La douleur

Un film di Emmanuel Finkiel. Con Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet.
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Titolo originale La douleur. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 127 min. - Francia, Belgio, Svizzera 2017. - Wanted uscita giovedì 17 gennaio 2019. MYMONETRO La douleur * * * 1/2 - valutazione media: 3,93 su 19 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il dolore come espiazione e salvezza Valutazione 4 stelle su cinque

di Zarar


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giovedì 24 gennaio 2019

Bella e significativa trasposizione filmica del diario dell’attesa che Marguerite Duras condensò in un lungo racconto autobiografico dello stesso titolo e in altri scritti minori. L’atteso è suo marito Robert Antelme, arrestato dalla Gestapo nella Parigi occupata del 1944 e deportato in un campo di concentramento in Germania. L’arresto del marito precipita Marguerite (nel film una brava Mélanie Thierry) in uno stato di angoscia in cui si scontrano sentimenti ed emozioni contrastanti (“un disordine formidabile del pensiero e del sentimento di fronte al quale mi vergogno della letteratura” scrive la Duras) . Intellettuale anticonformista, inquieta e determinata,  sposata da due anni con Robert e sua fedele compagna nella Resistenza,  Marguerite sta vivendo il dramma collettivo dell’occupazione nazista e quello personale di una crisi del suo matrimonio, a cui hanno contribuito  – ci vien fatto capire –  la lacerazione di un figlio nato morto e una relazione con il miglior amico del marito, Dionys Mascolo. Ora che Robert le è stato strappato violentemente, pubblico e privato si mescolano nello stesso dolore, insieme al rimorso di una fedeltà imperfetta, alla percezione che la scomparsa del marito renderebbe più semplice il suo rapporto con Dionys. Ma  Marguerite sente che ora non può tradire il patto di solidarietà e amore che comunque la lega a Robert;  e che lo sforzo di stargli vicino e il dolore e la frustrazione della lunga attesa sono un modo necessario di combattere l’orrore che lo ha travolto, di condividere la stessa battaglia che lui sta combattendo sulla sua pelle. Fa l’impossibile per seguirne le tracce, accettando anche il rischio e l’ambiguità di incontri ripetuti e vani coll’agente della Gestapo Rabier . E dopo la sconfitta della Germania, soffre – nel clima generale di rimozione - il periodo snervante dell’attesa di un possibile,  incertissimo ritorno, consumandosi nell’angoscia, somatizzando fino ad ammalarsi, mentre nella sua immaginazione Robert soffre la fame, sta male,  muore di mille morti...La vicinanza di Dionys è insieme un sostegno e un tormento. Dopo un tempo interminabile il marito tornerà, anche se distrutto nel corpo e nell’anima. La lunga angoscia di Marguerite si scioglierà  in  una crisi nervosa;  con uno sforzo terribile si ricomporrà per accoglierlo. Robert ce la farà, sia pure con estrema fatica, con il suo aiuto…  Due anni dopo, quella stessa Marguerite gli  annunzierà che lo lascia per Dionys, da cui vuole un figlio.  Il nazismo è caduto, Robert non è morto. Per l’inquieta Marguerite si aprono altre strade.  Il momento del dolore è finito, ma è consegnato per sempre alla scrittura.  Ed è su quel momento e su questa estrema tensione etica  che  la regia di E. Finkel, coadiuvata da un’ottima sceneggiatura e fotografia,  si concentra: con gli intensi  primi piani  della protagonista, travolta dalle emozioni e insieme spettatrice fredda di se stessa e delle sue contraddizioni;  con il suo disperato girovagare a vuoto; con gli sdoppiamenti stranamente naturali che traducono visivamente lo sdoppiamento del suo cuore, con le incursioni della bella intensa prosa della Duras, con i colori lividi di un Grosz, con il senso profondo di estraneità rispetto al mondo intorno di chi il dolore isola da tutto e da tutti: la massa di gente che le si muove intorno è sfocata o  ridotta a rombante rumore di fondo, o a silhouettes indefinibili, fino al punto in cui gli incubi si confondono con la realtà e viceversa, in un roteare angosciante di immagini. Non c’è rifugio per l’angoscia di Marguerite, neppure il suo piccolo appartamento, reso come uno spazio di angustia,  con lo stretto corridoio bianco e vuoto verso una porta inesorabilmente chiusa, le persiane accostate contro il mondo ostile, lo squillo minaccioso del telefono nel silenzio. Linguaggio visivo e verbale si fondono con grande sapienza formale  in un continuum che scorre fluido dalle immagini, alla colonna sonora, ad un dialogo essenziale e incisivo, alle incursioni della voce narrante.

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