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La politica degli autori: Susanne Bier

Second Chance della regista premio Oscar dal 2 aprile in sala.
di Mauro Gervasini

In foto la regista premio Oscar Susanne Bier.
Susanne Bier (60 anni) 15 aprile 1960, Copenhagen (Danimarca) - Ariete. Regista del film Second Chance.

mercoledì 1 aprile 2015 - Approfondimenti

Second Chance, ultimo film di Susanne Bier nelle sale italiane dal 2 aprile, è ahinoi un po' un pasticcio. Tenta di applicare a un presupposto di genere, il poliziesco, l'elaborazione psicologica di un dramma umano e familiare, con il risultato di restare alla sola superficie negli aspetti introspettivi e di procedere per stereotipi in quelli noir. L'utilizzo della chiave poliziesca per scardinare comportamenti o attitudini morali non è una novità, anche quando mero pretesto, basti pensare, al cinema, a Claude Chabrol o Jacques Audiard. Il problema è che Bier dimostra di non avere lo spessore artistico necessario, oppure, chissà, non ama il noir abbastanza, per rendere credibile o intrigante la sua elaborazione. Chiaro quanto siano solo le attitudini morali a interessarle, e almeno in questo possiamo scorgere un fil rouge con altre sue opere precedenti. Second Chance racconta di un poliziotto che commette un crimine per il quale pagherà un brutale tossico, con l'illusione di rimediare a una tragedia familiare irrimediabile come la perdita di un figlio. Un agente del "bene" che suo malgrado ma senza troppi rimorsi sceglie il "male".
Se volete, una contraddizione anche schematica. Del resto lo stesso didascalismo si trova nel più celebre film di Susanne Bier, sceneggiato come Second Chance insieme a Anders Thomas Jensen, In un mondo migliore (Oscar 2010 come miglior film straniero). Il titolo originale Hævnen significa "vendetta". La doppia storia di un medico in Africa incerto se curare o no un criminale di guerra, e quella di suo figlio che per vendicarsi di un atto di bullismo costruisce addirittura una bomba. Dilemmi etici si rincorrono simili, uno in particolare: esiste un limite non oltrepassabile al desiderio di giustizia? In un mondo migliore sceglie qualche scorciatoia, ad esempio convincere lo spettatore, in modo sottilmente ricattatorio, che la società contemporanea (occidentale) inneschi di suo meccanismi aggressivi e violenti. Alla genericità dell'assunto si accompagna una scrittura cinematografica illustrativa, o enfatica nel caso di Second Chance, evidentemente efficace se si considera che comunque, Oscar a parte, In un mondo migliore è stato un successo internazionale.
Un rimosso dell'occidente come il conflitto in Afghanistan gioca in un altro film di Bier/Jensen il ruolo che ha l'Africa in In un mondo migliore. Parliamo di Non desiderare la donna d'altri (2004), rifatto anche a Hollywood nel 2009 con il titolo Brothers, per la regia di Jim Sheridan. Due fratelli: quello buono fa il soldato e parte in missione, quello cattivo resta e di lui si innamora la cognata. Poi il primo torna traumatizzato e le parti (morali) in commedia si ribaltano. Storie parallele, (melo)drammi, un meccanismo di scambio dei ruoli tra fratelli che poi troviamo riproposto con qualche variazione in Second Chance, tra guardia e ladro. Sembra la catena di montaggio di un immaginario iterativo e manicheo, sempre corretto politicamente (in Non desiderare la donna d'altri nel finale si redimono tutti: un colpo alla botte, un colpo al cerchio). Il titolo più felice di Bier è quello apparentemente più innocuo, la commedia Love is All You Need (2012), ambientata a Capri. Storia d'amore tra una donna abbandonata dal marito dopo una lunga malattia e un uomo, suo futuro consuocero, con qualche bel fardello sulle spalle. Stessa sottile programmaticità di sempre ma con una leggerezza inedita, resa ancora più godibile dalla performance dei protagonisti, Trine Dyrholm e Pierce Brosnan.

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