Non sapevo nulla, o quasi, di Opus quando sono entrato a vederlo, in un The Space - il film è distribuito solo nei circuiti dei Multiplex. Non sapevo nulla, o quasi. Se non che c’era John Malkovich, a interpretare una celebrità della musica pop, un semidio da milioni di dischi venduti, che torna sulle scene e organizza una presentazione alla stampa di quelle che non ti aspetti.
Non sapevo nulla, ed è stato meglio così. Perché il film mi è arrivato tutto addosso, soprattutto nella prima parte. Quella che racconta qualcosa che mi è, in piccola misura, familiare. Ovvero, quella sensazione che hai quando - da giornalista - vieni ammesso a una première importante con una star, quando ricevi il privilegio di accedere alla presentazione di un disco, o un film importante. E acconsenti, quasi senza accorgertene, a farti manipolare, a subire piccole o grandi limitazioni.
Ayo Edebiri nel film è una giovane giornalista. Non si aspetterebbe mai di essere chiamata nel piccolo gruppo di giornalisti della carta stampata, star della televisione, conduttori radiofonici, fotografi e influencer ammessi a testimoniare il grande evento, l’album del ritorno in scena della star.
È grata, curiosa, affascinata. Perché la presentazione dell’album avviene in una tenuta in mezzo al nulla, perché la leggenda del pop - interpretata da un John Malkovich più istrionico, luciferino e charmant che mai - domina la scena con carisma, con imperiale eleganza. È affascinata, perché nel luogo dove viene accolta ci sono suites per ciascuno di loro, con un registratore a bobine dal quale ascoltare la nuova creazione della star. E quindi, accetta quella piccola limitazione: consegnare il proprio smartphone all’ingresso. E accorgersi che anche il computer le è stato temporaneamente confiscato.
È lo star system, in fondo. È lo show business, in fondo. Ti mettono in un bell’albergo, ti riempiono di attenzioni, di cibo, e ti danno il privilegio di parlare con la star, di vedere il film, sentire l’album. Potrai parlarne male? Nella prima parte, il film di Mark Anthony Green, all’esordio, sembra raccontare proprio questo. Come si manipola la comunicazione, come si crea il culto della celebrità. E certo, avere nel ruolo della celebrità un attore così fuori dall’ordinario, che ha già giocato con l’ossessione di se stesso, il culto della sua personalità in Essere John Malkovich di Spike Jonze, aiuta e non poco.
Così, eccoci nella quintessenza di un junket, ovvero uno di quegli eventi creati per promuovere un film o un album. Ma un junker extralusso, dove privilegi e manipolazione giungono all’estremo. E alla giornalista viene chiesto - anzi, imposto - di farsi rasare il “cespuglietto”, perché alla star uomini e donne piacciono così. Anche gli altri hanno acconsentito: il giornalista di lungo corso, la star televisiva interpretata da Juliette Lewis…