Una famiglia avvelenata, una outsider che vi si infila dentro, ingenua, naïf, tanto innocente da confonderci. E una villa in Costa azzurra che sembra un Museo di storia naturale, con decine di animali impagliati, e ogni ammennicolo Kitsch che si possa immaginare. Gli occhi della ragazza appena arrivati, azzurri e smarriti come quelli della Secretary, il film di Steven Shainberg con Maggie Gyllenhaal.
Insomma, ce ne sono di spunti per sentirsi in un viaggio sospeso fra il thriller e il grottesco, fra Chabrol e l’Hitchcock che girò in Costa azzurra, e dalle venature erotiche nascoste nel profondo. Ma cominciamo dall’inizio, a guardare questo film pieno di sfaccettature.
È un inizio spoglio, inquadrature disadorne, alla Dardenne. Uno spogliatoio femminile, nudità senza nessun erotismo: sono operaie di un laboratorio che confeziona sardine. Le donne si rivestono, dopo il lavoro: sembra quasi di sentir loro l’odore di pesce che rimane addosso. Sensazione di claustrofobia, di imprigionamento. E poi un altro interno, un’altra prigione: vera, stavolta. Una donna che aspetta una visita che non arriva.
Infine, il terzo carcere, quello più sontuoso e più spaventoso. Una villa in Costa azzurra, a Porquerolles. Dove alcune donne sembrano divorare la carne di un animale ancora vivo: il grande vecchio ricchissimo, iracondo, e morente. È lì che si presenta Stéphane, operaia della fabbrica di sardine, amante della donna che aspetta la sua visita in prigione. Va a presentarsi a quel vecchio, il padre che non ha mai conosciuto.

