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Ultimo aggiornamento mercoledì 12 febbraio 2020
Quando il marito viene deportato, una donna instaura una relazione con un agente della Gestapo per tentare di salvare l'uomo che ama. Il film ha ottenuto 8 candidature a Cesar, In Italia al Box Office La douleur ha incassato 206 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Giugno 1944, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, maggior rappresentante della Resistenza, è arrestato e deportato. La sua giovane sposa Marguerite Duras è trafitta dall'angoscia di non avere sue notizie e dal senso di colpa per la relazione segreta con il suo amico Dyonis. Pronta a tutto per ritrovare suo marito, si lascia coinvolgere poi in una relazione ambigua con un agente francese della Gestapo, Rabier, l'unico a poterla aiutare. La fine della guerra e il ritorno dai campi di concentramento annunciano a Marguerite l'inizio di un'attesa insostenibile, un'agonia lenta e silenziosa nel mezzo del caos della liberazione di Parigi.
Con qualche libertà e una sublime delicatezza, Emmanuel Finkiel rilegge il celebre romanzo di Marguerite Duras che lo sconvolse a 19 anni.
"Questa donna che attende il ritorno del marito dai campi di concentramento faceva eco alla figura di mio padre, una persona che aspettava sempre. Anche quando ebbe la certezza che la vita dei suoi genitori e di suo fratello era finita ad Auschwitz". Il regista di Voyages e Je ne suis pas un salaud adatta il testo della grande scrittrice per arrivare a una considerazione universale su un sentimento proprio di tutti gli uomini. L'opera di Finkiel non è un biopic su Marguerite Duras, ma un diario intimo del dolore, un ritratto della presenza dell'assenza, un viaggio interiore di un'anima ripiegata su se stessa che Mélanie Thierry ha saputo brillantemente portare alla luce. L'attrice francese attraversa magistralmente l'evoluzione di Marguerite Duras dagli anni della sua gioventù a quelli della sua maturità.
"Di fronte al camino, il telefono, è affianco a me. A destra, la porta del salone e il corridoio. In fondo al corridoio, la porta d'ingresso. Potrebbe ritornare direttamente, suonerebbe alla porta d'ingresso: "Chi è? - Sono io". Finkiel così annuncia l'attesa, citando in apertura del film l'inizio del romanzo, tratto dal giornale personale che Duras aveva scritto dopo l'arresto di suo marito nel '44, e poi a lungo dimenticato. Tra diario intimo e racconto, il film traduce fedelmente in immagini il romanzo aspro e ardente attraverso un'esemplare messa in scena e la distanziazione propria della scrittura di Duras, senza rinunciare ad esplorare la violenza dei sentimenti. Lo sdoppiamento, l'alienazione della donna che si guarda allo specchio, si osserva dall'esterno nelle immagini che finiscono per offuscarsi, rende ancor più potente la descrizione delle emozioni.
Le cravatte dimenticate nell'armadio, la cucina silenziosa, la casa vuota, abitata dall'assenza raccontano il dolore di Marguerite che diventa presto anche una paura, una vergogna, quella di dipendere da un ambiguo agente della Gestapo, l'unico suo legame con il marito scomparso. Tra i due inizia una partita di scacchi tra date e luoghi di Parigi in incontri al limite della seduzione in cui ognuno pensa di poter manipolare l'altro. Il dolore di Marguerite, infine, lascia spazio al senso di colpa a cui il suo amante Dionys Mascolo (Benjamin Biolay) la mette di fronte: "Ogni giorno di attesa ti sei distaccata (da Robert), ogni giorno di più. E questo non lo sopporti". Marguerite con un filo di voce risponde "sei un bastardo", prima di cadere nelle sue braccia.
"Niente più dolore. Non esisto. Allora, perché attendere Robert Antelme? Perché lui piuttosto che un altro? Cosa attende lei davvero?", citando fedelmente alcuni passi del romanzo che Mélanie Thierry legge in modo quasi ipnotico, Finkiel segue Marguerite infine alienata da se stessa, che quel passaggio dalla prima alla terza persona il romanzo ben sottolinea. Attraverso una Parigi grigia, umiliata, ferita, osservata attraverso le persiane chiuse di casa di Marguerite, Finkiel segue l'evoluzione della donna attraverso quel "disordine fenomenale del pensiero e del sentimento", di cui Duras parlava nel preambolo del suo romanzo.
Attraverso lo sguardo di Marguerite, ripresa in lunghi e numerosi primi piani, il regista ricostruisce, anche sulla base della storia personale, quella Parigi sottomessa, costretta a convivere con il nemico, condannata al silenzio di Stato sullo sterminio degli ebrei, di cui non si seppe nulla fino alla fine degli anni '60. La scena di Marguerite vestita di rosso, che in bicicletta attraversa Parigi deserta durante il coprifuoco, sorda ai rumori esterni, rimane dunque l'immagine più emblematica di una città che aveva voglia di ricominciare a vivere, di una donna che voleva ricominciare a esistere.
Infine, Finkiel si prende qualche licenza rispetto al romanzo, mettendo in risalto la sorte degli ebrei che è solo accennata nel testo, o rifiutando di mostrare il corpo di Robert, morto vivente che ritorna a casa, se non attraverso la disperazione della moglie. Eppure, in un'ultima scena su un'assolata spiaggia italiana su cui Robert si staglia come una filiforme figura in controluce, Finkiel lascia l'ultima parola a Marguerite Duras: "Sapevo che sapeva, sapeva che a ogni ora di ogni giorno, io lo pensavo: Robert non è morto ai campi di concentramento".
Bella e significativa trasposizione filmica del diario dell’attesa che Marguerite Duras condensò in un lungo racconto autobiografico dello stesso titolo e in altri scritti minori. L’atteso è suo marito Robert Antelme, arrestato dalla Gestapo nella Parigi occupata del 1944 e deportato in un campo di concentramento in Germania.
Il rapporto di Marguerite Duras con il cinema è almeno triplice. Primo, la scrittura per il cinema: il punto più alto, ma non l'unico, è ovviamente Hiroshima mon amour di Alain Resnais, che appartiene all'autrice quanto al regista della rive gauche. Secondo, la letteratura ispirata al cinema: è dall'approdo al Nouveau Roman, per poi proseguire con la fase tarda della sua carriera letteraria, che la Duras imprime una svolta cinematografica alla sua scrittura, con osmosi evidenti che spaziano dal linguaggio utilizzato al ritmo sintattico. Terzo, il cinema: Duras è stata una cineasta molto apprezzata, i cui film in Italia non hanno praticamente circolato, con una passione particolare per le derive e gli squilibri del rapporto tra parola e immagine, o tra finzione e costruzione. Nel suo film più programmatico, Détruire dit-elle, il flusso di coscienza di alcuni pensionati che dialogano in modo torrenziale e stordente mina alle basi la convenzione narrativa; in India Song, pochi anni dopo, un amore contrastato collassa in un contesto di eros, thanatos e riflessione teorica; in Le camion Gérard Depardieu e la stessa Duras si fanno riprendere mentre leggono la sceneggiatura, smontando tutta la pratica del fare cinema. Sono solo tre esempi.
Intellettualismo? Poesia? Della grandezza letteraria di Marguerite Duras pochi ormai dubitano, del suo cinema - spesso rifiutato dalle distribuzioni e persino dai festival francesi - invece si è dimenticato tutto.
L'impressione è che il tentativo di Emmanuel Finkiel con La douleur sia quello di armonizzare il cinema d'essai contemporaneo con gli inquinamenti testuali e narrativi della scrittrice e dei suoi film. Del resto, essendo il romanzo omonimo una tarda ripresa autobiografica di una forma diaristica, la rifrazione tra l'autrice e la se stessa protagonista permette di ampliare il raggio d'azione.
Nel nuovo film di Emmanuel Finkiel, La douleur (guarda la video recensione), Mélanie Thierry è Marguerite Duras. Leggera e solida. Peso piuma e combattente energica. Senza caricature riesce a cogliere sullo schermo la 'musica' durassiana come solo Emmanuelle Riva prima di lei. Pubblicato nel 1985, "La douleur" è il libro più bello (e più letterario) di Marguerite Duras e si svolge nella Parigi occupata dai nazisti.
Robert Antelme, scrittore e faro della Resistenza, viene arrestato e deportato. La sua giovane sposa, Marguerite, scrittrice e resistente, lo attende e attende sue notizie. In mezzo due uomini, due relazioni e la 'recita' di un'autobiografia pura. Attrice delicata e densa come un diamante, Mélanie Thierry trova la voce intima del suo personaggio e recita lunghi monologhi interiori che accentuano la dimensione incantatoria e ipnotica dell'adattamento di Emmanuel Finkiel. I primi piani intensi sul volto nudo e spogliato dell'attrice, confermano che il dolore del titolo si è preso tutto lo spazio.
La voce off di Mélanie Thierry accompagna le immagini, le precede qualche volta ma non le calca mai. Tra Benjamin Biolay, amico-amante amorevolmente protettivo, e Benoît Magimel, agente-nemico sconvolgente nella sua vile seduzione, Mélanie Thierry è voce (e corpo) che misura le vie di Parigi, è un'ombra dolente che rasenta i muri, è l'ambiguità incarnata di una giovane donna piena di vita in un mondo di lutto e rovina, di una moglie che non ama più il suo uomo ma non osa confessarselo.
Mélanie Thierry rende leggibile la simultaneità dell'aspirazione alla libertà che allontana Marguerite Duras da Antelme e insieme la sua fedeltà feroce al coniuge deportato. E nell'oscillazione tra la speranza indistruttibile e la certezza che è necessario smettere di credere che un giorno il suo uomo tornerà, qualcosa passa nello sguardo dell'attrice, una malinconia improvvisa, fugace, intensa, violenta che evoca quella di Romy Schneider. Sotto i tratti lievi e l'allure naturale, dietro le labbra rosse e i larghi occhi chiari, Mélanie Thierry cattura un'epoca e la restituisce coi sensi.
Come ha approcciato il 'personaggio' Marguerite Duras? Come ha reso visibile la sua prosa?
Per prima cosa ho cercato di non farne una caricatura. Mi sono protetta dal mito Duras mettendo in atto diverse strategie, rimanendo ad esempio incollata al libro. "La douleur" non è un biopic, non racconta tutta la vita di Marguerite Duras, è un romanzo e Marguerite è l'eroina della (sua) storia. Questo mi ha permesso di approcciarla in 'secondo grado', in maniera indiretta. All'epoca in cui è ambientato il romanzo poi, Marguerite Duras come la conosciamo oggi non esisteva ancora, non era ancora celebre, aveva scritto un solo libro ed era praticamente sconosciuta al grande pubblico.
Mi sono concentrata sulla donna, una donna che attende il ritorno di suo marito. I film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale si sono occupati spesso di eserciti, soldati, nazisti e partigiani, lasciando fuori campo le donne e l'inquietudine dell'attesa, sovente lunga ed estenuante.
La liberazione di Parigi è stata certamente un momento incredibile ed esaltante, la gente scendeva in strada gioiosa e la vita riprendeva il suo corso ma le cose non furono così semplici, per molte persone l'attesa si prolungò anche dopo la liberazione. Questo è stato il punto di partenza di Emmanuel Finkiel e a quell'idea il mio personaggio ha aderito. Ho deciso di interpretare una donna che scrive e aspetta, di aggiungere al suo carattere ostinato la mia sensibilità fino a trovare una sorta di evocazione della Duras, attraverso la voce, lei aveva una maniera melodiosa di esprimersi, una musicalità singolare, volava sulle parole. Ho riletto molti brani dei suoi libri, ho visto così tanti documentari su di lei che a un certo punto mi è parso quasi di conoscerla.
I ristoranti a pieno regime, le sale da ballo, i caffè all'aperto. L'industria cinematografica viva e attiva, i bordelli affollati, donne eleganti e uomini col cappello per strada, nei giardini, nei locali. Il coprifuoco per la sicurezza. Alcool e anfetamine per superare la crisi. I bunker per nascondersi, quando le sirene annunciavano il passaggio aereo degli alleati. Era (anche) questa la Parigi dell'occupazione nazista, scenario splendidamente descritto da La douleur di Emmanuel Finkiel, città sospesa per quattro anni tra resistenza e collaborazionismo, umiliazione e resilienza. A Parigi l'occupazione fu più lieve che a Praga e Varsavia, favorita dall'interesse di Hitler per la cultura e l'eleganza intellettuale della città (interesse completamente scemato durante la disfatta, quando ordinò al generale Dietrich von Choltitz di raderla al suolo): il Führer visitò Parigi a meno di un mese dall'occupazione, nel giugno 1940, per rubare qualche spunto architettonico per le grandi opere nelle città tedesche, e inviò poi a Parigi un ambasciatore, Otto Abetz, capace di stringere buoni rapporti con molti intellettuali.
Ma l'orgoglio francese non era sopito e le conseguenze dell'occupazione - deportazioni, arresti, retate di ebrei e intellettuali - non tardarono a farsi sentire. Il primo atto di ribellione agli occupanti arrivò nell'agosto 1941, con l'uccisione di un cadetto navale tedesco in una stazione della metropolitana.
Poi, il 3 settembre, fu la volta di un attentato contro un altro ufficiale, che provocò di rimando l'esecuzione di tre ostaggi. La liberazione fu compiuta il 25 agosto del 1944, dopo aspri combattimenti nel centro della città. E poi? E poi, come racconta Finkiel, cominciò un altro dolore. Il dolore per l'attesa del rientro dei 76.000 deportati, di cui solo il 3% fece ritorno in patria.
Quasi due film in uno, ma che film!, tratti da due racconti di Marguerite Duras. L'epoca è la stessa e così il tema, anche se scalato da diversi versanti. È l'inverno del 1944, nella Francia occupata dei nazisti una giovane scrittrice, la Duras, militante della Resistenza, cerca disperatamente notizie del marito deportato, Robert Antelme. Nei suoi angosciosi andirivieni si imbatte in un poliziotto [...] Vai alla recensione »