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Il cinema rinasce in cantina

Io e te poemetto di gioventù.
di Roy Menarini

In foto Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco in una scena di Io e te di Bernardo Bertolucci.
Tea Falco 1986, Catania (Italia). Interpreta Olivia nel film di Bernardo Bertolucci Io e te.

domenica 28 ottobre 2012 - Approfondimenti

Che il cinema per Bertolucci sia una magnifica ossessione non è Io e te a svelarcelo. Ma è Io e te a ribadirlo con una forza a dir poco sorprendente. Uno di quei film che non può essere giudicato e amato senza pensare al contesto, ovvero al regista di Parma confinato sulla sua sedia a rotelle, pensoso e arrabbiato - come lui stesso ha raccontato - e seriamente preoccupato di non fare mai più il regista. E invece, ecco arrivare un testo, quello di Ammaniti, su cui Bertolucci deve aver compreso di poter lavorare a fondo fino a scrollarne di dosso tutti i limiti e le ingenuità e appropriarsene voracemente, finendo con l'approdare a un poemetto al tempo stesso libero e rigoroso, personale e universale. E così, un set/cantina, quella che poteva diventare una prigione, diventa spazio di pura reinvenzione per un cineasta tutt'altro che impedito, anzi cui niente può ostacolare la volontà d'immagine.
Che cosa c'è di così appassionante, intrigante per il cinefilo di fronte a Io e te? Le suggestioni sono moltissime, a cominciare appunto dalla cantina in cui si svolge gran parte della narrazione: non un'abitazione coercitiva (quella di Haneke e di Amour, per esempio), non una cella, non una casa abbandonata (quella di L'intervallo, film apparentato in qualche modo a questo), bensì appunto un seminterrato, un luogo di accumulo, di archivio anarchico di cose e oggetti, dove le persone non dovrebbero stare se non per pochi minuti, di altre vite e altre storie, di materiali in disuso o perduti o scartati. Come non vedere in questa suggestione un manifesto del cinema che sopravvive e qualsiasi cosa, anche alla sua rottamazione? Si badi bene, Bertolucci non va considerato in alcun modo un cantore dei tempi che furono, un poeta del modernariato che rifiuta i tempi d'oggi (come, purtroppo, rischiarono di essere negli ultimissimi film Antonioni e Fellini); anzi, Io e te milita dalla parte di un cinema intenso e piccolissimo, dove la scelta di due attori magnifici e sconosciuti, di tre-quattro pezzi della musica giusta, di attori teatrali dal vigore cinematico (Veronica Lazar, Tommaso Ragno, Pippo Delbono...), di movimenti di macchina fluidi, asciutti, di chiaroscuri e scelte cromatiche limpide, senza barocchismi, smascherano l'autoindulgenza del cinema italiano, quando chiede più spazi, più soldi, più tutto. Qui di muscolare ci sono solo la distribuzione e la pubblicità, che però chissà se faranno comprendere ai potenziali spettatori quanto di folle e di normale al tempo stesso c'è in questa voglia di rovesciare il destino e mettersi a fare cinema in cantina. E poi Tea Falco e le sue fotografie, David Bowie che canta Mogol, i vestiti della contessa, i sogni da sotto il vetro, il fantasma dell'incesto che aleggia mai morboso... Insomma, sono tornati i "garage days" di Bertolucci, e - come qualcuno ha suggerito - Io e te è la sua nuova opera prima.

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