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La politica degli autori: Stephen Frears

Un cineasta dall'idea di narrazione raffinata ma popolare.
di Mauro Gervasini

In foto Stephen Frears.
Stephen Frears (78 anni) 20 giugno 1941, Leicester (Gran Bretagna) - Gemelli. Regista del film Philomena.

mercoledì 18 dicembre 2013 - Approfondimenti

Più che di uno stile, Stephen Frears, classe 1941, è emblematico di un periodo. Dopo avere diretto nel 1972 un noir con Albert Finney piuttosto misconosciuto, Sequestro pericoloso, si occupa di regie televisive per oltre un decennio, finché My Beautiful Laundrette - Lavanderia a gettone, scritto da Hanif Kureishi, non lo trasforma in uno dei cineasti di punta della brit generation anti Thatcher. Al servizio di Channel 4, il canale Tv progressista che si getta nella produzione cinematografica, sceglie temi anticoformisti sviluppati attraverso un cinema empatico, lineare, tutto sommato semplice, molto attento al carisma degli interpreti e alla definizione dei loro personaggi. Una trasparenza evocativa che da allora (My Beautiful Laundrette esce nel 1985) a oggi, con Philomena, nelle sale dal 19 dicembre, è rimasta fedele a una idea di narrazione raffinata ma popolare, senza velleità autoriali. Philomena racconta la vera storia di una donna irlandese, interpretata da Judi Dench, che va negli Stati Uniti insieme a un giornalista in cerca di riscatto professionale (Steve Coogan, anche cosceneggiatore) alla ricerca del figlio che le suore di un orfanatrofio irlandese le tolsero 50 anni prima. Tutto veramente perfetto: storia, recitazione, attrazione degli interpreti, affabulazione della regia. Una compattezza che alla Mostra di Venezia 2013, dove Philomena era in concorso, ha addirittura fatto gridare al capolavoro, nonostante la sua classicità.

Segno inequivocabile che quello di Stephen Frears è il cinema giusto al momento giusto, nonostante sia sulla breccia da trent'anni. Oggi più di allora (in effetti Channel 4 sapeva produrre anche film più punk dei suoi...) il pubblico desidera storie forti, emotivamente coinvolgenti, dove «la migliore regia è quella che non si vede», parafrasando Preminger. E la critica cinematografica si adegua, forse anche un po' stufa di recitare in commedia sempre la parte della snob. In verità, nella filmografia comunque interessante di Frears non ci sono titoli né eccezionali né brutti. Si passa dalla letteraria compattezza di Sammy e Rosie vanno a letto (1987), sempre dalla penna di Kureishi, che però ha qualche divagazione videoclip style col senno di poi interessante, oppure di Alta fedeltà (2000), dal best seller di Nick Hornby, a prove più rischiose come il sottovalutato Hi-Lo Country, western contemporaneo del 1998, o Mary Reilly (1996), liberamente ispirato a Robert Louis Stevenson, la storia del dottor Jekyll seguita dallo sguardo della sua domestica Julia Roberts. Di fatto resta però Le relazioni pericolose (1988), suo primo film americano, il più celebre e forse migliore, per la sfrontata modernità con la quale affronta Choderlos de Laclos pur restando fedele all'ambientazione d'epoca.

In realtà una sorprendente anomalia nella filmografia un po' monotona di Stephen Frears, c'è. Si intitola Rischiose abitudini (1990), ancora una volta tratto da un romanzo (di Jim Thompson), progetto originariamente di Martin Scorsese che poi ha preferito produrre e basta. Cogliendo in pieno lo spirito nero del libro, il regista inglese ha saputo evitare il rischio di rendere "epici" gli imbroglioni protagonisti della storia restituendo la loro immagine di cinici esseri umani in balia dell'avidità, ben oltre i legami di sangue e/o sentimentali.

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