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The Walk e il filo che sutura la ferita

La corda tesa da Philippe Petit tra le Torri Gemelle è la retta (via) che unisce il passato al presente.
di Roy Menarini

Joseph Gordon-Levitt (Joseph Leonard Gordon-Levitt) (39 anni) 17 febbraio 1981, Los Angeles (California - USA) - Acquario.

domenica 25 ottobre 2015 - Focus

Quanti cordoni ombelicali nel cinema di questi anni: le corde che tengono (e perdono) gli astronauti di Gravity e Sopravvissuto, le imbracature incerte degli alpinisti di Everest, e ora il cavo teso tra le Torri Gemelle, unico diaframma tra la vita e la morte di Philippe Petit nell'ultimo grande film di Robert Zemeckis.

Che The Walk (che ha aperto tre giorni fa il 28° Festival Internazionale di Tokyo, alla presenza del regista) sia un film sul trauma dell'11 settembre è abbastanza ovvio. Basta saggiare la propria commozione di spettatori quando Petit parla del suo abbonamento all'ultimo piano delle Twin Towers, senza data di scadenza, eterno, per sempre - mentre chi guarda sa che tutto questo è purtroppo impossibile.
Di metafore dell'11 settembre ce ne sono state tante, dirette e indirette, e per un certo periodo l'immagine stessa delle Torri è stata tabù. Altri fili furono cancellati, come quelli dello Spider-Man di Raimi, di cui venne tagliata (dopo la tragedia) la sequenza della ragnatela sospesa tra i due edifici del World Trade Center. Più sotterraneamente, tutto un cinema della "seconda possibilità" e gli stessi pre-cog di Minority Report hanno spiegato più di qualsiasi saggio il trauma delle Twin Towers e della loro irreversibilità.

Attenzione, però. The Walk è qualcosa di molto diverso. Lo potremmo forse identificare come il film conclusivo del lungo lutto, quello che mette fine - almeno per il momento - alla New York apocalittica e distrutta messa in scena tante volte, all'immaginario della rovina che così spesso ha attraversato la produzione hollywoodiana degli anni Duemila, alla retorica della fine della civiltà che ne è stata il corollario perenne.

La corda tesa da Philippe Petit tra le Torri Gemelle è il filo che sutura la ferita. È la retta (via) che unisce il passato al presente. È il piccolo e avventuroso monumento al cinema e al circo che salva funambolicamente la settima arte dalle brutture del reale. È la dimostrazione fiabesca (se non fosse accaduto veramente) che l'impresa individuale, e il sogno americano di un non americano, continuano a reinventare la nazione tutte le volte che vacilla.

Per arrivare alla lunga e formidabile camminata di Petit, però, Zemeckis osa ben altro. Quello di Philippe è un "piano" illegale, la cui audacia è impensabile. Non si tratta dunque di celebrare un'impresa istituzionale ma un complotto - per fortuna pacifico - basato sulla penetrabilità delle Torri Gemelle. Ci sono almeno due sequenze stupefacenti per coraggio: una vorticosa corsa della macchina da presa dal marciapiede fino in cime alle Torri, che inverte l'orrenda caduta di chi si lanciò dai palazzi in fiamme scegliendo un tipo di morte invece di un'altra; e il dialogo in cui Petit immagina di lanciare un piccolo aereo telecomandato sulle Torri per tirare i cavi. Aerei sulle Torri Gemelle, proprio così.

Solo che Petit è qualcuno che unisce, non uno che distrugge. Uno che crea, non uno che riduce in polvere; uno che non avrebbe mai accettato l'idea che l'attentato di Al Qaeda potesse essere celebrato come "la più grande opera d'arte mai esistita", usando le parole improvvide pronunciate da Stockhausen. L'opera d'arte è la sua e può essere estratta, nella storia delle Twin Towers, come il momento più importante della loro vita - pur negli anni Settanta, appena sorte, anzi appena nate.

L'impresa di Petit (rimanere in equilibrio sospeso nell'aria) è per di più, indicibilmente, la negazione della caduta. Che cosa sarebbe successo a Petit se il suo equilibrio non avesse retto purtroppo è noto. Mentre vediamo la fuga prospettica del terreno sottostante, temiamo per lui ma siamo percorsi dalla consapevolezza tragica di quel che devono aver provato tutti quelli che sono volati giù dalle finestre.

The Walk dunque, insieme forse al meraviglioso lancio dallo spazio di Felix Baumgartner del 2012, è la chiusura di un'epoca, la conclusione della terapia del cinema americano, il saluto al proprio trauma e la stretta di mano al proprio analista, con la fondata (ma mai certa) speranza di non sedersi di nuovo su quel lettino.

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