami, Kamil Krejci, Benjamin Utzerath, Carmen Gratl, Laura Pizzirani, Lorenzo Ansaloni, Maurizio Cardillo, Paolo Rossi, Fabrizio Careddu, Matteo Alì, Giancarlo Ratti, Mariavittoria Dallasta, Duilio Pizzocchi, Orfeo Orlando, Marta Ascari, Adele Belli, Tommaso Lucchini. |
| Uscita | sabato 15 agosto 2020 |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,60 su 32 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 6 agosto 2020
Argomenti: Pittori
La vita del pittore Antonio Ligabue, uno dei maestri e protagonisti fondamentali dell'arte contemporanea internazionale. Il film è stato premiato ai Nastri d'Argento, ha ottenuto 15 candidature e vinto 7 David di Donatello, al Festival di Berlino, ha ottenuto 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office Volevo nascondermi ha incassato 901 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Antonio è figlio di emigranti. Dopo la morte della madre viene affidato ad una coppia svizzero-tedesca ma i suoi problemi psicofisici lo porteranno all'espulsione. Viene mandato a Gualtieri in Emilia, luogo di cui è originario l'uomo che è ufficialmente suo padre. Qui vive per anni in estrema povertà sulle rive del Po fino a quando lo scultore Renato Marino Mazzacurati lo indirizza allo sviluppo delle sue naturali doti di pittore.
Fa indubbiamente effetto assistere a pochissimi giorni di distanza dalla morte di Flavio Bucci a un film che ha al centro la sofferta vita di Antonio Ligabue.
Nel 1977 fu proprio Bucci, in quello che all'epoca si chiamava ancora 'sceneggiato televisivo, in tre puntate per la regia di Salvatore Nocita, a dare uno scossone al modo di raccontare biografie in tv interpretando proprio Ligabue. In una versione cinematografica accorciata aveva vinto al Festival di Montréal il Gran Premio delle Americhe e quello per la Migliore interpretazione maschile.
Non è difficile pensare che Elio Germano abbia avuto la consapevolezza di doversi confrontare con una prova d'attore che aveva segnato l'immaginario di una generazione. I confronti sono sempre complessi da affrontare ma in questo caso si può tranquillamente affermare che Germano non ha nulla da invidiare al suo predecessore. Ha saputo fare 'suo' Ligabue offrendogli quella profonda sofferenza interiore che sa spesso conferire ai personaggi che gli vengono proposti sul grande schermo.
A venirgli in aiuto in questo caso è anche l'altrettanto profonda conoscenza del mondo rurale emiliano che Giorgio Diritti possiede e che sa infondere nelle sue opere quando è necessario. Perché, a partire da quel corpo che si nasconde sotto un indumento/corazza da cui fuoriesce uno sguardo in cui paura e curiosità per ciò che lo circonda si contrastano, Diritti, grazie alla prestazione di Germano, ci racconta una vita dolorosa che dà luogo a un'arte in cui la vivacità cromatica è coinvolgente.
Chiunque abbia visitato una mostra dedicata al grande pittore sa (e Diritti ce lo ricorda sui titoli di coda) quanto l'esplosione di forme e di colori ne costituisse il polo d'attrazione. Quasi che divenissero per lui strumento indispensabile per sfuggire alle sofferenze di un'esistenza marchiata dai disturbi mentali e dalla derisione.
Perché Diritti non traccia un ritratto agiografico del mondo rurale. Non giudica ma neppure assolve i tanti che, per ignoranza o insensibilità, mettevano alla berlina il matto e ne disprezzavano l'opera. Così come sa inquadrare con tenerezza quei pochi, uomini e donne, che seppero chinarsi su di lui e comprenderne il tormento ma anche la grandezza.
Sulla sua tomba si legge: «Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all'ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore». Solitudine, dolore, libertà e amore. Sono i quattro 'segni' che animano un film che forse solo due sensibilità come quelle di Diritti e Germano potevano saper fondere con partecipazione e rigore.
Antonio Ligabue non è un bambino come gli altri. È di sangue italiano ma è in Svizzera fin dalla nascita, avvenuta a Zurigo all'ultimo respiro dell'Ottocento, da sempre malato di gozzo e rachitismo e fin dal suo primo anno d'età affidato a una famiglia di contadini svizzeri tedeschi (che lui ha poi considerato come i suoi veri genitori). A neanche vent'anni d'età, dopo aver ricevuto un'istruzione frammentaria e superficiale, viene espulso dalla Svizzera e costretto a riparare in Italia, in un Paese che per lui è assolutamente straniero e di cui non parla la lingua. Giunto a Gualtieri, località emiliana di cui è originario colui che è ufficialmente suo padre - il marito della madre biologica, Bonfiglio Laccabue - il giovane Antonio patisce freddo, fame e soprattutto un'enorme solitudine. Per riempire i suoi vuoti esistenziali, tra un impiego saltuario e l'altro, Ligabue scopre l'arte e soprattutto la pittura. L'incontro con Renato Marino Mazzacurati, nei tardi anni 20, dà l'impulso decisivo a Ligabue per decidere di dedicarsi unicamente a dipingere (e talvolta anche scolpire), l'attività che meglio gli consente di comunicare e di spiegare al mondo come si senta: lo farà fino al giorno della sua morte.
Volevo nascondermi è un biopic intenso che racconta la ricerca di senso di un uomo apparentemente abbandonato da tutto e da tutti che trova finalmente un modo per riuscire a esprimere il suo sfavillante mondo interiore con il disegno e l'arte figurativa.
L'incredibile biografia di Antonio Ligabue, uno dei principali pittori italiani del 900 ma anche una persona che conosceva perfettamente cosa volesse dire soffrire e sentirsi soli nella vita di tutti i giorni, diventa un film prodotto da Rai Cinema e da Palomar (la stessa casa di produzione dietro alla serie tv de Il commissario Montalbano), diretto da Giorgio Diritti, già dietro alla macchina da presa per Un giorno devi andare e L'uomo che verrà.
Nel ruolo principale, ovviamente quello del pittore naïf emiliano da adulto, c'è Elio Germano ma Ligabue ragazzo e bambino è interpretato rispettivamente da Oliver Ewy e da Leonardo Carrozzo. Gianni Fantoni presta il suo volto all'industriale Antonini mentre Dagny Gioulami è Elise, la madre adottiva svizzera, e Pietro Traldi è Renato Marino Mazzacurati, la cui madre ha il volto di Orietta Notari. Infine, è Andrea Gherpelli ad avere il ruolo di Andrea Mozzali.
«Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all'ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore» (Epitaffio sulla tomba di Antonio Ligabue a Gualtieri) Un occhio guardingo e spaurito spunta dalla fessura di un mantello calato sulla testa. [...] Vai alla recensione »
Con quattro film in 15 anni l'emiliano Giorgio Diritti ha definito meglio forse di chiunque in Italia la sua poetica. Calati in microcosmi remoti, percorsi da lingue e dialetti spesso impenetrabili, tutti i suoi lavori esplorano infatti il rapporto fra una comunità e un estraneo, un intruso, talvolta un nemico (i nazisti de "L' uomo che verrà"), destinato a mettere alla prova le forze che uniscono [...] Vai alla recensione »