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Il ruolo del cinema

La trattativa tra ricostruzione e narrazione.
di Roy Menarini

In foto Sabina Guzzanti sul set de La trattativa.
Sabina Guzzanti (56 anni) 25 luglio 1963, Roma (Italia) - Leone. Regista del film La Trattativa Stato Mafia.

sabato 4 ottobre 2014 - Approfondimenti

È comprensibile che La trattativa susciti perplessità. Che ci si chieda che diavolo di oggetto sia. Che tenda a dividere nettamente i sostenitori e i detrattori, secondo schieramenti forse precostituiti (salvo poi incorrere negli imprevisti, come quando l'ex procuratore Caselli si dice insultato dal film e i giornalisti del Fatto Quotidiano, vicini sia alle idee di Sabina Guzzanti sia all'attività storica di Caselli, cercano di fare da pacieri).
Comprensibile anche che si accostino La trattativa e Belluscone di Maresco. Detto che quest'ultimo sta affermandosi sempre più come il grande film su Berlusconi mai girato - paradosso nemmeno troppo nascosto - a noi non sembra affatto che le due opere siano inconciliabili. Maresco usa il contesto del mockumentary e ci piazza dentro una realtà che sembra incredibile e paradossale. La Guzzanti fa il contrario, inserisce nel contesto della cronaca e di una certosina ricostruzione giudiziaria un gran numero di materiali fittizi. Certo, a differenza di Maresco svela i confini del vero, con un poco riuscito trucco di teatro nel teatro, ma alla fine appare la cosa che interessa di meno.
La battaglia di entrambi i film è tutta interna al cinema italiano. La storia del nostro Paese è da sempre consegnata alla fiction, e la narrazione televisiva ha da tempo sostituito il buon vecchio filone del cinema civile e di denuncia - che ovviamente resiste anche su grande schermo, ma sempre più residuale. Il duopolio, per motivi squisitamente politici, non è mai stato in grado di produrre una storia "critica" del nostro Paese, almeno non attraverso le fiction: si oscilla tra santificazione laica (i vari lavori su Falcone e Borsellino) e vaga seduzione del male (Il capo dei capi).

Per una rilettura meno subordinata della nostra tragica storia recente ci si è dunque rivolti ai talk show, spalleggiati da forme di giornalismo d'inchiesta e da un sistema mediale sempre più intrecciato. Curiosamente, però, il talk show, anche quando - come nel caso dei programmi di Michele Santoro - lascia spazio all'investigazione giornalistica, si perde ormai in un flusso di format e contenitori informativi incredibilmente denso. In buona sostanza, si perde. E se non si perde, viene immediatamente sterilizzato dal sistema binario di una controinformazione opposta, col risultato che ognuno rimane della propria idea, per di più con la sgradevole sensazione di una tendenziosità ormai insuperabile.

Che cosa fa, allora, Sabina Guzzanti? Chiede in prestito al cinema il suo prestigio culturale. Avrebbe certamente potuto portare questi suoi cento minuti in televisione (censura permettendo), o sul web, o in teatro. Ne fa un film, perché è l'unico modo che ha trovato per unire intento pedagogico - più volte sottolineato - e concentrazione dello spettatore. Solo così, al buio della sala, di fronte a uno spettatore pagante, La trattativa - anzi la trattativa, quella vera - prende forma, diventa un racconto, assume una fisionomia, raccoglie i pezzi sparsi di tutto quello che è avvenuto, e perché no diviene una tesi. E in più viene percepita, consumata, discussa come un film, con tutto il peso simbolico che ciò comporta. Infine: in quanto film entra con più compiutezza e personalità nell'archivio delle ricostruzioni sulla trattativa stato-mafia. Magari rischia lo stesso di essere dimenticata la mattina dopo, esattamente come i talk di cui sopra - e sarebbe un peccato. Ma almeno sembra aver intuito (nel bene e nel male) il ruolo del cinema nello scenario contemporaneo.

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