| Titolo originale | 25th Hour |
| Anno | 2002 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Durata | 134 minuti |
| Regia di | Spike Lee |
| Attori | Edward Norton, Philip Seymour Hoffman, Anna Paquin, Rosario Dawson, Brian Cox Barry Pepper, Vanessa Ferlito, Tony Siragusa, Levan Uchaneishvili, Tony Devon, Misha Kuznetsov, Isiah Whitlock jr., Michael Genet, Patrice O'Neal, Al Palagonia, Aaron Stanford. |
| Tag | Da vedere 2002 |
| MYmonetro | 3,80 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 11 settembre 2020
Da un romanzo di David Berioff, un film sulla disillusione di un individuo e di un intero Paese. In Italia al Box Office La 25ª ora ha incassato 3,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Montgomery Brogan è un pusher che conduce una vita agiata sulle rive dell'Hudson. Monty, per gli amici, ha deciso di ritirarsi dal narcotraffico e di vivere di rendita con la sua bellissima portoricana. Ma una soffiata lo condanna a scontare sette anni di carcere. Gli restano ventiquattro ore per riconciliarsi col padre, congedarsi dagli amici, un broker di Wall Street e un'insegnante di letteratura inglese, e decidere della sua 25a ora: la prigione, il suicidio, la fuga. Le ventiquattro ore di Monty, prima della galera, dei denti rotti e degli stupri, della violenza e del sadismo, della miseria e della paura, sono un'elegia che Spike Lee dedica al suo personaggio e alla sua personale New York.
Liberamente interpretata come una metafora delle vicende newyorkesi, la storia di Monty in verità è del tutto autonoma, nel senso che per ogni cittadino di New York la storia personale è anche quella della città e delle sue atmosfere. Non è un caso che il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, sia stato scritto prima dell'undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio oscuro della luce liberata dalla tragedia. Nessun altro film riesce ad essere viscerale come La 25a ora, dove la rappresentazione del dolore è scoperta e ammirevolmente impudica. Spike Lee costruisce un tempo che si ripete uguale a se stesso per dilatare all'infinito le ore di Monty, le ore di New York prima dell'impatto fatale, prima di un'ora dopo la quale niente sarà più lo stesso e prima della quale tutto poteva essere ancora. In quella zona liminare in cui non sai dire se poi sia giorno o sia notte, in quella sospensione in cui Lee sorprende Monty e i suoi amici, in quella luce che è aurora dentro un crepuscolo, il regista inserisce due sequenze strazianti: la rovina del volto, che Monty chiede di eseguire all'amico pur di non essere stuprato in carcere, e il lungo viaggio col padre, che assume il ruolo tradizionale dello storyteller irlandese, con il compito di tramandare le storie folkloriche della sua terra e rassicurare per il futuro.
Ribaltando l'assunto, il padre di Monty gli prospetta un futuro da fuggiasco e una vita ricominciata altrove, con un'altra identità, mentre lo spettatore assiste al concretizzarsi di questo universo narrativo. Si tratta di quella che Lynch chiamerebbe "fuga psicogena", tanto intensa da materializzarsi. Ma Monty è ancora lì e sta andando in prigione. E allora il film si rivolge a tutti coloro che hanno avuto una 24a ora - una forma di addio, di lutto, di separazione - e soprattutto a chi ha osato immaginarne una venticinquesima: l'espressione più bella di una vita mancata.
Monty Brogan è un trafficante di droga. Qualcuno, forse la sua donna, Naturelle, lo ha denunciato alla polizia che ha trovato una grossa quantità di cocaina nascosta nei cuscini del divano di casa sua. Monty, adesso, ha solo 24 ore di libertà prima di entrare in galera per sette anni. Decide di trascorrere questo lasso di tempo in compagnia di due dei suoi più cari amici, un rampante broker di Wall Street e un impacciato professore di letteratura inglese; inoltre Monty è deciso a recuperare il rapporto conflittuale con suo padre. Ma per il protagonista il tempo serve anche per tuffarsi, immergersi e "vivere" la sua città, New York, in particolare Manhattan, ferita a morte dall'11 settembre. Alla 53 edizione della Berlinale Spike Lee torna con un film intenso, forte, poetico e duro, tratto da un romanzo di David Berioff. Un film sulla disillusione di un individuo e di un intero Paese. Un film corale e intimista che porta a riflettere sull'ineluttabilità del Tempo, sulla perdita di ogni punto di riferimento e che ci pone la domanda: "Ma c'è ancora una possibilità per cambiare le cose?", una domanda, oggi più che mai, ossessiva e necessaria.
L'ora che Monty non ha mai vissuto, conclusione di un susseguirsi di vicende che lo portano a scontare sette anni. una distinta regia di Spike Lee che come di consueto delude poco; geniale il raddoppio delle scene più significative, per poi non arrivare a ripetere la proposta del padre di farsi una nuova vita da latitante, ma facendo precedere ai titoli di coda la cruda verità: James che accompagna [...] Vai alla recensione »
Ci sono film che da soli danno senso a un'intera stagione cinematografica. Arrivano al momento giusto e ci parlano del momento ingiusto: quello che il presente consegna alla Storia. Lo fanno con grande fede nelle capacità del cinema di raccontare il mondo attraverso l'arte, e di mettere l'Arte contro il Mondo quando questi si trasforma nel fantasma della sua storta Storia.