Alla base del tuo documentario c'è la volontà di raccontare le mille vite di una donna, Chantal, che da ex modella e attrice, decide di reinventarsi andando a vivere in Thailandia per diventare lottatrice di Muay Thai. Come ti sei avvicinato all'idea per raccontare la sua storia?
Nella storia di Chantal mi sono imbattuto per un caso fortuito. Stavo girando un cortometraggio in Cambogia [New Family, foto-documentario breve su due prostitute cambogiane] quando un'amica giornalista mi raccontò una storia molto curiosa su questa ex-modella milanese, diventata campionessa mondiale di Muay Tai in Thailandia. Decisi di contattarla immediatamente, sperando di varcare il confine tra i due paesi a bordo di un bus notturno per andarla a trovare. Erano un paio di mesi che ero in viaggio, stavo cercando delle storie, avevo trovato quella delle prostitute, però sentivo che era arrivato il momento di dar vita a un nuovo progetto. Purtroppo al tempo - per fortuna col senno di poi - Chantal era tornata in Italia a causa di un infortunio e fu impossibile raggiungerla. Tornato a Roma, continuava a ronzarmi in testa la sua storia, così ho cominciato a chiederle informazioni, se aveva qualche filmato o qualcosa a cui potessi aggrapparmi per cominciare il mio lavoro. Fu a quel punto che lei decise di inviarmi i suoi diari, scritti in quattro lingue - frasi in inglese alternate a parole in francese e italiano, qualcosa in tailandese. Ne ho parlato subito con il mio produttore, Alfredo Covelli, che ha dimostrato a sua volta un grande interesse per questa stramba storia. L'occasione si è poi presentata un giorno di maggio, quando Chantal mi ha chiamato e mi ha detto che quell'estate sarebbe tornata e combattere al compleanno della regina, per conquistare il quinto titolo mondiale. Un mese dopo, insieme a una troupe ridottissima, eravamo in tre - un po' armata brancaleone [ride nda] - mi trovavo nei campi di allenamento di Muay Tai alla periferia di Bangkok.
Un'impresa nata per caso testimonia la volontà di raccontare il percorso di Chantal dentro e fuori dal ring. Potresti definire il tuo un film di genere?
In realtà credo che il film non sia un vero e proprio film sportivo. Mi piace pensare il documentario come un film d'osservazione puro, dove ho tentato d'indagare la sofferenza per riflettere sulle reazioni alla base di decisioni drastiche, e non certo per dare adito a facili pietismi. Abbiamo preso a pretesto narrativo il presente di Chantal (che già di per sé aveva una struttura un po' da epopea in stile Rocky) per raccontare da dove nascevano i demoni contro i quali lei avrebbe voluto - e dovuto - lottare. La campionessa che dopo un anno di fermo torna in Thailandia per riconquistare il titolo si è dimostrata una linea narrativa utile per un continuo gioco di rimandi avanti e indietro nel tempo, per raccontare cosa si nascondeva dietro le sue scelte.
Un'indagine che va oltre la disciplina per indagare le ferite dell'animo: l'inadeguatezza con cui la protagonista vive la propria sensibilità. In che modo ti sei avvicinato a Chantal per riuscire a sondare senza morbosità un universo così intimo?
In maniera molto graduale, cercando di capire bene chi fosse, ho iniziato a intuire che dietro la seppur bella storia di facciata della modella che abbandona le passerelle e i locali newyorkesi per andare sul ring, c'era qualcosa di più intenso e soprattutto doloroso da raccontare. Totalmente rapito dal suo sguardo struggente e schivo, non riuscivo a carpirne gli stati d'animo. Abbiamo girato per due mesi, stando con lei più tempo possibile, fino a quindici ore al giorno. Forse in maniera un po' sadica ho preteso che né io né la troupe facessimo sentire a Chantal una sorta di vicinanza emotiva. Il documentario aveva bisogno di raccontare soprattutto quello che lei aveva passato o che avrebbe passato se noi non ci fossimo stati, e cioè la storia di una donna - occidentale all'estero - sola con se stessa e le sue fragilità. Un approccio duro, per cui mi sono autoimposto una certa distanza. Il rapporto con lei ne risentiva, però ero cosciente che, se fossimo diventati suoi amici, qualsiasi reazione sarebbe stata falsata da questa nuova amicizia.
Come siete riusciti a raggiungere un tale grado di profondità, qual è il processo creativo che vi ha guidati prima e durante le riprese?
D'accordo con Alfredo Covelli, ho cercato la modalità di narrazione migliore per sviluppare un prodotto che rispettasse la personalità della donna prima ancora di raccontare la campionessa. Niente canovaccio, tutto veniva improvvisato, tant'è che nessuno sapeva che direzione avrebbe preso il documentario. Io avevo ben chiaro cosa avrei voluto raccontare, che è quello che dissi a Chantal fin dai nostri primi contatti. In tutta onestà la informai che avrei voluto fare un film su di lei, non per celebrare la campionessa e i suoi risultati sportivi [all'epoca contava già 4 titoli mondiali, nda], ma piuttosto sulle sue debolezze, da cui è sempre riuscita a trarre la forza e la caparbietà per rinnovarsi. Capire perché o come ha cercato di curare le ferite del cuore attraverso il procurarsene di fisiche. Più visibili, ma non per forza più reali.