Dal 10 al 13 settembre a Salandra (Matera) si tiene la nona edizione di Storie Parallele Film Festival, un progetto culturale che unisce teatro, cinema del reale e arti performative con un’offerta mirata ad un territorio che viene coinvolto in maniera attiva.
Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il direttore Nicola Ragone per approfondire le ragioni profonde che stanno alla base di questa manifestazione.
Partiamo dal nome: perché “Storie parallele”?
Perché vogliamo proporre opere legate al cinema del reale che provengano da realtà che fanno più fatica a trovare una distribuzione e che trattino temi particolarmente interessanti. Quindi c’è il desiderio di trovare storie, personaggi e temi che siano ‘paralleli’ a ciò che siamo abituati a vedere.
I festival nel corso delle edizioni hanno dei mutamenti. In cosa “Storie parallele” è più cambiato?
Non a caso il titolo che abbiamo dato alla manifestazione quest’anno è ‘Transizioni’. È cambiato particolarmente il rapporto con la comunità locale (Salandra ha circa 2000 abitanti). Il festival era nato con un rapporto molto forte con la comunità. Con la crescita dell’evento, che guarda sempre più a un panorama nazionale ma anche internazionale, il rapporto con la comunità è cambiato tantissimo. L’interesse è sempre elevato, i volontari sono sempre numerosi ed attivi ma il rapporto con la comunità necessita di un’attenzione costante.
Nella descrizione del festival si parla di strade, vicoli e calanchi. Come si traduce questo nella pratica?
È un festival che ambienta le proprie proposte (cinema, teatro, concerti) in spazi in cui non avveniva nulla. I luoghi diventano scenografie delle storie che cerchiamo di raccontare.
La moltiplicazione delle proposte in una comunità non numerosa non rischia di produrre una sorta di auto concorrenza che finisca con il privilegiarne alcune a scapito di altre?
Il core resta il cinema. Oltre alla sezione dedicata ai corti quest’anno abbiamo aperto anche una sezione dedicata ai lungometraggi. Vogliamo però conservare un’offerta trasversale con iniziative che sono tutte ad accesso libero e con ospiti disponibili ad incontri diretti con le persone che vi partecipano.
Cos’è per lei un documentario? L’inserimento dei lungometraggi come ne muterà la percezione?
Direi che è un genere narrativo che va a ritrarre la realtà senza crearne alterazioni. Penso che i lungometraggi consentiranno un più ampio approfondimento dei temi e una riflessione sui ritmi narrativi di opere che abbiamo scelto anche perché sono molto diverse tra di loro. Va poi tenuto conto che abbiamo una giuria popolare che formiamo con incontri prima dell’inizio del festival. Cerchiamo poi che il festival resti come hub culturale nel corso dell’anno. Aggiungo che avremo in programma Sarajevo Safari che acquisisce una ulteriore valenza dopo quello che sta accadendo in seguito alla morte di Mladic.
L’ospite d’onore è Milcho Manchevski. Cosa può dirci in proposito?
È un autore che ha segnato il mio percorso di regista cinematografico e che mi è sembrato importante incontrare per approfondirne lo stile e le tematiche insieme a chi parteciperà al festival.