Carlo, al di là del cosiddetto cinepanettone, ha esplorato quasi tutti i generi.
di Pino Farinotti
Carlo era nato nel 1951, Enrico è del 1949. È la generazione del sessantotto. Mi piace scrivere di Carlo Vanzina partendo da questa prospettiva. Gente colta i Vanzina, e fortunata per nascita, il padre Steno è stato uno dei grandi "mestieranti" - definizione non riduttiva - del cinema italiano, magari ce ne fossero anche adesso, come lui. Poi è una questione di carattere e di attitudine, e di scelte. "Quella generazione", della quale faccio parte, intendeva cambiare le cose, poi la missione ha dovuto ... frenare, per mille ragioni, ma l'intenzione, a posteriori, rimane e a chi studiava e viveva in quel contesto, come il sottoscritto, qualcosa rimane sempre e nessuno lo può rimuovere. Sono sicuro che i fratelli ne fossero ben consapevoli, che anche loro, come tutti noi, andassero al cinema a vedere, giusto per citare qualche titolo, La cinese, Zabriskie Point e ancora Fragole e sangue, e poi Hair e salendo The Dreamers.
Roba politicamente impegnata, roba seria. Gli anni settanta erano quelli delle Brigate rosse e di Prima linea, politica, ideologia, violenza. La gente non ne poteva più. I Vanzina pensarono che occorresse fare dell'altro cinema.
Era bene creare un deterrente di stacco e di sorriso. E hanno fatto tanti film magari troppi, alcuni belli altri meno, ma, non c'è dubbio, quei film hanno lasciato dei segnali. Si, chiama, in termini semplici, cultura popolare. Diciamo che erano, un po', gli eredi di quegli autori, come Monicelli, Risi e Comencini, fra gli altri, che facevano film di evasione colta, spesso opere d'arte generali, con battute e simboli molto diversi. Gli Abatantuono, i De Sica i Calà, i Boldi, non sono Sordi, Gassman, Mastroianni e Manfredi, ma non può essere che così, quelli appartengono a un'epoca non ripetibile, tuttavia questi sono l'espressione, i caratteri, di questa epoca, modelli che dagli anni ottanta, agiscono in parallelo con quelli del piccolo schermo.