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sabato 19 settembre 2026 - Incontri

Giancarlo De Cataldo: «Ci stiamo dimenticando tutto del nostro passato»

Al Capalbio Film Festival De Cataldo è stato premiato con il Premio CFF2026 alla Sceneggiatura.
di Giancarlo Zappoli

Giancarlo De Cataldo (70 anni) 7 febbraio 1956, Taranto (Italia). Regista del film

Giancarlo De Cataldo è stato premiato al Capalbio Film festival con il premio alla sceneggiatura con la seguente motivazione: "Per aver rivoluzionato il linguaggio cinematografico e televisivo del genere crime e investigativo traducendo, con la competenza del magistrato, la complessità criminale del nostro Paese, ridefinendo gli standard della serialità televisiva e del cinema di genere a livello internazionale. La sua scrittura si distingue per la perfetta costruzione dei personaggi, per l’incisività dei dialoghi e per la capacità di tessere trame in cui il destino dei singoli si intreccia con i grandi mutamenti storici dell’Italia, con racconto rigoroso e allo stesso tempo spettacolare."
MYmovies lo ha incontrato.

Come si passa dalle sentenze che sono spesso lunghissime e piene di citazioni di articoli di legge allo scrivere romanzi?
In realtà sin da bambino, dopo la visione del film Sotto le verdi bandiere di Allah a cui mi portò uno zio, mi misi a scrivere il possibile seguito della vicenda.

Ribaltiamo la domanda: come si fa, con una creatività così precoce, a scrivere le sentenze?
Mi sono sempre sforzato di scriverle in un buon italiano e poi tenendo in considerazione che c’è un mondo dell’oggettività in cui si ricerca quello che è possibile attingere dalla verità con rispetto degli altri, rispetto dello Stato e del ruolo che si riveste e poi dall’altro lato l’anarchia più totale, il caos.

Nella sua filmografia compare un titolo che apparentemente potrebbe sembrare fuori dal percorso intrapreso con le sue sceneggiature. Parlo di Noi credevamo di Mario Martone che tratta la tematica del Risorgimento.
Martone mi propone un giorno il libro omonimo di Anna Banti dicendomi di voler raccontare il Risorgimento così come io ho raccontato Romanzo criminale. Cioè il Risorgimento come frutto dell’azione di giovani rivoluzionari considerati all’epoca dei delinquenti. Io, imbevuto della cultura liceale, che presentava i suoi protagonisti come dei vecchi con la barba piuttosto antipatici, mi sono messo a studiare e ho scoperto un mondo affascinante composto da ragazzi. Mazzini aveva 25 anni quando era ricercato come terrorista da tutte le polizie degli Imperi Centrali. Quindi mi sono innamorato di queste vicende e con Mario abbiamo anche coltivato il sogno di farne una grande saga televisiva.

Com'è il rapporto in generale tra sceneggiatore e regista?
Io sono consapevole della diversità dei ruoli. Lo sceneggiatore ha la parola ma gli manca l’immagine. Quindi il final cut è del regista e come sceneggiatore ho sempre tenuto a mettermi al suo servizio. È un gioco di squadra.

Quando nei titoli di testa della serie Romanzo criminale si fa riferimento a De Cataldo come editing cosa si intende?
Si intende che ho collaborato alla sceneggiatura. In Romanzo criminale la collaborazione è stata decisamente maggiore rispetto a Suburra in cui la sceneggiatura progressivamente si allontana sempre di più dall’originale.

Lavorare su un film e poi su una serie partendo dallo stesso romanzo quali modifiche richiede?
Io, un po’ snobisticamente, dopo il film pensavo che non ci sarebbe stata necessità di fare una serie considerando la televisione come secondaria. Tozzi, che era un uomo proiettato nel futuro, mi diede la consapevolezza del cambiamento che stava iniziando nel rapporto tra televisione e cinema. Per me è stata una scuola. Paradossalmente la serie è più vicina a un romanzo rispetto a un film. Il film obbliga alla riduzione mentre la serie è un’opera di estensione quindi è più vicina alla pagina. Le serie finiscono con il tradire di meno il testo oppure all’opposto, come nel caso di Suburra, se ne allontanano totalmente.

Dopo che si è avuto successo nel passaggio dal romanzo allo schermo ciò che si scrive successivamente finisce con l’essere già pensato in funzione di quel tipo di passaggio?
Io già da molto giovane ero un cinefilo appassionato. Taranto all’epoca era una città capozona e aveva 12 sale cinematografiche affollatissime. Pertanto non ho mai ragionato in termini di grande diversità tra i due linguaggi che non ho mai visto come contrapposti.

Il vedere trasformate le proprie parole i corpi, gesti, sguardi, luoghi, musica che effetto fa?
In una parola: uno sballo.

Ha mai avuto perplessità sulle scelte degli attori che interpretavano i personaggi da lei creati?
Devo confessare che in merito alla scelta degli attori non sono mai intervenuto. Avevo espresso una predilezione personale per il Freddo nei confronti di Valerio Mastandrea poi ho visto Kim Rossi Stuart e non c’era nulla da eccepire.

Quando Dacia Maraini realizzò La vita coniugale venne fatto notare a Moravia che il film conteneva diverse varianti rispetto al romanzo. Moravia rispose che il romanzo e il film non potevano che essere due modalità di espressione diverse. L’importante era che il film fosse bello. Come si fa a decidere se sia o meno così?
Io per Suburra ho seguito l’opzione dello sguardo da distanza mentre per Romanzo criminale ho partecipato in maniera molto attiva per sostenere alcune idee.

Ora c’è qualche novità in vista?
Insieme a Mimmo Rafele, Nicola Ravera Rafele e Gianni Amelio abbiamo scritto una sceneggiatura su Matteotti. È stata ben apprezzata dai contributi ministeriali e quindi speriamo che venga realizzata. Sarebbe un contributo fondamentale in questi tempi in cui ci stiamo dimenticando tutto del nostro passato.

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