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Ultimo aggiornamento venerdì 29 gennaio 2016
Il film è tratto dalla vera storia di Joy Mangano, l'inventrice del mocio, una delle maggiori imprenditrici di successo d'America. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 2 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 3 candidature a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Joy ha incassato nelle prime 3 settimane di programmazione 2,5 milioni di euro e 1,1 milioni di euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Joy è una Cenerentola moderna: sogna un principe, ha una sorellastra che non perde occasione per denigrarla, e passa gran parte della giornata con le ginocchia a terra, a passare lo straccio sul pavimento. Sarà proprio il brevetto di un mocio a portarla dalle stalle alle stelle, ma la strada sarà tutta in salita, costellata di tradimenti, delusioni e umiliazioni, un po' come nelle soap opera che la madre, malata immaginaria, guarda giorno e notte, confondendo il sonno di Joy e annullando il confine tra fantasia e realtà.
La prima parte dell'ottavo film di David O. Russell intriga e cattura, pur mostrando apertamente i caratteri stilistici e narrativi che ne pregiudicheranno il proseguimento: su tutti la confezione fiabesca in voice over del racconto fatto dalla nonna. La confusione che regna nella famiglia, nella casa e nella mente della protagonista è un caos buono: anticamera possibile di un incubo quasi lynchiano (Isabella Rossellini ci sta d'incanto), quadretto grottesco dai costumi fuori luogo e dal trucco indelebile (alla Falcon Crest, appunto) e prologo audace nel quale la lettura del letargo della cicala si abbatte sul personaggio interpretato da Jennifer Lawrence con la forza di un'epifania traumatica, risvegliandola dal coma del desiderio e dell'azione.
Sfortunatamente, non si esce mai dalla Soap, e anzi: con l'avanzare del film e della trasformazione del personaggio, il regista si addentra consapevolmente in un territorio, quello del linguaggio televisivo, che rischia di trascinarlo con sé e oppone il cinema solo a parole, con l'infelice sequenza in cui il giovane producer Neal spiega a Joy il mondo delle televendite citando Selznick (David O.) e altri grandi produttori e tycoon che hanno fatto la storia del cinema americano. Quando, nella sequenza texana filtrata attraverso la lente del moderno western, dopo il dialogo ridicolo tra Joy e l'uomo col cappello che credeva di poterla fregare, il regista interrompe il piano americano della pistolera solitaria per non svelare i fianchi abbondanti della star, capiamo che non c'è verità possibile nel registro scelto per Joy, ed è allora che scende a pacificarci con noi stessi una bianca spruzzata di neve finta.
Quattro montatori accreditati non sono evidentemente bastati per far convivere in maniera fluente e credibile la fiaba della ragazza che non ha mai smesso di sognare, l'autentica scalata imprenditoriale di Joy Mangano, la donna che ha creato un impero dal nulla, e l'immaginario cinematografico a metà tra melodramma e working class movie. Come nella finzione, tocca che la Lawrence faccia da tutto da sola e non le difettano certo capacità e versatilità, ma l'occasione è sostanzialmente mancata.
La storia turbolenta, tratta da una storia vera, di una donna e della sua famiglia attraverso quattro generazioni: dall'adolescenza alla maturità, fino alla costruzione di un impero imprenditoriale che sopravvive da decenni.
Tradimento, inganno, perdita dell'innocenza e pene d'amore sono gli ingredienti di questa intensa ed emozionante storia sul diventare punto di riferimento sia nella vita privata sia nell'ambito professionale, scontrandosi con un mondo del lavoro che non perdona. Gli alleati diventano nemici e i nemici diventano alleati, sia dentro che fuori la famiglia, ma il lato più intimo di Joy e la sua fervida immaginazione la aiutano a superare i problemi con cui si dovrà scontrare.
Al centro del racconto c'è Joy Mangano, la mamma single di Long Island che ha inventato il Miracle Mop, un bastone per le pulizie domestiche definito fin da subito "miracoloso". Il prodotto, venduto tramite televendita, l'ha trasformata in una delle imprenditrici di maggior successo degli States.
La protagonista premio Oscar Jennifer Lawrence, per questa interpretazione, ha vinto il Golden Globe come miglior attrice di un film commedia o musicale (il terzo dopo Il lato positivo - Silver Linings Playbook e American Hustle, entrambi diretti da David O. Russell).
Al suo fianco torna a recitare Bradley Cooper (Una notte da leoni, American Sniper, Il sapore del successo), con il quale aveva già lavorato nei precedenti film di David O. Russell e in Una folle passione di Susanne Bier.
Al loro fianco ci sono il premio Oscar Rober De Niro, Edgar Ramirez, Isabella Rossellini, Diane Ladd e Virginia Madsen.
Come i precedenti film di David O. Russell, anche Joy sfida i generi per raccontare una storia di famiglia, lealtà e amore.
Seguo My Movies da sempre ed in genere sono in sintonia con i critici di casa. Per Joy ho rischiato di non andare a vederlo per come Marianna Cappi l'ha recensito Non saremo innanzi ad un capolavoro ma di fronte ad una storia ben raccontata, che Vi esorto a non perdere se si apprezza l'american way of life. E' la storia di quattro generazioni: la nonna di Joy, la madre, Joy stessa, e sua figlia. Vai alla recensione »
Affilate le armi in Hunger Games e affinata la pratica trasformista con gli X-Men, Jennifer Lawrence è il nuovo volto del cinema hollywoodiano. Eccentrica borderline (Il lato positivo - Silver Linings Playbook) o eroina nell'arena, l'attrice americana infiamma Bradley Cooper sulla pista da ballo e Panem dentro un futuro distopico (Hunger Games), quello scritto da Suzanne Collins e diretto da Francis Lawrence. Semplice omonimia, perché il padre di Jennifer non dirige ma edifica nella provincia americana da cui, a soli quattordici anni, la teenager scappa a gambe levate e idee chiare. Raggiunta New York e rivelata dai primi ruoli televisivi (Detective Monk, The Bill Engvall Show), otto anni dopo vince un Oscar a Los Angeles. E pensare che alle audizioni di Twilight le preferiscono Kristen Stewart, che con la sua Belle rimedia più modestamente un Razzie Award.
Il capitale 'simpatia' la incorona star diletta e la piazza al secondo posto sul podio delle attrici più pagate di Hollywood, dietro all'irriducibile Sandra Bullock e davanti all'inossidabile Jennifer Aniston.
Presenza sfacciata e mercuriale, Jennifer Lawrence mutaforma, frequenta i generi e spariglia il gioco, sperimentando l'introspezione drammatica (Un gelido inverno, Joy) o il registro brillante (Il lato positivo - Silver Linings Playbook), 'sostenuta' dal 'bipolarismo' di Bradley Cooper, ballerino-porteur sull'orlo di una crisi di nervi. Svitata, isterica e innamorata la sua Tiffany è uno di quei personaggi che non si dimenticano e che dichiarano un talento rotondo, vivace, ribadito. Gatta e tigre nello stesso corpo, sbuca di colpo nell'inquadratura centrata su Bradley Cooper e ne diventa il centro, il cuore, lo scopo (Il lato positivo - Silver Linings Playbook). La bella intuizione di David O. Russell 'guarda' il lato biondo e positivo delle cose, recuperando 'in corsa' la disfunzione emotiva del protagonista.
Nel 2010 David Owen Russell, classe 1958, dirige un film intitolato The Fighter, storia problematica di due fratelli pugili rispettivamente interpretati da Mark Wahlberg e Christian Bale. Un certo successo soprattutto di critica, per via della visione di un'America disperata, desolata, ripresa a poca distanza dallo scoppio della grande crisi economica.
Nel tormentato rapporto tra i due fratelli "combattenti", nel diverso approccio alla vita e alla lotta, anche una messa in discussione della tipica capacità di "resilienza" dell'americano medio, qui ridotto in miseria.
Si laurea con una tesi sull'intervento statunitense nel Cile di Allende e finisce a fare l'insegnante in Nicaragua con i sandinisti. Più che la biografia di un filmmaker sembra quella di un personaggio di "Il potere del cane" di Don Wislow...
Forse più interessante che bello, ma se partiamo da questo film e non da altri di Russell è per rimarcare come spesso i colleghi, e soprattutto gli attori, chiamino lui "the fighter", in virtù del carattere non troppo accomodante, specie sul set. Secondo una leggenda, mentre girava Three Kings (1999) si picchiò con il protagonista George Clooney stufo di sentir volare insulti indirizzati ora ai tecnici, ora al cast. Gentilezza e remissività non sono criteri richiesti a un regista, e di sicuro Russell appartiene alla schiatta dei cineasti impegnati e di carattere, non un semplice "shooter", il professionista che obbedisce alla star o al produttore, e morta lì. Un curriculum in questo senso evidente.
È diventata un'icona del cinema americano, nonostante abbia conservato ben salda la sua italianità, e ormai fa parte integrante della cultura pop statunitense, che l'ha celebrata sia in quanto top model (la più "anziana" dello storico gruppo che ha dominato gli anni Ottanta, e quella con le misure meno convenzionali) sia in quanto guest star in episodi di Friends, I Simpson e Grey's Anatomy.
Da sempre Isabella Rossellini predilige il cinema indipendente e dà volentieri una mano ai registi alle prime armi (un esempio per tutti: Stanley Tucci, che l'ha voluta in Big Night e Gli imbroglioni)
Ha avuto amori celebri, dall'ex marito Martin Scorsese a Gary Oldman, ed è stata la musa, oltre che la compagna, di David Lynch, per cui ha interpretato ruoli memorabili in Velluto blu e Cuore Selvaggio. Ma ha anche lavorato con i fratelli Taviani e Saverio Costanzo, e con un bel gruppo di registi internazionali dalla visione cinematografica originale: James Gray, John Schlesinger, Robert Zemeckis, Paul Mazursky, Peter Weir, Lawrence Kasdan, Abel Ferrara, Peter Greenaway, Guy Maddin e Denis Villeneuve. Da qualche anno è anche autrice della serie di documentari dedicati al mondo degli animali, Green Porno, che dirige e interpreta travestita da chiocciola, cerbiatto o mantide religiosa.
"Trudy è diventata italiana nel momento in cui David ha deciso di affidare a me quel ruolo", racconta Isabella, ancora bellissima a 63 anni, e assai divertita da questa nuova scommessa cinematografica. "Non sapevo bene chi fosse il mio personaggio, perché David ci ha dato il copione solo il giorno prima di iniziare a girare, ma quando la costumista mi ha fatto provare gli abiti di scena ho capito subito due cose: che Trudy era molto ricca, e che era una marziana rispetto alla famiglia di Joy Mangano, l'inventrice dello straccio per pavimenti protagonista del film, proveniente da un ambiente molto modesto".
Il Sogno Americano può nascondersi tra i fili intrecciati di uno scopettone: "Pulisce in fretta, non lascia tracce e non dovete usare le mani per strizzarlo, perché è auto-strizzante e si lava in lavatrice". Il mocio, che in inglese suona come Miracle Pop, veniva così descritto dalla sua inventrice Joy Mangano. Erano i primi Anni 80, la donna totalmente selfmade e proveniente dalla working class della [...] Vai alla recensione »