| Titolo originale | Shoplifters |
| Anno | 2018 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 121 minuti |
| Regia di | Kore'eda Hirokazu |
| Attori | Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Kengo Kora Chizuru Ikewaki, Naoto Ogata, Sôsuke Ikematsu, Yôko Moriguchi, Moemi Katayama, Yuki Yamada, Akira Emoto. |
| Uscita | giovedì 13 settembre 2018 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,07 su 22 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 aprile 2020
La famiglia, per definizione, non si sceglie. O forse la vera famiglia è proprio quella che si ha la rara facoltà di scegliere. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura a Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, ha vinto un premio ai Cesar, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards, In Italia al Box Office Un affare di famiglia ha incassato 1,3 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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In un umile appartamento vive una piccola comunità di persone, che sembra unita da legami di parentela. Così non è, nonostante la presenza di una "nonna" e di una coppia, formata dall'operaio edile Osamu e da Nobuyo, dipendente di una lavanderia. Quando Osamu trova per strada una bambina che sembra abbandonata dai genitori, decide di accoglierla in casa.
La famiglia, per definizione, non si sceglie. O forse la vera famiglia è proprio quella che si ha la rara facoltà di scegliere. Libero arbitrio parentale: un tema niente affatto nuovo nel cinema di Kore-eda Hirokazu, dallo scambio di figli di Father and Son alla sorellanza estesa di Little Sister.
Ma Un affare di famiglia percorre solo in apparenza binari antichi, nascondendo una differente declinazione della materia, che guarda al sociale come l'autore non faceva dai tempi di Nessuno lo sa. In un'opera brutalmente separata in due atti, che lavora molto sul dialogo con lo spettatore. Il primo segmento sembra esaudire appieno le aspettative di quest'ultimo, introducendolo a un gruppo di ladruncoli che, per interesse prima e per affetto poi, si ritrova a festeggiare un colpo, simulando di avere dei rapporti effettivi di parentela. Tutto sembra procedere nella direzione più attesa, sino alla svolta narrativa che riapre il vaso di Pandora e rimette tutto in discussione. "Buoni", "cattivi", giusto e sbagliato, diventano concetti ribaltati sullo spettatore e sui suoi dubbi, con una padronanza della narrazione - già intravista nel "rashomoniano" The Third Murder - che guarda al relativismo di Kurosawa Akira, ancor più che al consueto termine di paragone di Ozu.
Kore-eda è ormai talmente padrone della propria poetica, elaborata attraverso una lunga e pregevole filmografia, da poterne disporre a piacimento, rivoltandola come un guanto per offrire nuovi punti di vista, nuove ricerche di verità.
Il conflitto tra legge morale e legge sociale trasforma i toni quasi da commedia della rappresentazione della famiglia fittizia in un dramma colorato di nero, che colpisce come una sferzata, dopo aver aperto il cuore al sentimento. Lo scontro tra legge e natura raggiunge il suo apice nell'epilogo di Un affare di famiglia, dimostrando l'invincibilità della prima - che ostruisce la costruzione di un modello alternativo - ma ribadendo con forza le ragioni della seconda.
Un approfondimento sul piano filosofico rispetto al passato dell'autore, che si rispecchia in una maestria formale sempre più stupefacente. Nel primo segmento Kore-eda costruisce una successione di microsequenze mirate ad abbattere ogni resistenza emozionale: il quadro familiare che si ricompone nella plongée dei fuochi d'artificio e poi nell'orizzontalità del bagnasciuga; le simmetrie di lividi e bruciature (le braccia delle donne, le gambe degli uomini), che accomunano paternità o maternità e sembrano segni del destino, esposti di fronte a una giustizia che chiude occhi e orecchie.
Con la grazia che lo contraddistingue nella trattazione delle dinamiche familiari e nelle sfumature di comportamento dei più piccoli, infatti, Kore-eda seziona, con un invisibile bisturi, l'ipocrisia su cui si regge il formalismo nipponico e svela l'abisso che separa le classi sociali. Le professioni umilianti o usuranti che accomunano i membri della "famiglia" costituiscono il nuovo proletariato urbano, assai più eterogeneo e meno leggibile di quello analizzato da Marx. La classe operaia che, anziché sognare il paradiso o una rivoluzione, convive con il "job sharing".
Con Un affare di famiglia si ride, ci si commuove e si rischia di finire con il cuore in frantumi. Mai così pessimista, ma forse mai così lucido, Kore-eda è ormai un classico vivente.
In “Shoplifters”, titolo internazionale dell’ultimo film di Koreeda che in italiano vuol dire taccheggiatori, il regista prosegue la sua operazione di scavo nella famiglia contemporanea giapponese. Già autore dello stesso tema in “Ritratto di famiglia con tempesta” del 2016, “Little Sister” del 2015 e “Father & Son” del 2013, in “Un [...] Vai alla recensione »
Se c'è un regista che sembra possedere le doti e il nitore di un maestro contemporaneo, questo è oggi Kore'eda Hirokazu. Non è semplicemente questione di giudizio, ovvero di quanto sia bravo - questione su cui, sebbene vi sia ampio consenso, si può pur sempre discutere. È piuttosto un fatto di atteggiamento, stile, umanità. Kore'eda sembra, tra i registi in attività, l'unico in grado di rappresentare il mondo e le persone con una forma e un racconto universali e semplici, in grado cioè di reinventare il cinema d'autore dell'epoca d'oro (dagli anni Quaranta agli anni Sessanta), quello che insegnava letteralmente a guardare e a pensare liberamente ad intere platee internazionali. Scriviamo questo perché Un affare di famiglia non andrebbe affatto confinato al circuito del cinema d'essai o allo zoccolo duro dei cinefili attrezzati a un film lento e profondo.
Sarebbe anzi lungimirante, da parte di tanti bravi e preparati docenti delle scuole italiane, scegliere il film di Kore'eda per una mattinata in sala con gli studenti, invece che sottoporre loro i soliti titoli buoni solamente per il dibattito in aula. I ragazzi, se messi nelle condizioni di saper aspettare e saper vedere, ne ricaverebbero un insegnamento profondo, tanto più utile e ricco quanto più articolato e spiazzante sembra il messaggio di Un affare di famiglia.
Essendo impossibile analizzare il film nel dettaglio senza svelare passaggi essenziali e preziosi della trama, ci limiteremo a dire che le svolte narrative, in particolare una, che intervengono a un certo punto, permettono allo spettatore di acquisire una improvvisa coscienza di quanto ha visto fino a quel momento, e a dover integrare le sue emozioni e convinzioni con nuovi schemi di pensiero e nuovi dati di realtà.
Guardare un film di Hirokazu Kore'eda è come ritrovarsi in famiglia. Da qualche anno il suo cinema ritorna sui medesimi temi: la filiazione, i legami intimi che la biologia impone e le relazioni affettive che scegliamo. Da Nobody Knows a Ritratto di famiglia con tempesta, passando per Still Walking, Father and Son e Little Sister fino ad arrivare a Un affare di famiglia, la sua opera è un grande ma minuzioso studio della cellula familiare.
Un affresco di dolori, espedienti, amarezze e abbandoni ma anche di amore, sovente imperfetto e qualche volta vibrante di calore come questo ritratto di gruppo in un interno e nell'angolo cieco della società.
In occasione dell'uscita di Un affare di famiglia abbiamo incontrato il suo autore.
Nobody Knows, I Wish, Father and Son e Un affare di famiglia sono girati ad altezza di bambino, il vostro cinema come quello di François Truffaut accorda un'importanza centrale all'infanzia. Cosa vi spinge a ritornare sempre all'infanzia?
Attraverso lo sguardo dei bambini posso introdurre punti di vista critici sull'esistenza degli adulti..
Secondo lei i bambini possono diventare la lente attraverso cui misuriamo le capacità degli adulti?
Sì penso che sia esattamente così.
I film di Hirokazu Kore'eda hanno sempre accordato all'infanzia un'importanza centrale: in qualità di soggetto, bambini abbandonati alla loro sorte (Nessuno lo sa) o separati da un divorzio (I Wish), ma anche in quella di oggetto della discordia, pedine mobili di un gioco di riorganizzazione familiare e di scambi che non si preoccupano della loro individualità (Father and Son). Il suo cinema empatico filma l'infanzia come nessuno. Ogni film fornisce allo spettatore una nuova prova catturando di quella stagione l'innocenza e la scintilla, l'intimità e le sue crepe. Al cuore del suo lavoro ci sono bambini lasciati a se stessi, confusi e confrontati con realtà troppo grandi per spalle troppo piccole. Ci sono adulti che ricollocano in ginecei improvvisati (Little Sister) o in famiglie alternative (Un affare di famiglia) la saggezza acquisita con i torti subiti all'alba della vita.
All'ombra dei ciliegi in fiore o di disastri familiari, la (loro) cognizione del dolore si veste di dignità, guadagnando la forza necessaria per superare il male che l'ha determinata. I suoi bambini grandi reagiscono creando un valore morale assoluto, al di là dei propri interessi e assumendosi la responsabilità di essere loro la "famiglia" per una sorella ritrovata o una bimba 'battuta'.
Tra i film dell'autore, Little Sister e Un affare di famiglia costituiscono una sorta di dipoi del suo cinema dell'infanzia, la sua fase post-traumatica, dove un funerale diventa un battesimo e un sequestro una liberazione. Artista ossessionato dall'idea di una riconciliazione dei mondi domestici, i suoi film sondano i misteri dei legami familiari alla ricerca di una riparazione, risalendo la ferita ancestrale. Come? Vivendo, semplicemente. Prendendosi cura l'uno dell'altro. E il miracolo di questi film è la loro disposizione alla felicità a dispetto delle vicissitudini della vita. È lo sguardo di Kore'eda che filma i corpi fino a penetrare il pensiero di individui a cui hanno rubato l'infanzia. Donne e uomini, bambine e bambini le cui vite scorrono adesso quiete nella casa delle sorelle di Little Sister come nell'appartamento affollato di Un affare di famiglia. Almeno fino a quando la trama non rivela il suo rovescio di confusione, disordine e amarezza. Perché nel cinema di Kore'eda, la tenerezza che domina volge sovente in afflizione, il sorriso in malinconia.
Alle spalle ha un albero genealogico complesso, dominato dal cinema. Davanti a sé un futuro ricco di opportunità, vista la reputazione di cui gode a 32 anni Sakura Ando. Recente protagonista di Un affare di famiglia - il film che ha vinto la Palma d'oro a Cannes, che uscirà in Italia il 13 settembre - la Ando è uno dei volti simbolo del cinema d'autore nipponico degli ultimi anni, grazie alla sua innata versatilità. Un'attrice che può essere indifferentemente sexy e nerd, sgraziata oppure stilosa. Ma che di certo non può suscitare indifferenza. L'antica definizione che perseguitò per tutta la carriera Katharine Hepburn ("la più brutta delle belle, la più bella delle brutte") potrebbe rendere l'idea, ma risultare oltremodo limitante: Sakura Ando è infatti il volto della duttilità e del trasformismo che un presente complesso e di difficile lettura richiede. La ragazza tenera e indifesa, capace di estrarre le unghie per colpire, o la lottatrice indomita, disposta a tutto per raggiungere il proprio scopo, convivono nel medesimo corpo. Con il volto ribelle di chi non scende a compromessi, né si finge differente dalla propria natura.
Per queste ragioni tutti amano Sakura Ando, registi e spettatori. E per questo nessuno ha nulla da obiettare - cosa succederebbe in Italia? Si parlerebbe di nepotismo? - su un albero genealogico ricco di ascendenti cinematografici.
Dal padre regista, Eiji Okuda, alla madre scrittrice e sceneggiatrice Kazu Ando; su su fino a Takeru Inukai, influente politico e padre illegittimo di Okuda, e giù giù fino alla sorella Momoko, anch'essa regista (è suo 0.5mm, con Sakura protagonista).
In dieci anni di carriera Ando ha già regalato almeno tre interpretazioni straordinarie. La più recente è quella di Nobuyo, moglie uxoricida di un marito violento, che si dà al taccheggio e alla formazione di una famiglia clandestina insieme a Osamu/Lily Franky. Un concentrato di violenza repressa e affetto materno mancato, ancora una volta un ruolo ricco di sfaccettature. Anche per lo spettatore fin qui ignaro, che scoprisse grazie a Un affare di famiglia Sakura Ando, sarebbe sufficiente il ruolo di Nobuyo per capire la statura dell'attrice in questione. In una sola rapida sequenza di seduzione, Ando cambia radicalmente aspetto e gestualità, in pochi secondi e senza stacchi, davanti alla macchina da presa. Bastano un cambio di luci e di condizione meteorologica - l'umidità diviene temporale - per regalare una scena di inedita sensualità, in apparente contrasto con l'atmosfera generale di Un affare di famiglia.
Il Festival di Cannes ha attribuito la Palma d'Oro 2018 a Un affare di famiglia, del giapponese Kore'eda Hirokazu. Un riconoscimento così importante, anzi, il più importante sul piano del cinema inteso come cultura, è legittimo che aprisse un orizzonte infinito di letture, di discussione, persino di Storia. Il film non è facile, l'autore non concede niente, il suo stile non fa prigionieri, l'unica concessione è a se stesso e alle indicazioni che intende portare. Che non hanno confini, appunto. "Gruppo di famiglia in un interno" ma è un interno stipato, angusto, persino sordido, dove alcuni adulti e un bambino vivono nella sporcizia, coi materassi a terra, negli odori della cucina, un micromondo sporco. Per la sopravvivenza si fanno furti nei supermercati. Poi c'è la "nonna", il perno di tutto. L'uomo di casa è Osamu, che una notte raccoglie una bambina abbandonata, Aki, che entra a far parte del gruppo.
Il regista racconta dunque di una famiglia che famiglia non sarebbe, nessuno è legato all'altro dal sangue. Quel quotidiano strappato ora per ora, finisce comunque per creare un legame dalla forza misteriosa, che sorpassa tutto, crimini interni compresi.
Questa visione fa parte della tradizione giapponese, che nelle epoche ha fatto irruzione nel cinema portando contenuti sconosciuti, avvenne nei primi anni cinquanta, quando l'occidente si accorse che molto lontano viveva una cultura cinematografica diversa ma avanzata. Fu quando a Venezia arrivò Kurosawa col suo Rashomon che incantò tutti e vinse il Leone d'Oro, e pochi mesi dopo anche l'Oscar. È solo un indizio perché poi i giapponesi hanno reinventato e dominato l'animazione, e rivisitato e imposto agli inventori occidentali la violenza estrema.
"Che cosa ci unisce? I soldi?". Questa domanda, espressa da uno dei componenti della "famiglia" al centro del film di Hirokazu Kore'eda che ha conquistato la Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes, è centrale a tutto lo svolgimento di una storia che affronta - in forma meravigliosamente narrativa - il modo in cui il denaro - o la sua assenza - condizionino i rapporti fra gli esseri umani, soprattutto in una società rigidamente divisa in caste come quella contemporanea giapponese.
I protagonisti di Un affare di famiglia convivono ammassati in uno spazio piccolissimo.
La nonna riceve soldi da un ex marito che le ha preferito un'altra famiglia, l'uomo accetta ingaggi a giornata da un cantiere edile e quando si fa male (sul luogo di lavoro) non ha diritto ad alcun sostegno economico, la donna fa la stiratrice in una lavanderia il cui capo pretende dalle dipendenti uno di quei contratti di solidarietà "con cui si diventa tutti un po' più poveri", la ragazza si esibisce in un peep shop, e il bambino rubacchia qua e là, come gli hanno insegnato gli adulti di casa. Tutti campano di espedienti, nella più totale clandestinità, riuscendo a malapena a sopravvivere.
La Palma d'oro vinta da «Un affare di famiglia» permetterà al pubblico più aperto ed attento di approfondire la conoscenza del riverito autore nipponico Kore-eda. Piuttosto che operare la solita parafrasi della trama - il mistero aleggiante su un'apparente famiglia di emarginati stipati in una fatiscente casa di Tokyo a poco a poco smascherato da una serie imprevedibile di eventi -si raccomanda l'abilità [...] Vai alla recensione »