Il cinema procurò un discreto dolore anche a William Faulkner, premio Nobel (come Hemingway). Il protagonista de "La lunga estate calda", Ben Quick arriva nella cittadina del sud, stravolge tutto e tutti e alla fine se ne deve andare, espulso come un brutto corpo estraneo. Invece Paul Newman finisce per sposare la bella figlia del boss Orson Welles.
Ci sono anche versioni "appropriate" di libri, omologhe e di qualità equivalenti. Se si dice "Furore" ecco che i nomi degli autori possono ricorrere "alla pari", Steinbeck scrittore e Ford regista. Anche Visconti ha rispettato l'identità di Lampedusa. Il Gattopardo appartiene a entrambi. Via col vento è patrimonio più del cinema che della letteratura, anzi, più degli attori Clark Gable e Vivien Leigh che del regista Fleming o della scrittrice Mitchell.
Nel gioco dei grandi esempi, in chiave, come detto sopra, di selezione parzialissima e dolorosa, ricordiamo, fra gli italiani, il Manzoni. La versione dei Promessi sposi per il grande schermo, del '41, di Camerini, è solo una traduzione convenzionale e senza picchi. Importante è invece il piccolo schermo. L'opera di Manzoni ha avuto tre rappresentazioni in epoche diverse. Firmata da Sandro Bolchi nel '67, da Salvatore Nocita nell''89 e da Francesca Archibugi nel 2003. I contenuti del romanzo sono, si sa, eterni e completi nell'intreccio, storia nella Storia, sentimenti di dolore e di fede e tutto, proprio tutto il resto. Ciascun autore ha ritenuto, nei vari decenni, di evolversi a suo modo. Prendiamo Lucia come paradigma.
Nella prima versione è proprio "manzoniana". Pudica e silenziosa, seppur coraggiosa e decisa. Nell'edizione "anni ottanta" è più vivace, assume iniziative maggiori, qualche volta protesta. La Lucia del terzo millennio, nell'edizione di Francesca Archibugi, si è tolta, appunto, dal 17° secolo per essere una ragazza d'oggi. Chissà se il Manzoni si sarebbe arrabbiato nel vederla flirtare con don Rodrigo, provocarlo con gli sguardi e poi dibattere con lui forte della propria sicurezza sessuale. Lucia rappresenta dunque l'evoluzione sulla base, granitica e accreditata, della cultura manzoniana. Un altro trucco artistico, un'altra contaminazione che la fiction si è permessa. Ma ci può stare. E poi, diciamolo, il nobile spagnolo Rodrigo è certo più interessante del contadino lecchese Renzo.