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Come il cinema rilegge, o devasta, la letteratura

Una riflessione sul rapporto tra le due arti, in occasione dell'uscita di Ophelia, ennesima versione del dramma shakespeariano.
di Pino Farinotti

Daisy Ridley (27 anni) 10 aprile 1992, Londra (Gran Bretagna) - Ariete. Interpreta Ofelia nel film di Claire McCarthy Ophelia.
lunedì 15 luglio 2019 - Focus

Sta per approdare in Italia il film Ophelia diretto da Claire McCarthy. La protagonista è Daisy Ridley, che tutti conosciamo nella parte della pasionaria, aggressiva Rey del sequel trilogia di Guerre Stellari. La regista Claire ha dato modo a Daisy di trasferire la sua personalità dominante nella shakespeariana fanciulla Ofelia, che tutto era fuorché dominante. L'operazione è coraggiosa. Rientra nel pratica del cinema che si concede licenze, anche estreme, come in questo caso.

Il cinema ha toccato tutti gli autori, tutti i giganti. Da Omero a Shakespeare alla Christie, da Goethe a Grass, da Flaubert a Bernanos, da Manzoni a Lampedusa, da Fitzgerald a King, da Tolstoj a Kipling, a Solgenicyn a Kafka a Joyce, a Joseph Roth a Garcia Marquez. Tutta gente che, citata naturalmente con arbitraria e dolorosa selezione, ha contribuito a formare la nostra educazione sentimentale e intellettuale.
Pino Farinotti

Il rapporto fra cinema e letteratura è sempre stato stretto e tormentato. Stretto perché non c'è romanzo - salvo rare eccezioni, come "Il giovane Holden" e "Cento anni di solitudine" - che non abbia avuto la sua brava versione cinematografica; tormentato perché le due discipline hanno regole molto diverse. Al romanzo appartengono profondità, introspezione, verità, al cinema spettacolo e happy end. Il lieto fine ha spesso stravolto i contenuti dei romanzi. Comunque vale una verità impietosa: non esistono libri tratti da film ma solo film tratti da libri. Salvo qualche trascurabile anomalia. Si tratta di accettare due termini: licenza e contaminazione. Il cinema ha tutti i diritti alla licenza, la letteratura avrebbe tutti i diritti alla salvaguardia della propria identità. Fra libri e film si è instaurato un rapporto di mutuo soccorso che naturalmente ha favorito il cinema. Contaminazione: il cinema davvero non si è preoccupato, ha tirato dritto.

Una contaminatio coraggiosa, diciamo così, filologicamente disastrosa, spettacolarmente efficace, è Troy. Sì, l'Iliade. Che presenta alcuni falsi sostanziali e "impossibili". Inutile stilare una lista degli errori, non basterebbe... un'altra Iliade. Si possono però rilevare alcuni falsi sostanziali e "impossibili", diciamo così. Per esempio la morte di Menelao, reso odioso dagli autori fin dall'inizio. Viene ucciso da Ettore per difendere il fratello Paride umiliato. Il regista Petersen vanifica così un episodio del sequel Odissea, dove Telemaco, alla ricerca del padre Ulisse, ritrova il re di Sparta a casa, con la moglie Elena al suo fianco, forse eroticamente placata, comunque perdonata. Ma c'è di peggio, anche Agamennone viene ucciso, sgozzato da Briseide schiava-amante di Achille. Ed ecco azzerato il ciclo di Agamennone che ha alimentato le successive opere tragiche, i "ritorni" di Eschilo e Sofocle.


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DEVASTATO

Gigante per eccellenza devastato, è Shakespeare, appunto. Troppo grande è la tentazione e praticamente infinito il materiale offerto. Il bardo scriveva per il cinema quattro secoli fa. Tutto incredibilmente perfetto: il ritmo del racconto, gli artifici, il sangue (soprattutto quello blu) gli amori e le guerre. I film ci hanno proposto "Amleto" in costumi da corte viennese, "Riccardo III" fra i nazisti, "Romeo e Giulietta" a Los Angeles e Titus nel palazzo dell'Eur. La massima espressione di Shakespeare rimane l'Amleto di Olivier del '48, il superclassico essenziale e pulito, rispettoso in assoluto del testo. Come a dire: William si beveva, già allora, tutti gli sceneggiatori.

Un altro maestro eroe della contaminazione è Ernest Hemingway. Anche lo scrittore di Chicago era perfetto per essere maltrattato dal cinema, la sua sindrome si chiamava "lieto fine". Come ho scritto l'happy end è la conditio sine qua non di gran parte del cinema, soprattutto di quello americano. Alla letteratura, specie a quella di Hemingway, il lieto fine non si addice. Il romanzo "Avere, non avere" stabilisce una sorta di primato. Le versioni sono tre: Acque del sud, Agguato nei Caraibi e Golfo del Messico. Nei primi due assistiamo all'eroe che se ne va con l'innamorata mano nella mano. Solo l'ultima versione rispettò la storia disperata del protagonista Harry Morgan che possiede un battello per turisti e che per bisogno finisce per fare il contrabbandiere e per morire.

Un altro lieto fine "estorto" è quello delle "Nevi del Kilimangiaro", dove lo scrittore Harry Street, alter ego di Hemingway, muore di infezione dopo aver ricordato i propri fallimenti. Nel film Gregory Peck ricorda tutto quanto ma poi guarisce, abbracciato a Susan Hayward. Lo scrittore era invece riuscito a imporsi con "Per chi suona la campana". E' la storia di Robert Jordan che combatte in Spagna contro i Franchisti. Jordan rappresentava gli intellettuali del mondo che si sacrificano, morendo, per la causa della libertà. "Morire" era indispensabile e naturale. Quando Hemingway seppe che la produzione pensava all'happy end disse che avrebbe preso un fucile, sarebbe andato alla Paramount e avrebbe cominciato a sparare. Lo presero sul serio.

Scott Fitzgerald morì di Hollywood. Costretto a lavorare al fianco di sceneggiatori da cento parole di vocabolario finì per distruggersi con liquori ed altro. Ebbe sei film dai suoi libri fra cui quattro versioni del "Grande Gatsby" (un altro che deve morire per logica e simbolo). Pur pagando certi prezzi a certe invenzioni mélo necessarie al cinema, Gatsby muore in tutte le versioni. Interessante è il destino del racconto di Fitzgerald "L'ultima volta che vidi Parigi". La Metro si limitò a trasferire la storia da un dopoguerra all'altro, cioè dagli anni venti ai quaranta. Ma Scott non ne soffrì, era morto da tempo.


In foto una scena del film Amleto di Laurence Olivier.
In foto una scena del film La lunga estate calda di Martin Ritt.
In foto una scena di Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann.
DOLORE

Il cinema procurò un discreto dolore anche a William Faulkner, premio Nobel (come Hemingway). Il protagonista de "La lunga estate calda", Ben Quick arriva nella cittadina del sud, stravolge tutto e tutti e alla fine se ne deve andare, espulso come un brutto corpo estraneo. Invece Paul Newman finisce per sposare la bella figlia del boss Orson Welles.
Ci sono anche versioni "appropriate" di libri, omologhe e di qualità equivalenti. Se si dice "Furore" ecco che i nomi degli autori possono ricorrere "alla pari", Steinbeck scrittore e Ford regista. Anche Visconti ha rispettato l'identità di Lampedusa. Il Gattopardo appartiene a entrambi. Via col vento è patrimonio più del cinema che della letteratura, anzi, più degli attori Clark Gable e Vivien Leigh che del regista Fleming o della scrittrice Mitchell.

Nel gioco dei grandi esempi, in chiave, come detto sopra, di selezione parzialissima e dolorosa, ricordiamo, fra gli italiani, il Manzoni. La versione dei Promessi sposi per il grande schermo, del '41, di Camerini, è solo una traduzione convenzionale e senza picchi. Importante è invece il piccolo schermo. L'opera di Manzoni ha avuto tre rappresentazioni in epoche diverse. Firmata da Sandro Bolchi nel '67, da Salvatore Nocita nell''89 e da Francesca Archibugi nel 2003. I contenuti del romanzo sono, si sa, eterni e completi nell'intreccio, storia nella Storia, sentimenti di dolore e di fede e tutto, proprio tutto il resto. Ciascun autore ha ritenuto, nei vari decenni, di evolversi a suo modo. Prendiamo Lucia come paradigma.

Nella prima versione è proprio "manzoniana". Pudica e silenziosa, seppur coraggiosa e decisa. Nell'edizione "anni ottanta" è più vivace, assume iniziative maggiori, qualche volta protesta. La Lucia del terzo millennio, nell'edizione di Francesca Archibugi, si è tolta, appunto, dal 17° secolo per essere una ragazza d'oggi. Chissà se il Manzoni si sarebbe arrabbiato nel vederla flirtare con don Rodrigo, provocarlo con gli sguardi e poi dibattere con lui forte della propria sicurezza sessuale. Lucia rappresenta dunque l'evoluzione sulla base, granitica e accreditata, della cultura manzoniana. Un altro trucco artistico, un'altra contaminazione che la fiction si è permessa. Ma ci può stare. E poi, diciamolo, il nobile spagnolo Rodrigo è certo più interessante del contadino lecchese Renzo.


PRIVATO

Dove invece il cinema rivendica un primato rispetto al libro è la fantasy. I successi, abnormi di "Harry Potter" e del "Signore degli anelli", sono dovuti all'intervento del cinema, non come contaminazione ma come valore aggiunto. Quelle immagini, quegli effetti speciali rilanciano l'episodio e il racconto come le parole e la carta non potrebbero mai fare. Inoltre la fantasy permette interpretazioni magari anomale ma che comunque si fanno accogliere senza dolore dal racconto scritto. La fantasy possiede un'essenza e un rigore (o forse non-rigore) diversi da quelli della scrittura. Ciò che viene apportato come "invenzione di immagine" se c'è la qualità -e negli esempi citati c'è- viene assunto con naturalezza. La Rowling di "Harry Potter" ne è ben contenta. E Tolkien lo sarebbe certamente stato. La fantasia straripante del "Signore degli anelli", unita agli effetti, ai disegni, anche all'eccesso di espressione, sono, come detto, un grande valore aggiunto. Una volta rispettati i contenuti ecco che un'opera della letteratura vede la propria "dotazione" trasformata in "superdotazione". Forse sarà invadenza da parte del cinema però l'approdo è un'opera che sorpassa le discipline cinema-letteratura. Opera "generale". La cascata di Oscar attribuita al Signore degli anelli è certamente un segnale importante. Non solo del cinema.

Il mare delle licenze è immenso. Voglio ricordare Tarantino, che nel suo Bastardi senza gloria fa morire Hitler, non nel bunker ma in una sala cinematografica. Tornando a Ophelia. É doveroso il suo profilo secondo il master originale: Ofelia è amata da Amleto, che però simula la pazzia per perseguire il suo disegno di vendetta, dunque respinge la fanciulla, che disperata si lascia annegare nel ruscello. Ben diversa è Ophelia-Daisy, che diventa voce narrante, protagonista assoluta della vicenda e domina il nevrotico Certo, la lesa maestà ci può stare, e allora l'opera cinematografica può vivere di luce propria, come Il Romeo+Giulietta di Baz Luhrmann, con DiCaprio e la Danes, che agiscono ai giorni nostri in città, a tempo di rock, ma recitando il testo originale.


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