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Ultimo aggiornamento venerdì 26 aprile 2019
Santo Russo, calabrese cresciuto nell'hinterland milanese, dopo i primi furti in periferia e il carcere minorile, decide di seguire le sue aspirazioni e di intraprendere definitivamente la vita del criminale. Il film ha ottenuto 1 candidatura ai Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Lo Spietato ha incassato 644 .
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CONSIGLIATO SÌ
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Santo Russo, è un giovane calabrese che finisce ancora adolescente a Buccinasco, dopo che il padre è caduto in disgrazia con la 'ndrangheta. Qui cerca di mimetizzarsi, impara l'idioma locale e, trascorso ingiustamente un periodo in carcere, inizia a farsi strada nella criminalità. Le cose gli vanno bene, ma solo fino a un certo punto, tanto che si reinventerà come imprenditore, ovviamente con le mani in pasta in affari sporchi e pure coinvolto nel traffico di eroina. Santo sembra avere tutto, compresa un'artista come amante che lo circonda della bella società, ma la moglie molto cattolica inizia a capire chi ha sposato davvero...
L'evoluzione della criminalità a Milano dagli anni 60 agli anni 90, dalle bande di rapinatori e sequestratori, fino all'edilizia e alla droga, viene raccontata attraverso l'epopea di un camaleontico e ambizioso meridionale. Niente di nuovo sotto il sole, ma le interpretazioni, la messa in scena e il ritmo funzionano.
Santo entra in scena mentre guarda i riflessi del sole sulla "madunina" del Duomo di Milano, dal balcone del suo appartamento di lusso, in vestaglia e gambe volgarmente aperte a mostrare pacco e mutande. Un accostamento ironico e blasfemo, che vede nella statua sacra prima di tutto l'oro e la ricchezza, un obiettivo per cui Santo è disposto a trasformarsi.
La prima parola che gli sentiamo dire, nel prologo ambientato nel 1990, è "testina", come fosse Guido Nicheli in un film dei Vanzina, ma già nel 1967, quando si è appena trasferito a Buccinasco, lo sentiamo rispondere a un macellaio con «Va a dà via i ciap cun vèrt l'umbrela!», parole tutt'altro che facili da padroneggiare per un calabrese. Metteteci pure che il suo racconto in voice over ricorre ciclicamente a «Ça va sans dire» e avrete un quadro di quanto Sandro sia una sorta di spugna linguistica, che usa espressioni e parole per darsi un tono e mimetizzarsi in un ambiente come un predatore pronto a colpire a sorpresa. Lo fa però sempre con una certa autoironia, raccontando la sua storia con toni vagamente picareschi, popolandola di personaggi piuttosto buffi, dal robusto malavitoso soprannominato Slim, ossia smilzo «anche se magro non lo era mai stato», all'altro suo socio baffuto che mastica chewing gum e per dire di affrettarsi durante un colpo se ne esce con «Dai che facciamo tardi alla messa!».
La vitalità di questo trio criminale anima la prima parte del film, quella più risaputa eppure più riuscita. Giocando con la nostalgia e le citazioni del poliziottesco, il regista Renato De Maria esplora non solo Milano ma pure la Lomellina con una rapina a Mede, catapultando i suoi coloriti personaggi in un ambiente grigio che deve ancora conoscere la ricchezza e il lusso. Ci si arriva nella seconda parte del film, dove però la narrazione si fa episodica e altalenante, almeno finché non se ne impossessa la moglie di Santo, interpretata dalla brava Sara Serraiocco.
Terminate le rapine e i sequestri, così come gli assassini, il film cerca di tenere alto il ritmo accumulando situazioni diverse, ma perde coesione e concentrazione inoltre copre con un'ellissi uno dei passaggi più interessanti del racconto. Santo, finito in galera, esce senza una lira, quindi tutto quello che ha fatto prima è come fosse stato azzerato, eppure in men che non si dica passa da un giro di auto rubate ad avere il capitale per investire nell'edilizia.
Questa sezione della storia era oltretutto più interessante di quella che invece vediamo, con un Santo arricchito che un po' per passione e forse un po' anche per noia si invaghisce dell'artista francese e tradisce la moglie. Il passaggio insomma dalla criminalità di strada a quella degli affari viene dato per scontato e tanto la prima parte era meticolosa, quanto la seconda salta di situazione in situazione quasi senza continuità, facendo venire a mancare un arco coerente per il protagonista, al punto che il personaggio più forte finisce per essere sua moglie, fin lì invece assai sacrificata.
De Maria avrebbe potuto affidarsi meno alla voce over, da cui il cinema italiano è pressoché invaso, e far emergere i personaggi dalle azioni senza spiegare continuamente le intenzioni del protagonista. Riccardo Scamarcio nel ruolo di Santo comunque è efficace, ironico e sopra le righe solo quando serve, del resto quello tra lui e De Maria è un sodalizio iniziato già in La prima linea per poi continuare in Tv con Il segreto dell'acqua e ancora al cinema con La vita oscena, passato a Venezia nella sezione Orizzonti nel 2014 e, come Lo spietato, ambientato nella "Milano da bere". Il film è poi anche una sorta di sbocco naturale per il lavoro fatto dal regista nel documentario Italian Gangsters, dedicato alla criminalità nostrana degli ultimi trent'anni, infatti è evidente che De Maria padroneggia il materiale con scioltezza, peccato solo che la sceneggiatura perda colpi dopo un inizio avvincente.
Ispirato dal romanzo del pentito di ‘ndrangheta Saverio Morabito, Renato De Maria completa la sua trilogia del mondo della mala con una pellicola che arriva dopo La prima linea, basata sulle memorie dell’ex terrorista Sergio Segio, e il documentario Italian Gangsters, dedicato alla parabola dei malviventi di casa nostra, con un film che vede sugli scudi Riccardo Scamarcio che de La prima [...] Vai alla recensione »
Ma che bravo Riccardo Scamarcio versione gangster. Diretto da Renato De Maria in un evidente riedizione dei poliziotteschi, impersona l'ambizioso immigrato calabrese Santo Russo, che negli anni Settanta e Ottanta a Milano si fa largo come temutissimo boss della malavita. Rapine, omicidi, sequestri: non lo fermano nemmeno il matrimonio con l'ignara Mariangela e i due figli.