La douleur

Un film di Emmanuel Finkiel. Con Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet.
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Titolo originale La douleur. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 127 min. - Francia, Belgio, Svizzera 2017. - Wanted uscita giovedì 17 gennaio 2019. MYMONETRO La douleur * * * 1/2 - valutazione media: 3,93 su 19 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Istantanea di La Douleur Valutazione 5 stelle su cinque

di CineFoglio


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domenica 3 febbraio 2019

Se sperimentare il dolore vuol dire abbandonarsi a più di due ore di sublimi immagini, suoni e volti, tanto veri quanto scavati dalle lacrime, La Douleur si dimostra essere l’opera adatta.
 
Emmanuel Finkiel ci trascina in una Parigi ormai prossima alla liberazione, ma ancora permeata dalla presenza nazista ed infettata dal collaborazionismo. 
 
Una città che vive nell’incertezza del domani, ritmata dai copri fuoco delle parate aeree e dalle lunghe file per consegnare pacchi e lettere ai cari, imprigionati per le loro idee politiche, e dalla vita bohémien a quella partigiana e clandestina.
 
In una città che si riempirà di festa, allegria e giubilo per l’imminente vittoria, in realtà, non ci sarà tregua per l’angoscia e la disperazione di tutte quelle madri, mogli e familiari che aspettano i propri adorati tornare: chi dalle prigioni, chi dalla Germania, chi dai campi di concentramento.
 
In questa lunga finestra temporale viene narrata (o meglio auto-descritta) l’iniziale lotta, e la seguita attesa di Robert, marito e compagno di ideali, della scrittrice-giornalista Marguerite Antelme, interpretata da una trasportante Mélanie Thierry.
 
La premessa doverosa è che la pellicola gode di un controllo ed una qualità dell’immagine davvero elevata, dove i colori, le luci ed i movimenti non sono solo risultano corretti, ma regalano quel grado in più di coinvolgimento emotivo e sensoriale che incanta: con il sapiente uso dello sfocato e dei fuori campo, si costruiscono dei veri e propri quadri, rarefatti ed inaccessibili quando il sentimento è troppo forte, scientifici e sporchi quando calati nella realtà delle circostanze, astraendosi dal mero inconscio della protagonista. 
 
Una buona immagine non fa il film, certo, ma concorre alla creazione di un’estetica e di un gusto, qui potenziato dai suoni microscopici e persistenti, come il ticchettio del pendolo (metronomo dell’attesa), od i tacchi che battono su delle scale infinite (che sanno molto di The Believer 2001), e ancora i rumori delle vie cittadine e dei cafè, del bruciare armonico dei mozziconi di sigaretta.
 
A bilanciare il disequilibrio esistenziale della scrittrice provvederanno due figure virili: il Gestapo Pierre Rabier che, in duplice gioco di apparente ancora di salvezza per Robert e stanatore dei compagni della resistenza, avrà voce finché le bandiere a svastica non saranno ripiegate e portate lontano dalla capitale; Dionys Mascolo, amico e futuro amante, che in gesti di affezione (ed anche qualcosa di più) si prodiga per il recupero del compagno e marito di lei, fino a sostenere Marguerite nel suo più elevato momento di dolore.
 
Il centro della pellicola, e di qualsivoglia scelta artistica, è la molteplicità delle forme del dolore della protagonista, interpretate in maniera sensazionale, raccolte in un caleidoscopio di forme: dalla presa di coscienza alle difese psicologiche; dalla delicatezza degli sguardi all’urlo incontrollabile della sofferenza più profonda; dal rifiuto di ciò che si è tanto aspettato al sorriso-maschera dei tanti e sovrapposti pensieri che avvelenano la mente.
 
Un film denso ma non spietato, intriso di elementi di contestazione e di critica (anche allo stesso governo De Gaulle) nel panorama della Memoria, tutto parigino, dei dimenticati. Combattenti e lottatrici contro un nemico ancora più forte dell’assolutezza della morte: l’incertezza della speranza ed il dolore partorito da essa.
 
02/02/2019

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